Il giorno solenne dell'assemblea generale non tardò ad arrivare.
Quella mattina la signora Federica si alzò piena di fiducia. Suo
marito avrebbe senza dubbio sgominato gli avversari come tante altre
volte, e tutta questa burrasca si sarebbe risolta in nulla. Le cose
avrebbero ben presto ripreso il loro andamento normale, e la salute di
Mariano, un po' scossa dalle agitazioni degli ultimi tempi, si sarebbe
rimessa con due o tre mesi di riposo in un luogo di cura sui laghi.
Era ben giusto che Mariano chiedesse due o tre mesi di riposo, era ben
naturale che la Società glieli accordasse.
L'ottimismo della signora Federica non era diviso nè dal cavaliere
Mariano, nè da Roberto, i quali sapevano come stessero le faccende, e
come fossero falliti i tentativi di accomodamento tra il Consiglio di
amministrazione e i gruppi ostili. Ci sarebbe stata battaglia, e la
sconfitta era certa. Roberto tremava per suo padre. Il medico non gli
aveva dissimulato che la tensione d'animo in cui si trovava il
cavalier Mariano gli era fatale e poteva precipitare la crisi. Ma come
rimediarvi? Il cavaliere era uno di quegli uomini pronti a morire
piuttosto di ritirarsi il giorno della battaglia.
Un paio d'ore prima dell'adunanza, uno tra i membri del Consiglio
d'amministrazione, ch'era anche amico personale suo, si recò da lui
per sottoporgli un'ultima proposta dei dissidenti. I suoi colleghi,
egli soggiunse, non volevano esercitare alcuna pressione sul suo
animo, nè sciogliersi dalla solidarietà che avevano con lui; pesasse
il pro e il contro del partito che gli era offerto, e ch'era il
seguente. Gli avversari parevano disposti a recedere da ogni voto di
biasimo, purchè l'Arconti domandasse addirittura un congedo di un anno
per motivi di salute, e consentisse quindi a non ingerirsi per un anno
negli affari della Società. In questo periodo di tempo si sarebbe
veduto di combinar le cose in modo di comune soddisfazione.
Roberto, ch'era presente al colloquio, e teneva gli occhi fissi su suo
padre, il cui volto andava avvampando di collera, disse in tono
supplichevole:
--Non agitarti, babbo, riflettici con calma; ti si offre un anno di
riposo, e quest'anno di riposo può conservarti alla tua famiglia, può
arrestare, può vincere la tua malattia....
Il signor Mariano scattò come una molla.--Un anno di riposo! Oh prima
che finisca l'anno, il riposo, e un ben più lungo riposo, sarà venuto
da sè.
--Babbo, non dirlo--interruppe Roberto.
--Si vuol la mia dimissione. Si vuole ch'io ceda il campo senza
battaglia. Ebbene, no, assolutamente no. Se si vuole la mia dimissione
forzata, si venga a intimarmela, se si spera d'avere la mia dimissione
spontanea, la si avrà, ma non oggi.... Quando avrò messo a nudo queste
cabale, questi intrighi, queste coalizioni indecenti, quando avrò
difeso la mia opera di quindici anni, allora mi dimetterò....
Vergognati, Roberto, del tuo falso amor filiale. Chi ama davvero,
rispetta, e tu devi rispettare e voler rispettata la dignità di tuo
padre. Ma non intendi che si direbbe: Arconti ha capito che bisognava
metter tutto in tacere, non far pubblicità, accomodarsi alla meglio? E
allora s'inventerebbero le favole più assurde, le calunnie più
odiose....
--No, Arconti, no,--interruppe il consigliere ch'era venuto a far la
proposta--io vi garantisco che l'assemblea voterebbe oggi stesso un
ordine del giorno tale da porre la vostra fama al coperto....
--Sogni, apparenze. Gli ordini del giorno dell'assemblea non
potrebbero toglier l'impressione che farebbe il veder che io non
difendo la mia amministrazione accusata, e che lascio il mio posto nel
giorno del pericolo. È inutile insistere. Fossi moribondo, fossi
agonizzante, oggi mi farei portare all'adunanza e brucerei la mia
ultima cartuccia.
Il colloquio fu troncato così. Il cavalier Mariano, rimasto solo con
suo figlio, misurò per qualche tempo in lungo e in largo il suo studio
a passi concitati; poi guardò l'orologio e disse a Roberto:--Andiamo,
mi accompagnerai alla seduta. Animo, giovinotto, alla tua età dovrebbe
piacere l'odor della polvere.... A proposito, la Direzione delle
Meridionali mi scrive offrendomi un posto per te sulla linea
Taranto-Reggio.... È molto lontano.... Ne parleremo dopo desinare.
--Andar via adesso?... Lasciarti! Oh no....
--Forse hai ragione--soggiunse il signor Mariano, tentennando
tristamente il capo.--Mi dorrebbe troppo che tu non ci fossi
quando.... Basta.... Passiamo a salutare tua madre....
La faccia seria di suo marito e di suo figlio non bastarono a scuoter
la fede della signora Arconti. Per lei quella era una giornata di
pieno trionfo, ed ella rimproverava gravemente Roberto della sua
pusillanimità!
--Povera donna!--sospirò il cavalier Mariano, allontanandosi a braccio
del giovine.--Lasciamole le sue illusioni.... È il suo carattere.... È
vero che in tanti anni dacchè siamo marito e moglie non ha mai dovuto
misurarsi con le avversità.
Da molto tempo la sala delle adunanze generali dell'_Unione_ non s'era
vista così affollata. Come avviene sempre in simili casi, molti fra i
presenti non erano azionisti di fatto, ma rappresentavano un certo
numero d'azioni inscritte in loro favore per la circostanza. E questi
signori non sapevano nemmeno di che si trattasse; sapevano soltanto
ch'erano lì per votare in un dato modo.
Due giovinotti di primo pelo, adocchiatisi da due lati della sala, si
mossero incontro e si strinsero cordialmente la mano.
--Anche tu qui?--disse uno d'essi che portava l'occhialino inforcato
al naso.
--Anch'io. Rappresento dieci azioni della casa Baggelli,--rispose
l'altro, che aveva un soprabito color cannella.
--E io rappresento Larice. Ma non sono il solo. Quello lì ha tante
azioni che, se non le ripartisce fra parecchie persone nei giorni
dell'assemblea generale, non può mai esercitare l'influenza che gli
spetta.
--Dunque siamo dell'opposizione tutti e due. Tutti e due cospiratori,
come nell'_Ernani. Ad Augusta._
--_Per Augusta_.
--Abbasso la camorra! Abbasso il Consiglio!
--Abbasso il Direttore sopratutto!
--Conti di prender la parola?
--Io? Mi meraviglio. Son qui per votare l'ordine del giorno
dell'opposizione. E tu?
--Tal quale. Zitto come un pesce. Le chiacchiere son chiacchiere; i
voti son quelli che valgono. C'era stato qualche tentativo di accordo,
ma andò fallito.
--Battaglia all'ultimo sangue, allora.
--All'ultimo sangue.
Quand'entrò il Consiglio d'amministrazione, i capannelli ch'erano
sparsi nella sala si sciolsero e tutti gli occhi si fissarono sul
Direttore, al quale si sapeva che il Consiglio aveva deferito
l'incarico di sostenere la lotta.
Nell'aspetto egli era molto diverso dagli anni precedenti. La sua
maestosa persona si era alquanto incurvata, le sue guancie erano
pallide e floscie. Solo gli occhi conservavano l'antico splendore,
l'antica energia.
Il Presidente scosse il campanello, dichiarò aperta la seduta, e diede
la parola al Direttore per la lettura della sua relazione.
Le relazioni che l'Arconti soleva presentare ogni anno all'assemblea
generale dell'_Unione_ erano modelli di perspicuità e di efficacia. Lo
stile degli affari che gl'Italiani conoscono così poco vi era
maneggiato maestrevolmente. Questa volta però il cavalier Mariano
aveva superato sè stesso. Non era soltanto una lucida illustrazione
delle cifre del bilancio, una classificazione ordinata e precisa delle
varie operazioni della Società; era anche una difesa anticipata degli
appunti che si facevano al Consiglio. Le cause dei poco brillanti
risultati dell'anno erano scrutate con rara diligenza e finezza, ed
erano poi egregiamente lumeggiate le speranze dell'avvenire, di
quell'avvenire, diceva la relazione, che non appartiene ai
pusillanimi, ma ai perseveranti e agli audaci. Onde nulla di più
improvvido, si concludeva, che cedere allo scoraggiamento e alimentare
i dubbi degli altri cominciando a dubitar di sè stessi.
La lettura di questo importante documento venne accolta con favore da
un terzo dell'assemblea, e con un silenzio glaciale dagli altri due
terzi.
L'opposizione cominciò a far capolino timidamente nella relazione dei
censori. In mezzo a molti elogi c'era pure qualche osservazione
critica, c'era il sommesso desiderio di un indirizzo più cauto da
darsi agli affari.
Le idee dei censori servirono d'addentellato agli avversari
dell'amministrazione per ismascherare le loro batterie. Le
osservazioni critiche divennero biasimi aperti, i desideri sommessi
presero un tono insistente, imperioso. I dubbi, non sulla realtà
materiale delle cifre del bilancio, ma sulla esattezza di alcuni
apprezzamenti, vennero formulati nel modo più esplicito, e si svolse
l'ordine del giorno già prenunciato circa la nomina di un'apposita
commissione avente lo scopo di riveder questo bilancio.
Il Presidente del Consiglio d'amministrazione combattè del suo meglio
una siffatta proposta, che aveva il carattere di un voto di sfiducia,
e dichiarò che, ov'essa fosse stata accolta dall'assemblea, nè egli,
nè alcuno de' suoi colleghi avrebbe potuto rimanere al suo posto.
Altri consiglieri parlarono nello stesso senso, e anche dal grembo
degli azionisti sorsero voci più o meno autorevoli contro un ordine
del giorno che avrebbe portato una crisi. Finalmente si levò l'oratore
più formidabile del Consiglio.
Molti fra i più eloquenti uomini politici avrebbero invidiato la
facondia, la lucidezza, l'efficacia del suo linguaggio. Le cose
ch'egli aveva già esposto mirabilmente nella sua relazione, scolpite
ora con una parola plastica e viva, acquistavano l'aria di verità
indiscutibili. E la sua voce e il suo gesto s'animavano di mano in
mano ch'egli procedeva nel suo discorso, e a sentirlo e a vederlo in
quel momento non si avrebbe detto che una malattia terribile gli
logorava le viscere e gli scavava il terreno sotto i piedi. Quand'egli
sedette, scoppiò un applauso fragoroso, a cui presero parte anche
alcuni fra i suoi più accaniti oppositori.
--Bravo!--esclamò il giovinotto dall'occhialino--_Voilà ce qui
s'appelle parler._
Il suo amico dal soprabito color cannella, che gli era seduto vicino,
lo tirò per la falda del vestito.--Applaudi?
--Sicuro. Io sono un uomo indipendente.
--E il voto?
--Ah! il voto è un'altra faccenda. Voto per conto di Baggelli, ma
applaudo per conto mio.
Il cavaliere Arconti aveva fatto il suo ultimo sforzo. Ormai il suo
corpo era esausto ed egli non sarebbe stato in grado di replicare se
alcuno avesse ripreso la parola. Per buona ventura gli avversari
avevano ancora minor desiderio di misurarsi con lui. Il primo firmato
sotto l'ordine del giorno che formava il perno della battaglia si
limitò a dire che le ragioni svolte con tanta eloquenza dal Direttore
non erano bastate a smuovere dal proposito di un'inchiesta sul
bilancio nè lui, nè i suoi amici; che però una simile inchiesta non
doveva esser presa per ciò che non era. Non si dubitava menomamente
della lealtà dei preposti all'_Unione_, ma si trattava di mettersi
d'accordo sulla valutazione di alcuni enti, valutazione che influiva
sui risultati finali del bilancio.
Il cavalier Fionda, un azionista che aveva l'abitudine di parlare in
ogni assemblea e che gli altri avevano l'abitudine di non ascoltar
mai, fece anche questa volta il suo discorsetto, fra segni generali
d'impazienza. E sì ch'egli era convinto che le sue idee avrebbero
conciliato tutto e tutti!
--Ai voti! Ai voti!--si cominciò a gridar da più parti.
Si venne ai voti, e l'opposizione trionfò con una notevole
maggioranza.
Allora il Presidente annunziò che tutto il Consiglio dava la sua
dimissione, ed espresse il parere che convenisse rimettere a una
prossima seduta la nomina del Consiglio nuovo e la discussione degli
altri oggetti che figuravano all'ordine del giorno. I dimissionari
consentivano a rimaner in carica sino a questa nuova seduta.
Dopo una grande battaglia, una tregua è accettata volentieri da ogni
parte, e la mozione del Presidente fu accolta con plauso universale. I
vincitori sentivano anch'essi il bisogno di concertarsi prima di
andare avanti. D'accordo nell'idea di modificare l'indirizzo della
Società e di correggere qualche partita del bilancio, non erano
parimente d'accordo sulla via da tenersi poi. Alcuni avrebbero voluto
andar sino al fondo e cambiare dal primo all'ultimo i membri del
Consiglio d'Amministrazione; altri invece si sarebbero contentati di
molto meno, sia per riguardi personali, sia pel timore che un
rivolgimento troppo radicale potesse nuocere, anzichè giovare al
credito dell'_Unione_.
Sciolta l'adunanza, durò ancora per qualche tempo una straordinaria
agitazione nella sala, nei corridoi, per le scale. Chi si rallegrava e
chi si doleva dell'esito della giornata, chi si limitava a esprimere i
propri dubbi, chi si riscaldava anche con quelli che dividevano il suo
parere, e chi dava ragione successivamente a tutti gl'interlocutori.
Il signor Mariano s'era ritirato nella stanza della Presidenza ed era
cinto da un gruppo di consiglieri e d'azionisti che s'erano trattenuti
per conferir con lui sulla linea di condotta da seguirsi, ma ora
parevano più che altro turbati dal suo aspetto sofferente e
accasciato. La lotta gli aveva fatto trovare per un istante il vigore
della salute; adesso la malattia aveva ripreso il disopra. Si sforzava
di mostrarsi calmo, ma era pallidissimo, respirava a fatica, e non
poteva discorrere che interrottamente. Roberto, che gli era vicino,
andava rasciugandogli il sudore dalla fronte, lo aiutava a slacciarsi
il nodo della cravatta e sbottonarsi il panciotto, e gli sussurrava
all'orecchio.--Vuoi far venire un medico?--Ma il cavalier Mariano
rispondeva di no, e di lì a un quarto d'ora si mosse appoggiato al
braccio del figlio. Le gambe lo reggevano appena, e gli occorsero
alcuni minuti per discendere sino nel cortile ove c'era il legno ad
aspettarlo.--È un uomo morto--si bisbigliava sommessamente intorno a
lui. Il portinajo, che gli voleva un gran bene, ajutandolo a salire in
carrozza, stentava a trattener le lagrime. E quando il legno fu uscito
dal portone, egli si ritirò nel suo stanzino e si mise a piangere
ripetendo alla sua famiglia:--Il cuore me lo dice. Il cavalier Mariano
non passerà più questa soglia.
Intanto l'infermo, si può ben chiamarlo così, era giunto a casa, ove
la signora Federica ne attendeva il ritorno trionfale. A vederlo
invece in quello stato, ella comprese che la faccenda non era andata
secondo la sua aspettazione, e cominciò a tempestare di domande il
figliuolo e a inveire contro gli azionisti.
--Non parliamo adesso degli azionisti--le disse Roberto.--Il peggio si
è che il babbo sta male davvero.
--Male! Male!--replicò la signora Federica.--Sarà una cosa
passeggera.... effetto della commozione....
--Oh pur troppo, mamma, è inutile illuderci. La condizione di mio
padre è gravissima.
Mentre la signora Federica voleva a ogni costo ingannar sè medesima,
il cavalier Mariano s'era fatto condur nella sua camera e s'era
sdraiato su una poltrona.
Il dottor Rebaldi, che non tardò ad arrivare, fu vittima anche lui
d'una sfuriata della signora Federica. Perchè le aveva taciuta la
verità? Perchè non aveva impedito a Mariano di andare a una seduta
tumultuosa, ov'era naturale ch'egli si sarebbe agitato fuor di misura!
Ella avrebbe ben saputo impedirglielo, se ne fosse stata avvertita in
tempo. Ma a lei, ch'era la sola persona che avesse influenza sopra
Mariano, s'era voluto tener segreta ogni cosa. Benissimo! E s'era
invece parlato con Roberto, un ragazzo impressionabile, nervoso, che
dava sempre ragione a suo padre.
Ci sono al mondo persone così pienamente irresponsabili di quello che
dicono che il discuter con loro è tempo perduto. E il dottor Rebaldi
agì da uomo savio, non curandosi di ribattere le contumelie della
signora Federica, nè di ricordarle che altra volta ella lo aveva
fieramente investito perchè egli s'era permesso di alludere alla
malattia del cavaliere. Allora ella non voleva ammettere che una
malattia grave ci fosse; adesso accusava gli altri di non averle detto
che c'era.
Il buon medico rispose alla signora Federica che forse ella aveva
ragione, ma che bisognava preoccuparsi del presente e non del passato,
che adesso l'essenziale pel signor Mariano era la calma e ch'era
quindi necessario di evitare tutto ciò che potesse turbarlo.
E la signora Federica, che non era punto cattiva, si lasciò
persuadere; ma ell'era di quelle donne che non istanno ferme sopra un
pensiero quindici minuti di seguito. Povere creature senza equilibrio,
proprio come navi senza zavorra! Finchè battono le loro ali di
farfalla, tanto e tanto possono passare. Ma se si provano a chetarsi,
è inutile, non ci riescono. Così la signora Federica oscillava dai
parossismi della disperazione ai sogni dorati dell'ottimismo. La
mattina si strappava i capelli, e la sera faceva piani per l'avvenire,
come se il signor Mariano fosse già in convalescenza. La mattina
diceva che Roberto era freddo, perchè non dava la testa nelle pareti;
la sera diceva ch'era esaltato perchè non sapeva divider le sue rosee
speranze. E come parlava con suo figlio, così parlava con suo marito.
Ora gli si gettava ai piedi protestando che non potrebbe vivere senza
di lui, scongiurandolo di perdonarle le sue frivolezze, ora, a ogni
sosta insignificante della malattia, sedeva vicino alla sua poltrona
e, dopo avergli annunziato con aria trionfante che ormai non c'era più
nulla da temere, gli discorreva in tono carezzevole d'una nuova
_toilette_.
Il cavalier Mariano aveva una singolare indulgenza per le puerilità di
sua moglie. Era lui che calmava le impazienze di Roberto, e al medico,
il quale voleva allontanar di camera la signora Federica, come quella
che non riusciva che a far confusione, ripeteva sempre:--Lasciala
stare. Poveretta! È il suo carattere. Non c'è rimedio.
Pure, in mezzo a queste continue prove d'affetto e di tolleranza, gli
sfuggiva di tratto in tratto qualche parola che mostrava com'egli
comprendesse che donne simili alla signora Federica non sono le
migliori compagne della vita.--La moglie--gli scappava detto qualche
volta con suo figlio--dovrebb'esser la confidente di tutti i nostri
pensieri, dovrebbe saper divider tutte le nostre angustie, saperci dar
coraggio in tutte le nostre incertezze. Non bisognerebbe mai amare una
donna soltanto perchè è bella e non è cattiva.
Il signor Mariano aveva realmente amato la signora Federica perch'era
bella, ed egli moriva adesso col presentimento che Roberto
commetterebbe il medesimo errore con Lucilla.