VIII.

Un vetturale con una timonella a un cavallo attendeva Roberto alla

stazione più vicina a Valduria. Odoardo Selmi sarebbe venuto in

persona a incontrarlo, ma le sue occupazioni glielo avevano impedito,

e se ne scusava con una riga gettata giù in fretta.

Con una miglior disposizione d'animo il giovine Arconti avrebbe potuto

ridere dei fianchi prominenti del quadrupede, del naso fenomenale del

cocchiere e della costruzione primitiva della carrozza. Invece, con la

malinconia ch'egli aveva intorno, quella vista non fece che

contristarlo di più. Nè mancarono altre ragioni a crescere la sua

noia. Il baule ch'egli aveva portato seco non potè esser collocato a

posto che con immensa fatica, e in mezzo alle imprecazioni del

cocchiere Andrea, il quale non intendeva come un ingegnere non avesse

misurato da Milano la capacità della vettura con cui doveva far

l'ultima parte del suo viaggio. In quanto alla cassa di libri

bisognava assolutamente lasciarla alla stazione; la si sarebbe

ritirata il dì appresso.

La carrozza procedette per tre quarti d'ora lungo la strada postale,

sollevando con le ruote nembi di polvere. Indi essa prese una

stradicciuola angusta, sassosa, che saliva con leggero pendìo verso il

monte. Il cavallo correva un tratto, poi abbassando la testa, andava

innanzi al passo, con le redini allentate sul collo. Andrea fumava, e

la punta del suo naso monumentale compariva e scompariva a vicenda tra

i globi di fumo come la cima d'una montagna circonfusa di nuvole. Ogni

momento la vettura, ch'era priva di molle, urtando contro una pietra

più grossa, dava un sobbalzo e palleggiava Roberto da una parte

all'altra del sedile. Per solito Andrea non s'accorgeva nemmeno di

questi scossoni; solo quand'essi prendevano proporzioni eccessive egli

metteva una sonora bestemmia. Malgrado l'umore poco mansueto del

cocchiere, a Roberto non sarebbe stato difficile di attaccare

conversazione se la tristezza profonda ond'era compreso non gli avesse

reso impossibile di pronunciare una parola. Pensava al diverso

avvenire che aveva sognato, pensava agli altri viaggi che avrebbe

dovuto fare. Senza la sventura che lo aveva colpito, egli avrebbe

percorso la Francia, l'Inghilterra ed il Belgio affine di compiervi la

sua istruzione; poi, reduce a Milano, avrebbe fissato l'epoca del suo

matrimonio con Lucilla. Riscaldato dal tepido soffio dell'amore,

protetto dalla riputazione e dall'influenza paterna, sarebbe giunto

alla meta per un sentiero agevole e piano. E adesso invece che cosa

l'aspettava? Se sua madre, se Lucilla, se i suoi amici avessero avuto

ragione, se veramente egli avesse obbedito a un impeto irriflessivo,

se non avesse potuto durar nemmeno un paio di mesi in una carriera che

domandava gusti speciali e speciali attitudini?

La strada si faceva sempre più cattiva e più ardua. Il sole, già volto

al tramonto, lambiva le creste dell'Apennino, un venticello leggero

accarezzava le foglie dei mandorli e faceva ondeggiar le cime dei

pioppi, una fila di nuvolette rosee si svolgeva al lembo

dell'orizzonte, allegri gruppi di rondini fendevano l'azzurro del

cielo. Felici creature! Volavano a stormi, ora avvicinandosi alla

terra, ora perdendosi nelle profondità del firmamento, volavano

cantando, e il loro canto era un inno d'amore. Felici creature! Egli

era solo, oppresso dai ricordi, angustiato dai timori e dalle

incertezze. Chi sa dov'era Lucilla in quel momento? Chi sa a che cosa

pensava? Forse pensava a lui; forse era sul terrazzo della sua casa e

guardava la strada sottoposta, la strada per la quale egli soleva

venire e ch'egli non avrebbe percorso più per un anno, per due anni,

chi sa per quanto tempo; forse una lagrima le scendeva dal ciglio. Si

portò la mano agli occhi; piangeva anche lui. E, attraverso il velo

che si calava sulle sue pupille rivedeva le guglie del Duomo nuotanti

negli ultimi raggi del sole, rivedeva i suoi cari, rivedeva tutto il

suo passato così gaio, così promettente. Per la strada non

s'incontrava quasi nessuno; solo a lunghi intervalli si scorgeva

qualche casolare nella campagna, si sentiva qualche voce di contadino

reduce dal lavoro. Qua e là, sul dorso delle colline lontane, una

bianca villetta andava sfumando via nella luce fuggente del

crepuscolo. Di tratto in tratto veniva per l'aria un acre odore di

zolfo.

L'Arconti ruppe il silenzio, e chiese al vetturale.--Ci vuol molto ad

arrivare?

--Un quarto d'ora---fu la risposta.

--Tanto fa scendere--soggiunse Roberto. E balzò a terra senz'aver

bisogno di far arrestar la carrozza, la quale andava a passo di

lumaca.

Aveva lo spirito accasciato, le membra intormentite. Sperava che un

po' di moto gli facesse bene.

Cominciò col correre innanzi un tratto; poi, giunto a un bivio, si

addossò al tronco d'un albero e lasciò di nuovo passar la vettura.

Scendeva la sera, qualche lucciola brillava lungo i margini della via,

la carrozza, il cavallo, il cocchiere formavano una massa nera che si

staccava confusamente dal fondo grigio. Andrea si stropicciò sui

calzoni un fiammifero e accese la pipa che s'era spenta.

Finalmente s'intesero delle voci. Erano minatori, che tornavano dal

lavoro. Sfilarono davanti a Roberto, davanti alla carrozza, scambiando

qualche parola con Andrea, accorgendosi appena del giovine con cui

sino dal giorno successivo avrebbero dovuto far conoscenza. Apparsi

come ombre, come ombre si dileguarono. Tornò a regnare il silenzio, e

intanto le tenebre divenivano più fitte. Tremolavano le stelle nel

firmamento, cantavano i grilli, gracchiavano le cicale sugli alberi.

Era notte fatta. Roberto non ne poteva più. Non era la stanchezza del

viaggio, era la solitudine, era un senso penoso d'isolamento che

l'opprimeva. Se in quell'istante gli avessero detto: Rinuncia alla tua

idea di essere un impiegato di miniera, e sarai in un attimo a Milano

nella tua casa, vicino a Lucilla, vicino ai tuoi amici, forse egli non

avrebbe saputo resistere alla tentazione di accettar la proposta.

Un lumicino brillò nell'oscurità a un centinaio di metri. Fissando gli

occhi da quella parte, si vedeva sorgere un fabbricato.

--Ci siamo?--tornò a domandare Roberto.

--Io ci sono--rispose Andrea--perchè qui c'è l'osteria e qui si lascia

il cavallo. Ella deve fare ancora una salita di dieci minuti.

--Qualcheduno mi accompagnerà--soggiunse con piglio infastidito

l'Arconti--perchè io non ho l'obbligo di saper la strada. E il

bagaglio non lo posso già prender in ispalla.

--Adesso vedremo--disse il cocchiere di malavoglia.--Ci sarà il figlio

dell'oste.

Andrea scese dalla vettura e prese il cavallo pel morso. A quel punto,

un uomo d'alta statura uscì dall'osteria e gridò--Arconti, sei qui?

Era la voce di Odoardo Selmi.

--Sei tu, Odoardo?--chiese Roberto brancolando nel buio, e tutto

consolato di trovar finalmente una persona amica.

Si sentì cinto da due braccia poderose, e ricambiò di gran cuore due

baci scoccatigli sulle guancie dal suo condiscepolo.

--Bravo Roberto! Scusa se non ho potuto venire incontro. Esco da

mezz'ora appena dalla miniera.... Quanto piacere m'hai fatto ad

accettare la mia offerta! Ci vorrà in te una bell'abnegazione ad

acconciarti a questa vita, ma insomma alla lunga ci si avvezza a tutto

e vedremo di stare alla meno peggio....

--Grazie, Selmi, grazie di queste buone parole.... Avrò proprio

bisogno della tua affezione e della tua indulgenza.... Ma per bacco!

Sei cresciuto di volume da quand'eri a Milano.... Che spalle hai

fatto, e che torace!

--Eh, me la passo.... Son sempre quella materia greggia ch'ero al

Politecnico. A fronte di voi azzimati, eleganti, spiritosi, che figura

ci facevo!.... Povero Roberto! Che disgrazia doveva toccarti! E perchè

non iscrivermi prima?... Ma adesso non è tempo da chiacchiere....

Avrai fame.... Ancora pochi minuti e ci siamo.... Qui, per questa

scorciatoia.... A casa troveremo pronta la cena.... Il mio maggiordomo

fa le cose benino.

--Il tuo maggiordomo?--disse ridendo Roberto, mentre a braccio

dell'amico saliva per un sentiero erto e sassoso.

--Sì, mia sorella Maria.... Te la presenterò....

--Ah, tua sorella... Mi ricordo che me ne parlavi qualche volta.

--Sì, allora era una fanciulla.... Adesso è una ragazza fatta. Ma così

esile e mingherlina da non mostrar che quindici anni. E ne ha venti

compiti.... All'aspetto non par certo mia sorella.... E nemmeno

all'intelligenza.... Oh, quantunque non sia stata al Politecnico, val

tanto più di me.... Siamo rimasti soli, e me la son condotta meco....

Del resto, guai se non l'avessi.... E non è un angelo per me solo....

ma per tutti i nostri minatori, per la nostra valle.... È semplice,

modesta.... vedrai.... Ah, guardi quel coso nero laggiù?... È un

caminone.... E quelle baracche lì in fondo?... Sono magazzini.... E a

destra ci sono i forni per le fusioni. E più a basso le due caldaie a

vapore.... Nella miniera poi s'entra di là...

E accennò a sinistra. Indi soggiunse.--Ma, con questo buio, sfido a

vederci..... Domani, domani.

Chiacchierando così, si arrivò ben presto a una casa isolata in cima

alla collina. La porta d'ingresso era aperta, e lasciava veder una

tavola apparecchiata e rischiarata da un lume a petrolio. Nel vano

della porta si disegnava una figura di donna.

--Ecco mia sorella, ecco il nostro ospite Roberto Arconti--disse

Odoardo, facendo la duplice presentazione.--Roberto sarà il compagno

della nostra vita per un pezzo, spero.... Bisogna trattarlo come uno

di casa.

--Come un altro fratello--rispose senza enfasi, ma spontaneamente

Maria, mentre stringeva la mano al nuovo arrivato. E proseguì, non

lasciandogli tempo di ringraziare.--Vuol esser condotto nella sua

camera, o vuol cenar prima?

Roberto preferì di cenare. Non gli pareva vero di trattenersi ancora

un poco in quell'ambiente schietto, sereno, affettuoso.

Maria non era bella. Era magra, pallida, con fattezze piuttosto

irregolari; ma aveva due grandi occhi cilestri pieni di dolcezza e di

pensiero, e una bocca facile a sorridere e guarnita di bianchissimi

denti. Due anni addietro una malattia le aveva fatto cadere i capelli.

Aveva dovuto tagliarseli corti corti, e adesso le crescevano

lentamente, ciò che contribuiva a darle un'aria quasi infantile. La

sua vocina era melodiosa, insinuante, di quelle che fanno spiccare

ogni parola.

--Maria esercita la sua alta direzione anche sulla cucina--disse

Odoardo.

--Davvero? Mi congratulo con lei della sua abilità,--osservò

l'ingegnere Arconti, che trovava saporitissime le vivande.

Durante la cena, un ragazzo portò il baule, ch'era rimasto

all'osteria.

--Aspetta lì--disse la giovinetta--or ora bisognerà metterlo nella

camera dell'ingegnere.--Intanto bevi un bicchier di vino.

--Ci sarà poi anche una cassa--soggiunse Roberto.--La vettura non la

conteneva, e bisognò lasciarla alla stazione. Mi assicurarono che ci

sarà modo di averla qui domani.

--Senza dubbio--rispose il Selmi.--Dovevo immaginarmelo che in quella

timonella tutto non ci sarebbe stato....

--Se avessi badato a me--insinuò Maria.

--Avrei fatto meglio--assentì Odoardo. Indi rivolgendosi

all'amico:--Sarà una cassa di biancheria.

--Veramente--disse Roberto con qualche esitanza--è una cassa di libri.

Odoardo non seppe trattenere un'esclamazione di sorpresa.

--Libri? Che cosa vuoi farne? Qui? Quando avrai lavorato tutto il

giorno, avrai ben altra voglia che di leggere.

Maria slanciò a suo fratello un'occhiata di rimprovero.--Hai torto.

Un'ora per aprire un libro la si può trovar sempre, e il signor

Roberto ha fatto bene a portar con sè qualcheduno de' suoi vecchi

amici.

L'Arconti guardò con riconoscenza la giovinetta che prendeva le difese

della lettura.

--Sì, sì--ripigliò Odoardo vuotando un bicchiere di vino.--Capisco

ch'io non sono buon giudice.... Non ho mai vegliato _sulle dotte

pagine_, io.... ma rispetto i gusti degli altri. Del resto, quando

avrai i tuoi libri Maria ti aiuterà a metterli a posto.... È una

ragazza che trova tempo a far tutto.... anche a dar da mangiare ai

cani.

Infatti la fanciulla distribuiva i rilievi della mensa fra due cani da

caccia, che erano entrati silenziosamente nella stanza.

Di lì a poco, ella si alzò, accese una candela e disse:--Vado a vedere

se tutto è in ordine nella camera del signor Roberto.

I due giovinotti rimasero soli col bicchiere di vino davanti e col

sigaro in bocca. Ricorsero gli anni della scuola e si raccontarono le

vicende successe dacchè non si erano visti. Odoardo, modesto per sua

natura, attribuiva a una combinazione fortunata l'aver potuto trovar

così presto un ufficio onorevole e lucroso. Qualche volta gli pareva

che la responsabilità fosse superiore alle sue forze, ed era tentato

di rinunciarvi. Nel complesso però non si trovava male; la vita

attiva, faticosa si confaceva al suo fisico robusto; alcune delle

qualità richieste per la miniera sentiva di averle. Non mancava di

coraggio, di sangue freddo, di perseveranza.--Ma son sempre stato

corto di cervello, questo è il guaio--egli soggiungeva picchiandosi il

fronte.

E poichè Roberto rideva.--No, no, parlo sul serio--continuava il

Selmi, mentre vuotava allegramente uno dopo l'altro i bicchieri di

vino;--capisco che sono un buon generale di divisione, ma non sono un

buon generale in capo. E c'è stato dell'egoismo nel consigliarti di

venir qui; sentivo che tu avresti supplito alle mie deficienze.

--Io?

--Sì, sì, vedrai.... Oh me lo ricordo bene ch'eri il primo della tua

classe.

--Questo vuol dir molto!.... Si è portenti in iscuola e asini

fuori.... e viceversa.... Eh, caro Selmi, la voglia di far bene la ho,

ma volere non è sempre potere.... E sa Iddio se riuscirò anche negli

uffici che mi destini, e che, tra parentesi, ignoro ancora quali siano

precisamente.

--Domani intanto faremo un giro per la miniera, che tu devi conoscere

in ogni sua parte.... Vedrai i lavori compiuti, i lavori progettati, e

ti formerai un'idea delle difficoltà vinte e di quelle che restano da

superarsi. Ti presenterò ai minatori; c'è della scoria, ma c'è anche

della brava gente.... A proposito, hai un revolver?

--No.... Perchè?

--Perchè in questi luoghi il revolver bisogna sempre averlo. Te ne

darò uno io.

--Siamo dunque sul piede di guerra?

--Tutt'altro. Ma è opportuno di far sapere che non si sarà mai colti

alla sprovvista.

--_Si vis pacem, para bellum_--esclamò Roberto con una risatina.

--Appunto. Col latino non ho confidenza, ma questo motto lo conosco.

Del resto, tu per ora sei addetto all'amministrazione, ma se ci

troverai gusto, credo che finirai a poter occuparti della miniera.

Bisogna prima che tu metta un po' d'ordine alla contabilità. Tuo padre

era un bravo uomo d'affari, e qualche cosa avrai imparato da lui.

--Molto poco; pure mi ci proverò, ma ti confesso che, nella mia

qualità d'ingegnere, preferirei occuparmi di cose tecniche.

--Te ne occuperai a suo tempo: sta sicuro; ho intenzione di farti il

mio capo di stato maggiore.... Ma ecco di nuovo mia sorella.

--Forse il signor Roberto è stanco--disse la giovinetta entrando.--Se

vuole che lo accompagni nella sua camera.

--Stanco no--egli rispose--ma non so le abitudini della miniera.

--Abitudini da montanari--osservò il Selmi.--Coricarsi presto e

alzarsi presto.... Alle sei sono già nel sotterraneo. A ogni modo, per

te che sei nell'amministrazione non ci sarà adesso un orario così

faticoso.... Domani verrò a prenderti alle otto e mezzo, dopo la mia

prima ispezione.

--E adesso che ore sono?

--Le nove passate.

--Chiacchierando s'è fatto tardi.... Vado dunque.... Se la signorina

Maria m'indica la strada.

--Verrò io stessa,--disse la ragazza.

Riprese la candela, che non aveva ancora spenta, e si avviò. Roberto

la seguì dopo aver stretto cordialmente la mano all'amico.

Maria salì una piccola scala, infilò un corridoio e si fermò davanti a

un uscio.--Eccoci--ella disse--non s'immagini di trovare una bella

camera.... Però, domattina, aprendo le imposte, godrà di una magnifica

vista. È tutto quello che ci può esser qui.

Dopo questo preambolo, la giovinetta entrò nella stanza, ch'era

piccina, modesta, a muri bianchi, ma pulita assai.

--Se le manca qualche cosa, non ha che da suonare il campanello--ella

soggiunse.--Dall'altra parte del corridoio dorme la Caterina, la

nostra donna di servizio. Vede quell'uscio?--e additò un usciolino

laterale.--Lì c'è una camera ove di giorno lavoro, stiro, inamido la

biancheria; ma potrà servirsene anche lei; già io non ci sto mica da

mattina a sera... e in ogni modo non disturbo.... Faccia conto che sia

un salotto... Qui su questo tavolino ha il necessario per iscrivere...

non so se le penne le accomoderanno; son quelle che adopero io.... per

la nota del bucato.... Ecco l'armadio, ove riporrà la roba del baule,

che è la, nell'angolo.... O piuttosto, non ne levi adesso che quello

che le è indispensabile; pel resto l'aiuterò io domani... Buona

notte....

Maria accese una candela che si trovava sul tavolino, diede ancora

un'occhiata in giro per veder se tutto era in ordine; quindi strinse

la mano a Roberto, e lo lasciò solo.

L'ingegnere Arconti non ebbe agio per quella sera di fermarsi a

considerare la rustica semplicità della stanza che gli era assegnata

dai suoi ospiti; un prepotente bisogno di riposo lo vinse e si coricò

all'ora stessa in cui, a Milano, soleva uscir di casa per recarsi alla

_Scala_ o al _Club_.

Nella lotta · 第 20 / 45 题