VI.

Erano giorni ben tristi per Roberto. Tutte le difficoltà della sua

nuova situazione gli si affollavano addosso imperiose e gli toglievano

quasi il respiro. In primo luogo, non era piccola noia per lui il

dover combattere le _idee_ strampalate che nascevano come funghi nel

cervello balzano della signora Federica. Sappiamo che le era venuto il

ghiribizzo del monumento; poi s'era fitta in capo che si avesse da far

causa all'_Unione_; finalmente una mattina era entrata per tempissimo

in camera di suo figlio a suggerirgli un'operazione sui fondi turchi.

Un amico d'una sua amica aveva guadagnato una bella sommetta in una

speculazione simile, ed ella non capiva perchè Roberto non dovesse

tentar la fortuna. _Chi non risica non rosica_,--ella soggiungeva

sentenziosamente. Il giovane cercava alla meglio di persuader sua

madre a lasciarlo cheto, ma non vi riusciva che a mezzo. Poichè,

sebbene la signora Federica non rimanesse a lungo sopra un pensiero,

appena le era passata una fantasia gliene veniva un'altra, e la sua

mente era un'instancabile officina di fuochi artificiali.

Comunque sia, questa non era che una delle tante brighe di Roberto.

Quantunque egli avesse consentito a farsi aiutare da qualche amico in

alcuni uffici di minor conto, come scambio di biglietti,

ringraziamenti ai giornalisti, ecc. ecc., c'erano lettere a cui doveva

rispondere egli stesso, c'erano visite ch'egli non poteva ommettere,

nè poteva delegare ad altri. E ciò gli lasciava pochissimo agio di

occuparsi delle cose più serie, vale a dire di cercar l'impiego che

gli era tanto necessario. Aveva scritto alla direzione delle Ferrovie

meridionali per sentire se fosse ancora disponibile il posto che gli

era stato offerto mesi addietro in Calabria, ma quel posto non c'era

più; era stato dato da tre mesi a uno dei sessant'otto postulanti che

s'erano presentati. E da ogni parte gli si rispondeva che bisognava

aver pazienza, che il paese attraversava un periodo di crisi, che

tutte le aziende pubbliche e private rigurgitavano di personale, che

in ogni modo si sarebbe veduto, si sarebbe cercato; era giovine tanto,

l'avvenire era per lui. Parole, sempre parole, nulla più che

parole--egli osservava malinconicamente.

Una mattina, reduce da alcune faccende, egli trovò nel suo studio uno

de' più servizievoli amici suoi, il giovane ingegnere Giorgio Leoni,

il quale stava scrivendo gli indirizzi su alcune buste che contenevano

delle carte da visita. Oh--disse Roberto--guardando uno di quegli

indirizzi.--Selmi aveva mandato il biglietto?

--Sì, eccolo qua.

Roberto lesse: _Odoardo Selmi, miniera di Valduria in Romagna_. Indi

soggiunse, rivolgendosi al suo amico.

--Lo sapevi che egli aveva quest'impiego?

--Io no. Da quando ha finito il Politecnico, e lo ha finito un anno

prima di noi, io non ne avevo più saputo novella.

--A ogni modo, fu una cortesia il ricordarsi di me in questa

circostanza. Gli si era mandata la partecipazione?

--No....

--Avrà letto qualche necrologia sui giornali.

--Povero Selmi--soggiunse Leoni--era un ottimo diavolaccio, leale,

affettuoso, ma non era un'aquila, nè aveva una grande istruzione.

--Era paziente, attivo.... Non so se avesse famiglia....

--I genitori eran morti.... Deve aver avuto una sorella minore. Forse

si sarà maritata.... La nominava spesso.

--Ebbene, intanto egli ha un impiego.

--Sì, in una miniera. Bel gusto! C'è da morire di malinconia.

--Chi sa?

Roberto si allontanò dall'amico e andò verso la sua scrivania, ove

s'immerse nell'esame di alcune carte. Ormai egli possedeva tutti gli

elementi necessari per farsi un'idea esatta della situazione economica

della famiglia. I conti non s'eran fatti aspettare; appena morto il

cavalier Mariano, i vari creditori s'erano affrettati a mandar le loro

polizze; dal canto loro, i nuovi preposti all'_Unione_, non avevano

perduto troppo tempo. Avevano trasmesso a Roberto una copia della

partita del defunto Direttore, partita che, per i prelevamenti fatti

nell'anno, si saldava con un piccolo _deficit_, anche accettando il

bilancio quale era stato presentato all'Assemblea generale e tenendo

conto del dividendo sulle dieci azioni del cav. Mariano. Tuttavia la

Società dichiarava non solo di rinunciare al ricupero del suo credito,

ma altresì di assegnare alla vedova del benemerito Direttore per una

volta tanto la somma di dieci mila lire. Quantunque fosse una

soluzione men disastrosa di quello che si poteva attendere con gli

umori che spiravano nella Società, la signora Federica montò sulle

furie, disse che diecimila lire erano un insulto, che dovevano essere

almeno quarantamila, e che bisognava assolutamente far lite, nè si

lasciò convincere del contrario dalle ragioni di Roberto. Bensì le

venne in soccorso anche questa volta la sua insanabile leggerezza, che

di lì a brevissimo tempo le fece volger ad altro il pensiero.

--Insomma--ella chiese un giorno a suo figlio--si può saper

positivamente quello che ci resta, pagati tutti i debiti?

Roberto l'aveva detto altre volte, ma non ebbe nessuna difficoltà di

ripeterlo.

--Le diecimila lire dell'indennità--egli rispose--possiamo ritenerle

assorbite dalle vecchie passività e dalle spese straordinarie di

questi mesi; ci restano ancora le tue ventimila lire di dote investite

in rendita, le dieci azioni dell'_Unione_ che appartenevano al babbo,

cioè altre diecimila lire, le cinque azioni mie, le cinque tue,

diecimila lire anche queste. Sono quarantamila lire da potersi

realizzare a nostro piacere. Poi c'è l'impianto della casa, poi ci

sono le tue gioie, che importeranno anch'esse qualche migliaio di

lire....

--Non curiamoci delle gioie--interruppe la signora Federica.--Hai

detto che c'è una quarantina di mila lire realizzabili quando si

voglia?

--Sì. Ebbene?

--Ebbene--continuò la signora Federica--quarantamila lire sono un

discreto capitale.

Roberto, che sapeva come in casa sua si fossero spese fino alla morte

di suo padre circa trentamila lire all'anno, non potè a meno di

sorridere.--Ti pare?--egli disse.

--Sicuro, non già per viverci sopra senza far nulla....

--In nome del cielo!--esclamò il giovine, cui non pareva vero di

sentir dalla bocca di sua madre una cosa ragionevole.

--Un discreto capitale--proseguì la signora Federica--per farlo

girare, per metterlo in commercio.

--In commercio? E chi dovrebbe metterlo in commercio?

--Oh bella! Tu stesso!... Vedi, Roberto, tu hai poca fede nel tuo

ingegno.... E sì che l'ingegno non ti manca.... Ti manca

l'iniziativa.... Capisco le tue obbiezioni alla proposta di far affari

di Borsa.... Quelli lì han rovinato molta gente.... Ma il commercio è

tutt'altra cosa.... E adesso anche i giornali dicono che ci sarà da

guadagnare un bel gruzzolo di moneta nei grani.... Guarda piuttosto,

guarda co' tuoi occhi.

Si tolse di tasca un numero d'un giornale, e segnò a suo figlio un

articolo che cominciava con queste parole: «Tutto sorride quest'anno

ai negozianti di cereali. La corrente dell'aumento è pronunziatissima,

e non si fermerà così presto.»

--Cara mammina--disse Roberto, restituendo il giornale piegato alla

signora Federica--quando ti persuaderai che di queste faccende me

n'intendo un pochino più di te.... e che nemmeno i tuoi grani fanno al

caso nostro?

--Il presuntuoso? Se ne intende?... Con quella pratica di mondo che

ha! Non sa che criticar tutto, e non suggerisce nulla, e così si

lascerà venir l'acqua alla gola.

Era uno strano modo d'invertire le parti, e Roberto si lasciò scappare

un punto ammirativo, che la signora Federica rilevò alquanto stizzita.

--Già; e tu, che ridi sempre delle mie idee, potresti farmi sapere un

po' quali sono le tue?

--Oh mi spiccio in due parole. Col primo del mese si cambia casa, si

smette la carrozza, si licenzia la servitù, ad eccezione d'una

persona....

--Questo vuoi fare?--proruppe scandalizzata la signora Federica.

--Sì, cara mamma--egli soggiunse, prendendole le mani nelle sue--e tu

mi aiuterai, perchè sei buona, e non puoi volere che il tuo Roberto

finisca coll'andare in prigione per debiti....

Ma la signora Federica non volle sentir altro. Si svincolò da suo

figlio, e uscì dalla stanza gridando ch'era vittima della peggiore di

tutte le tirannie.

Nondimeno, la sua resistenza si spuntava contro la volontà calma, ma

inflessibile, di Roberto. Prima che si compisse il termine stabilito,

egli aveva già posto ad effetto la massima parte dei suo programma. Lo

splendido appartamento in via Monte Napoleone era stato mutato in un

quartierino modestissimo in una delle nuove strade della città, la

servitù s'era ridotta ad una persona, la carrozza era scomparsa,

quantunque la signora Federica avesse dichiarato eroicamente che,

piuttosto d'uscire a piedi, ella sarebbe rimasta in casa tutta la

vita. Inoltre Roberto aveva provveduto in modo che sua madre non

potesse disporre senza il suo consentimento della modesta sostanza che

l'era rimasta. Ch'ella vivesse con la sola rendita non era possibile;

però il capitale non doveva essere toccato che a poco per volta.

Presto o tardi, Roberto sarebbe stato in grado di colmare il disavanzo

co' suoi guadagni.

Del matrimonio non si parlava più che come di cosa remota. Il giovine

Arconti sapeva che, prima d'acquistar il diritto di favellarne, egli

doveva vincere ben altre battaglie che quelle combattute sinora. Ma

egli vedeva spesso Lucilla, perchè le Dal Bono venivano sovente dalla

signora Federica, e perch'egli si recava qualche volta a casa loro.

Queste visite infastidivano il signor Benedetto, che ne rimproverava

le sue donne; ma non osava proibirle direttamente a Roberto. Il

temperamento focoso degli Arconti sbigottiva il valorosissimo uomo, il

quale, durante la malattia del signor Mariano, s'era fitto in capo di

avere anche lui un'affezione al cuore, e temeva che tutto potesse

esacerbarla.

La signora Federica andava pazza per Lucilla, che le dava ragione in

molte delle sue lagnanze contro il suo figliuolo, e specialmente in

quella relativa alla carrozza.

--Roberto è un esagerato--diceva la ragazza con la sua frase

preferita.--La carrozza non è una cosa di lusso. Chi c'è in Milano che

stia senza carrozza?--Indi rivolgendosi a Gipsy, che l'accompagnava

quasi sempre, soggiungeva sentenziosamente:--Ah Gipsy, questi uomini

son proprio tutti d'uno stampo.... Su, bella, ritta, sulle due zampe

di dietro.... così.... Brava, Gipsy, brava!

E la spensierata fanciulla batteva le mani alle prodezze ammirabili

della sua cagnetta.

Roberto vedeva tutto con gli occhi di innamorato, e si sforzava di

persuadersi che il tempo avrebbe dato a Lucilla la serietà che le

mancava. Ch'ella gli volesse bene era certo, ed egli gliene voleva

tanto!

Qualche volta egli riusciva ad aver un colloquio a quattr'occhi con lei,

e usava della sua eloquenza, che non era poca, per convincerla ch'egli

non poteva agir diversamente da quello che agiva.--Credilo--egli le

diceva--è anche nell'interesse del nostro matrimonio che tengo questa

via. Vedendomi assestato, economo, previdente, tuo padre avrà minor

difficoltà a consentire alle nostre nozze, quando, ottenuta una buona

posizione, io gli farò la domanda formale della tua mano.

--Sì, sì--rispondeva Lucilla, tentennando il capo--sarà verissimo che

tutte le strade conducono a Roma, ma quella che hai scelta è la più

lunga.... Con un po' di audacia....

--Oh! le ubbie della mamma....

--Ubbie fin che vuoi, ma intanto la famosa posizione che stai sempre

aspettando non si vede....

--Si vedrà.

--Ci sposeremo a ottant'anni. Nella cronaca dei giornali cittadini del

secolo venturo si leggerà: _Oggi si è celebrato davanti al Sindaco il

matrimonio di due venerabili...._

--Zitto--interruppe Roberto, e le mise la mano sulla bocca.--Dimmi

piuttosto, se in questo frattempo....

--In quale frattempo? Da oggi al 1920? Al 1930 forse?

--Bambina! Se nei tre o quattro anni ch'io impiegherò a conquistare il

mio posto nel mondo, ti si presenterà qualche gran signore...

--E mi chiederà in moglie?

--Sì.

--Risponderò: signore, scusi tanto, ma sono impegnata. Come a una

festa quando vi domandano una polka che si deve ballare con un altro.

--Non far queste similitudini....

--Oh l'uomo grave! Non permette scherzi....

--Se verrà qualche marchese, qualche conte con le sue nove palle sul

biglietto da visita?...

--Lo manderò pei fatti suoi....

--Non ti lusinga dunque una gran ricchezza, un bello stemma di

nobiltà?...

--E torni sempre a battere lo stesso chiodo. T'ho detto di no.... Mi

basta esser _madama_....

--Perchè _madama_?

--Via, _signora_, la _signora_ Arconti. Va bene?

--Oh va tanto bene.

E il colloquio finiva con un bacio scoccato da Roberto sulle floride

guancie della sua fanciulla.

Pure l'Arconti aveva i suoi momenti di scoraggiamento. Promesse

d'impieghi futuri ne aveva in gran quantità, ma le promesse non si

cambiavano in fatti, ed egli, assestate ormai alla meglio le cose

domestiche, sentiva di non poter restare in ozio. Avrebbe avuto i suoi

libri, i suoi studi; ma era inutile. Guai a lui se cedeva alle

lusinghe d'una vita puramente intellettuale!

Un giorno, mentre rovistava alcune carte, il suo sguardo tornò a

cadere sopra un biglietto da visita che aveva già attirato la sua

attenzione--_Odoardo Selmi, miniera di Valduria, in Romagna._--Aveva

scritto a tanta gente; perchè non poteva scrivere anche a questo

vecchio condiscepolo che s'era ricordato di lui? Se ci fosse

un'occupazione alla miniera?

Non potè a meno di riflettere che sarebbe stata un'occupazione poco

allegra, per lui sopratutto, avvezzo alla vita di Milano, ma scacciò

subito da sè questa pensiero. O che aveva il diritto di cercare

un'occupazione allegra? Qualunque fosse, pur che onesta, doveva esser

la benvenuta. Non esitò più e scrisse la nuova lettera. Il suo amico

Leoni era insieme a lui quand'egli la gettò in una cassetta

postale.--Sai che numero ha questa lettera, a contar dalla prima che

ho spedita per raccomandarmi?

--Che numero?

--Centoventitrè. E sai a chi è diretta?

--Come vuoi che lo sappia?

--A Odoardo Selmi.

--Oh diavolo?.... E speri ch'egli possa....

--Trovare un posto per me nella sua miniera.... Sia un posto

d'ingegnere, sia un posto nell'amministrazione, fa lo stesso....

--Andresti a seppellirti a Valduria?

--Perchè no?

--E tua madre?

--Resterà qui. Ella non lascerebbe certo Milano....

--Ma dev'essere una gran vita di privazioni la vita di miniera....

--Ho meno bisogni che tu non creda.

Leoni non seppe trattenersi dal guardarlo con una certa maraviglia.

--Oh!--disse Roberto--tu non puoi capacitarti.... Guardi alla mia

_toilette_ accurata, alla mia aria da zerbinotto.... È vero, nei primi

giorni del mio dolore non pensai a mutar sarto pel mio abbigliamento

di lutto; è vero, ho ancora l'apparenza elegante.... Non si può

cambiar natura in ventiquattr'ore.... Aspetta un poco, e vedrai....

Intanto non ti sei accorto che non fumo più d'un sigaro al giorno?

--Pazzie!

--Non sono pazzie.... Ne fumavo sei o sette.... È un risparmio da non

disprezzarsi.... Se poi fossi nelle miniere, capisci che, per amore o

per forza, bisognerebbe romperla con le vecchie abitudini.... È per

questo, vedi, che quasi quasi m'innamoro d'un impiego che mi strappi

per qualche anno alla vita cittadina.

Leoni chinò il capo in silenzio.

--Del resto--soggiunse Roberto--val proprio la spesa di discorrere

della mia partenza per la miniera.... Vedrai che è un'altra lettera

sprecata.... C'è una iettatura per me.

Nella lotta · 第 18 / 45 题