Era una giornata d'ottobre. Il cielo era bigio, scendeva
un'acqueruggiola fina fina, e i pochi passanti (chè metà della
popolazione di Milano si trovava in campagna) avevano un'aria scura ed
uggita.
In casa Arconti la costernazione si dipingeva su tutti i volti. Il
cavalier Mariano era proprio agli estremi. Il dottor Rebaldi gli
teneva tra le dita il polso che s'indeboliva sempre più. Roberto,
curvo sulla sponda opposta del letto, copriva di baci e di lagrime
l'altra mano che penzolava fuor dalle coltri, fredda e già molle del
sudor della morte. La signora Federica, in preda a convulsioni
nervose, aveva dovuto esser trasportata nell'angolo opposto
dell'appartamento, ed era assistita dalla Giulia Dal Bono e da altre
pietose conoscenti. Nella stanza attigua a quella del moribondo si
trovavano raccolti alcuni vecchi amici, ora guardando in silenzio le
goccie di pioggia che colavano lungo le vetrate, ora porgendo
l'orecchio ai menomi rumori che venivano dalla camera vicina.
--Non parlerà più? Non si sveglierà più?--disse Roberto.
--Forse sì--rispose il Rebaldi, che teneva gli occhi fissi
nell'infermo.
Infatti, sul mezzogiorno, il cavalier Mariano si scosse, sollevò
faticosamente le palpebre, e riconobbe le due persone che erano chine
sopra di lui.--Addio, Rebaldi--egli balbettò con voce fioca--grazie
delle tue cure.... Addio, Roberto, figliuolo mio.... E la mamma?
--Vuoi che la faccia venire?
--No, Roberto.... Mi par confusamente di ricordarmi che l'abbian
portata di là, e han fatto bene.... soffriva troppo.... Abbi pazienza
con lei, Roberto. Ella è buona e ti ama.... e fu una buona compagna
per me.... oh sì.... si adatterà anche alle nuove condizioni della
famiglia.... Roberto, frugherai ne' miei cassetti per veder se ci
siano altre carte che appartengono all'_Unione_.... Se ce ne sono, le
porterai all'ufficio.... Ah! soffoco.... Passami il tuo braccio qui
sotto la testa.... così.... Dunque sii forte, Roberto.... non
lasciarti spezzare dalla sventura.... Ora che non hai più da
assistermi, potrai cercarti sul serio un impiego. Riscrivi a quelli
che ci furon larghi delle loro promesse.... facile generosità.... E
non farti una famiglia finchè tu non sia in grado di mantenerla....
Non è bello viver sulla dote della moglie.
--Oh! E puoi credermi capace di una tale bassezza?
Vi furono alcuni istanti di silenzio.
Il dottor Rebaldi, che s'era tirato un poco in disparte, si avvicinò.
--Non ancora--disse il signor Mariano. E soggiunse rivoltosi di nuovo
a suo figlio:--Povero Roberto! S'io fossi vissuto alcuni anni di più,
o se fossi stato meno imprevidente, che avvenire poteva essere il
tuo!... Con tanto ingegno, con tanta cultura!... Le lotte della
politica, i trionfi del Parlamento, chi sa che cosa ti avrebbe
aspettato!... E l'ambizione più santa dei padri è che i loro figliuoli
salgano ov'essi non hanno potuto salire, ottengano ciò ch'essi non
hanno potuto ottenere.... E invece....
--Oh babbo--interruppe il giovane--tu non sai che male mi faccia a
sentirti a parlare così.... tu mi lasci ciò che vale più della fortuna
di un Rothchild; mi lasci l'esempio della tua vita, della tua energia,
della tua probità.... Fin ch'io respiri, ti benedirò sempre, tu il
migliore, tu l'ottimo dei padri....
--Grazie--bisbigliò il signor Mariano--grazie, figliuol mio.
E lasciò cader la testa sui guanciali. A un cenno di Roberto, il
medico si chinò sul moribondo.
--La lucerna si spegne--disse con un filo di voce l'Arconti,
riconoscendo il dottore.
La sua pupilla si dilatò straordinariamente come se volesse arrestare
le ultime immagini della vita; un fremito gli corse tutte le membra;
la mano che Roberto teneva stretta nella sua si contrasse ed irrigidì.
Successe una breve agonia, e poi la morte.
Non si durò poca fatica a trascinar via Roberto, che s'era gettato
bocconi sul letto del defunto e non voleva staccarsene. Alla fine egli
si lasciò condur da sua madre, la quale capì che cosa significava
quella venuta e si abbandonò senza freno alla sua disperazione. Ma,
come accade nei caratteri deboli e malati, il suo dolore prendeva le
forme più stravaganti ed assurde, e a' suoi lamenti ella mesceva
ingiuste accuse contro gli altri. L'infermità di suo marito era stata
trascurata perchè non s'era voluto dir niente a lei. Se la si fosse
avvertita in tempo, ella avrebbe ben saputo evitar la catastrofe. Un
po' di svago, un po' di riposo avrebbe vinto appieno la malattia.
Invece Mariano s'era ammazzato a forza di lavoro, e la seduta pubblica
del maggio gli aveva dato l'ultimo crollo. Bisognava tener
responsabile l'_Unione_ della disgrazia.... Già a questo proposito
ella aveva _le sue idee_, da cui non si doveva sperar di rimoverla.
Poi, s'interrompeva per battere i piedi, per prendersi la testa fra le
mani e strapparsi i capelli, e gridava ch'ella era la più disgraziata
delle donne, che in casa nessuno aveva tenuto conto di lei, nemmeno
Mariano, che il meglio ch'ella poteva fare era di morire, e via di
questo tono.
Quando Roberto s'avvide che nè le sue parole, nè le sue carezze
potevano calmare sua madre, egli cedette al bisogno irresistibile che
provava di rimaner solo, e andò a chiudersi nella sua camera da
studio. Avrebbe veduto volontieri, oh quanto! una persona, ma quella
persona non c'era. La signora Dal Bono non aveva stimato opportuno di
condur Lucilla ad assistere ad una così dolorosa tragedia, nè si
poteva darle torto.
Seduto su una poltrona, coi gomiti appuntati sulle ginocchia, con la
faccia nascosta tra le mani, il giovine rimase a lungo come
trasognato. Le lagrime gli si erano rasciugate sul ciglio, non
piangeva più, non pensava nemmeno; vedeva passarsi confusamente
davanti agli occhi le terribili immagini degli ultimi giorni, vedeva
il suo babbo adorato steso senza moto sul letto, ma credeva ancora di
vaneggiare, credeva che non fosse il suo babbo. Da mesi e mesi la
catastrofe era prevista, era ritenuta inevitabile, eppure, in quel
dormiveglia dello spirito, Roberto non sapeva ancora capacitarsi
ch'essa avesse colpito la sua casa. Curioso stato dell'animo, nel
quale si ha la coscenza dei fatti avvenuti, ma si presume ch'essi
siano avvenuti ad altri che a noi.
Alla lunga Roberto si risentì dal suo torpore, si guardò intorno, e si
alzò da sedere. Che brividi aveva per l'ossa! Si avvicinò alla
finestra. La pioggia batteva sui vetri; non uno squarcio azzurro nel
cielo; per quanto la pupilla si protendeva lontano era una sola
nuvola, grigia, uniforme, ampia come la volta del firmamento. Roberto
si mosse di nuovo e diè un'occhiata alle sue biblioteche. I suoi
libri, i suoi cari amici, la cui schiera era cresciuta con lui, essi
che avevano alimentato il suo pensiero, che avevano svegliato la sua
immaginazione, erano lì raccolti in bell'ordine, legati quasi tutti in
marocchino col titolo in oro sul dorso, a ricordargli un tempo finito
per sempre, il tempo dei cari studi, degli ozi fecondi,
dell'agiatezza. Molti tra quei libri glieli aveva regalati suo padre,
o nel giorno della sua festa, o al capo d'anno, o dopo gli esami, o in
altra ricorrenza qualsiasi, chè già al signor Mariano non mancavano
mai pretesti per far regali, E con che gusto eran scelti! C'era il
meglio di cinque letterature, la latina, l'italiana, la francese, la
tedesca, l'inglese. Poi c'erano i volumi comprati da lui, spendendo
buona parte della mesata che suo padre aveva cominciato a passargli
quando aveva compiuto i dodici anni e che gli aveva a grado a grado
aumentata col passar del tempo. Egli non aveva da pensare che a' suoi
minuti piaceri e a provvedersi i suoi testi di scuola. S'era quindi
formato una buona biblioteca scientifica, che poteva essergli preziosa
anche in avvenire.
Ah, la sua camera da studio! Quante ore liete vi aveva passate! Come
in essa tutto gli rammentava la sua infanzia gioconda, la sua
adolescenza felice e cinta d'affetto! Quando i suoi condiscepoli
venivano a visitarlo--oh!--essi dicevano--il tuo non è uno studio, è
una reggia.--Quei mobili così di buon gusto, quel parafuoco che la sua
mamma gli aveva ricamato, quel tagliacarte d'avorio, dono di Lucilla,
quei gingilli sparpagliati sulla consolle, quelle stampe appese alle
pareti, quel ricco album di fotografie, tutto insomma rivelava
un'esistenza confortata dagli agi e dalla tenerezza domestica. Poi i
cassetti della sua scrivania chiudevano altri tesori. In uno v'erano i
suoi versi, poichè il suo ingegno aveva pari disposizione per le
lettere e per le scienze, e i suoi versi, senz'essere capolavori,
erano spontanei, affettuosi; in un altro c'era una cartella co' suoi
disegni; progetti di fabbriche con le relative piante, cogli spaccati
e coi vari dettagli decorativi; più basso si trovavano i suoi
quaderni, i suoi calcoli algebrici, le sue formule, tutti i ricordi
insomma della scuola.
Ah, la sua camera da studio! Com'ella si rallegrava quando Lucilla vi
faceva una rapida apparizione col pretesto di veder una nuova
litografia, di prender un libro, oppure, senza tanti preamboli, per
salutarvi il suo amico. Vi restava per tutta la giornata come un
torpore di sole, come un profumo di fiori. Ma non era soltanto la
venuta di Lucilla che vi era cara e desiderata. Spesso il signor
Mariano entrava nel santuario di suo figlio, e vi si tratteneva per un
paio d'ore a fumare e a discorrer di mille cose. Pareva impossibile
come in mezzo a tante faccende il signor Mariano conservasse una
freschezza di fantasia da disgradarne un giovine che si affaccia alla
soglia dell'esistenza, come sapesse tenersi a giorno di tutte le
novità scientifiche e letterarie, come in tutti gli argomenti
riuscisse a essere un colto e amabile parlatore. I condiscepoli di
Roberto non s'infastidivano della sua presenza, non ammutolivano
davanti a lui, ma rimanevano stupefatti di tante cognizioni e di tanta
festività.
Ma ormai questa camera da studio non aveva più pregio pel nostro
giovine. Essa apparteneva al passato, apparteneva al periodo felice
della sua vita, a quel periodo che la morte di suo padre chiudeva per
sempre.
E in ogni modo, fino a quando avrebbe potuto rimanervi? Gli era pur
forza romper gl'indugi, rinunciare agli agi, gettarsi a capo fitto
nella lotta. Forse suo padre s'apponeva al vero rimproverandosi di
averlo avvezzato troppo bene. Oh! d'ora in poi non avrebbe camminato
sui soffici tappeti, non avrebbe potuto adagiarsi nelle poltrone a
molle e fumare il sigaro contemplando gli stucchi del soffitto. Chi sa
quale sarebbe stata la sua prima tappa nel viaggio faticoso? Anche
rimanendo in Milano (ed egli contava di andarsene per sottrarsi alla
tentazione di continuar nelle vecchie abitudini), anche rimanendo in
Milano gli sarebbe stato indispensabile cambiar casa, e questo era
anzi uno dei primi provvedimenti a cui egli doveva persuadere sua
madre.
Roberto non si dissimulava le infinite difficoltà che lo aspettavano
al varco, ma egli non era accasciato sotto il peso di queste; sentiva
in sè una fibra virile più atta a spezzar gli ostacoli che disposta a
lasciarsi spezzare. Ciò che l'opprimeva era il peso del suo dolore. Oh
il suo povero babbo! Il suo povero babbo!
I tristi uffici che la morte impone nelle case da lei visitate non
consentirono a Roberto di perdersi in troppo lunghe meditazioni.
Alcuni amici suoi e amici del defunto si erano offerti di alleggerirlo
di molte cure strazianti: egli li ringraziò, ma volle far quasi tutto
da sè. Scrisse di suo pugno gli avvisi mortuari, diede egli stesso
tutte le istruzioni pei funerali. Sua madre, in un momento di calma,
l'aveva fatto chiamare, aveva voluto veder l'avviso che le era parso
troppo semplice, e con la frivolezza vanitosa ch'era una delle sue
caratteristiche, gli aveva detto:--Bada di far le cose per bene. I
funerali del tuo povero padre devono esser splendidi.... Bisogna che
tutta Milano si accorga dell'uomo che ha perduto.... E che vi siano
necrologie su tutti i giornali.
A questo punto s'era messa a piangere.... Poi aveva imposto a Roberto
di spedir gli inviti a parecchie famiglie dell'aristocrazia con cui
ella era in qualche relazione.--Non siamo da meno di loro.... E voglio
saper esattamente chi sarà venuto e chi no.... per regolarmi in
avvenire.
La signora Federica parlava sempre dell'avvenire come s'esso avesse
potuto esser uguale al passato, come se non ci fosse per lei la
necessità di cambiar radicalmente il suo sistema di vita.
Comunque sia, il desiderio della signora Federica circa allo splendore
del servizio funebre fu pienamente esaudito, non tanto pel lusso della
cerimonia, quanto pel concorso delle pubbliche rappresentanze e dei
cittadini. Il cavaliere Arconti poteva aver avuto i suoi difetti,
poteva aver abusato alquanto della sua influenza nell'_Unione_ per
trascinare la Società a qualche impresa un po' arrischiata e non
conforme appieno all'indole dello Statuto, ma le sue qualità eminenti
d'ingegno e di cuore, ma i sacrifizi da lui fatti in ogni tempo per la
sua patria gli avevano creato numerose simpatie e avevano reso
generale il compianto per la sua fine immatura. Vecchi commilitoni del
48, antichi conoscenti perduti di vista da un pezzo, Associazioni
operaie che noveravano il cavaliere Mariano fra i membri onorari,
avevano voluto far atto di presenza intorno alla sua bara, insieme
agli amici più intimi, alle rappresentanze del Municipio e della
Camera di Commercio, ai consiglieri, agli impiegati e a molti
azionisti dell'_Unione_, accorsi, malgrado le recenti vicende, a
rendere un estremo omaggio al già onnipossente direttore della
società. Nè erano mancate le carrozze dell'aristocrazia, il cui
intervento stava tanto a cuore alla signora Federica. E in mezzo al
dolore sincero ch'ella provava, quand'ella ebbe la relazione del
funerale, quando seppe che il carro mortuario era stato seguito
dall'equipaggio di casa X e di casa Y, quando lesse le numerose
necrologie comparse nei principali fogli della città, non potè a meno
di prender un'aria di trionfo e di esclamare:--Oh gli Arconti sono
qualche cosa in Milano!--indi la signora Federica ebbe un'_idea_, una
delle sue solite idee. Bisognava ordinare al Vela la statua di
Mariano. Non era possibile che Mariano non avesse un monumento, mentre
lo avevano tanti asini e tanti farabutti.