IV.

Il giorno solenne dell'assemblea generale non tardò ad arrivare.

Quella mattina la signora Federica si alzò piena di fiducia. Suo

marito avrebbe senza dubbio sgominato gli avversari come tante altre

volte, e tutta questa burrasca si sarebbe risolta in nulla. Le cose

avrebbero ben presto ripreso il loro andamento normale, e la salute di

Mariano, un po' scossa dalle agitazioni degli ultimi tempi, si sarebbe

rimessa con due o tre mesi di riposo in un luogo di cura sui laghi.

Era ben giusto che Mariano chiedesse due o tre mesi di riposo, era ben

naturale che la Società glieli accordasse.

L'ottimismo della signora Federica non era diviso nè dal cavaliere

Mariano, nè da Roberto, i quali sapevano come stessero le faccende, e

come fossero falliti i tentativi di accomodamento tra il Consiglio di

amministrazione e i gruppi ostili. Ci sarebbe stata battaglia, e la

sconfitta era certa. Roberto tremava per suo padre. Il medico non gli

aveva dissimulato che la tensione d'animo in cui si trovava il

cavalier Mariano gli era fatale e poteva precipitare la crisi. Ma come

rimediarvi? Il cavaliere era uno di quegli uomini pronti a morire

piuttosto di ritirarsi il giorno della battaglia.

Un paio d'ore prima dell'adunanza, uno tra i membri del Consiglio

d'amministrazione, ch'era anche amico personale suo, si recò da lui

per sottoporgli un'ultima proposta dei dissidenti. I suoi colleghi,

egli soggiunse, non volevano esercitare alcuna pressione sul suo

animo, nè sciogliersi dalla solidarietà che avevano con lui; pesasse

il pro e il contro del partito che gli era offerto, e ch'era il

seguente. Gli avversari parevano disposti a recedere da ogni voto di

biasimo, purchè l'Arconti domandasse addirittura un congedo di un anno

per motivi di salute, e consentisse quindi a non ingerirsi per un anno

negli affari della Società. In questo periodo di tempo si sarebbe

veduto di combinar le cose in modo di comune soddisfazione.

Roberto, ch'era presente al colloquio, e teneva gli occhi fissi su suo

padre, il cui volto andava avvampando di collera, disse in tono

supplichevole:

--Non agitarti, babbo, riflettici con calma; ti si offre un anno di

riposo, e quest'anno di riposo può conservarti alla tua famiglia, può

arrestare, può vincere la tua malattia....

Il signor Mariano scattò come una molla.--Un anno di riposo! Oh prima

che finisca l'anno, il riposo, e un ben più lungo riposo, sarà venuto

da sè.

--Babbo, non dirlo--interruppe Roberto.

--Si vuol la mia dimissione. Si vuole ch'io ceda il campo senza

battaglia. Ebbene, no, assolutamente no. Se si vuole la mia dimissione

forzata, si venga a intimarmela, se si spera d'avere la mia dimissione

spontanea, la si avrà, ma non oggi.... Quando avrò messo a nudo queste

cabale, questi intrighi, queste coalizioni indecenti, quando avrò

difeso la mia opera di quindici anni, allora mi dimetterò....

Vergognati, Roberto, del tuo falso amor filiale. Chi ama davvero,

rispetta, e tu devi rispettare e voler rispettata la dignità di tuo

padre. Ma non intendi che si direbbe: Arconti ha capito che bisognava

metter tutto in tacere, non far pubblicità, accomodarsi alla meglio? E

allora s'inventerebbero le favole più assurde, le calunnie più

odiose....

--No, Arconti, no,--interruppe il consigliere ch'era venuto a far la

proposta--io vi garantisco che l'assemblea voterebbe oggi stesso un

ordine del giorno tale da porre la vostra fama al coperto....

--Sogni, apparenze. Gli ordini del giorno dell'assemblea non

potrebbero toglier l'impressione che farebbe il veder che io non

difendo la mia amministrazione accusata, e che lascio il mio posto nel

giorno del pericolo. È inutile insistere. Fossi moribondo, fossi

agonizzante, oggi mi farei portare all'adunanza e brucerei la mia

ultima cartuccia.

Il colloquio fu troncato così. Il cavalier Mariano, rimasto solo con

suo figlio, misurò per qualche tempo in lungo e in largo il suo studio

a passi concitati; poi guardò l'orologio e disse a Roberto:--Andiamo,

mi accompagnerai alla seduta. Animo, giovinotto, alla tua età dovrebbe

piacere l'odor della polvere.... A proposito, la Direzione delle

Meridionali mi scrive offrendomi un posto per te sulla linea

Taranto-Reggio.... È molto lontano.... Ne parleremo dopo desinare.

--Andar via adesso?... Lasciarti! Oh no....

--Forse hai ragione--soggiunse il signor Mariano, tentennando

tristamente il capo.--Mi dorrebbe troppo che tu non ci fossi

quando.... Basta.... Passiamo a salutare tua madre....

La faccia seria di suo marito e di suo figlio non bastarono a scuoter

la fede della signora Arconti. Per lei quella era una giornata di

pieno trionfo, ed ella rimproverava gravemente Roberto della sua

pusillanimità!

--Povera donna!--sospirò il cavalier Mariano, allontanandosi a braccio

del giovine.--Lasciamole le sue illusioni.... È il suo carattere.... È

vero che in tanti anni dacchè siamo marito e moglie non ha mai dovuto

misurarsi con le avversità.

Da molto tempo la sala delle adunanze generali dell'_Unione_ non s'era

vista così affollata. Come avviene sempre in simili casi, molti fra i

presenti non erano azionisti di fatto, ma rappresentavano un certo

numero d'azioni inscritte in loro favore per la circostanza. E questi

signori non sapevano nemmeno di che si trattasse; sapevano soltanto

ch'erano lì per votare in un dato modo.

Due giovinotti di primo pelo, adocchiatisi da due lati della sala, si

mossero incontro e si strinsero cordialmente la mano.

--Anche tu qui?--disse uno d'essi che portava l'occhialino inforcato

al naso.

--Anch'io. Rappresento dieci azioni della casa Baggelli,--rispose

l'altro, che aveva un soprabito color cannella.

--E io rappresento Larice. Ma non sono il solo. Quello lì ha tante

azioni che, se non le ripartisce fra parecchie persone nei giorni

dell'assemblea generale, non può mai esercitare l'influenza che gli

spetta.

--Dunque siamo dell'opposizione tutti e due. Tutti e due cospiratori,

come nell'_Ernani. Ad Augusta._

--_Per Augusta_.

--Abbasso la camorra! Abbasso il Consiglio!

--Abbasso il Direttore sopratutto!

--Conti di prender la parola?

--Io? Mi meraviglio. Son qui per votare l'ordine del giorno

dell'opposizione. E tu?

--Tal quale. Zitto come un pesce. Le chiacchiere son chiacchiere; i

voti son quelli che valgono. C'era stato qualche tentativo di accordo,

ma andò fallito.

--Battaglia all'ultimo sangue, allora.

--All'ultimo sangue.

Quand'entrò il Consiglio d'amministrazione, i capannelli ch'erano

sparsi nella sala si sciolsero e tutti gli occhi si fissarono sul

Direttore, al quale si sapeva che il Consiglio aveva deferito

l'incarico di sostenere la lotta.

Nell'aspetto egli era molto diverso dagli anni precedenti. La sua

maestosa persona si era alquanto incurvata, le sue guancie erano

pallide e floscie. Solo gli occhi conservavano l'antico splendore,

l'antica energia.

Il Presidente scosse il campanello, dichiarò aperta la seduta, e diede

la parola al Direttore per la lettura della sua relazione.

Le relazioni che l'Arconti soleva presentare ogni anno all'assemblea

generale dell'_Unione_ erano modelli di perspicuità e di efficacia. Lo

stile degli affari che gl'Italiani conoscono così poco vi era

maneggiato maestrevolmente. Questa volta però il cavalier Mariano

aveva superato sè stesso. Non era soltanto una lucida illustrazione

delle cifre del bilancio, una classificazione ordinata e precisa delle

varie operazioni della Società; era anche una difesa anticipata degli

appunti che si facevano al Consiglio. Le cause dei poco brillanti

risultati dell'anno erano scrutate con rara diligenza e finezza, ed

erano poi egregiamente lumeggiate le speranze dell'avvenire, di

quell'avvenire, diceva la relazione, che non appartiene ai

pusillanimi, ma ai perseveranti e agli audaci. Onde nulla di più

improvvido, si concludeva, che cedere allo scoraggiamento e alimentare

i dubbi degli altri cominciando a dubitar di sè stessi.

La lettura di questo importante documento venne accolta con favore da

un terzo dell'assemblea, e con un silenzio glaciale dagli altri due

terzi.

L'opposizione cominciò a far capolino timidamente nella relazione dei

censori. In mezzo a molti elogi c'era pure qualche osservazione

critica, c'era il sommesso desiderio di un indirizzo più cauto da

darsi agli affari.

Le idee dei censori servirono d'addentellato agli avversari

dell'amministrazione per ismascherare le loro batterie. Le

osservazioni critiche divennero biasimi aperti, i desideri sommessi

presero un tono insistente, imperioso. I dubbi, non sulla realtà

materiale delle cifre del bilancio, ma sulla esattezza di alcuni

apprezzamenti, vennero formulati nel modo più esplicito, e si svolse

l'ordine del giorno già prenunciato circa la nomina di un'apposita

commissione avente lo scopo di riveder questo bilancio.

Il Presidente del Consiglio d'amministrazione combattè del suo meglio

una siffatta proposta, che aveva il carattere di un voto di sfiducia,

e dichiarò che, ov'essa fosse stata accolta dall'assemblea, nè egli,

nè alcuno de' suoi colleghi avrebbe potuto rimanere al suo posto.

Altri consiglieri parlarono nello stesso senso, e anche dal grembo

degli azionisti sorsero voci più o meno autorevoli contro un ordine

del giorno che avrebbe portato una crisi. Finalmente si levò l'oratore

più formidabile del Consiglio.

Molti fra i più eloquenti uomini politici avrebbero invidiato la

facondia, la lucidezza, l'efficacia del suo linguaggio. Le cose

ch'egli aveva già esposto mirabilmente nella sua relazione, scolpite

ora con una parola plastica e viva, acquistavano l'aria di verità

indiscutibili. E la sua voce e il suo gesto s'animavano di mano in

mano ch'egli procedeva nel suo discorso, e a sentirlo e a vederlo in

quel momento non si avrebbe detto che una malattia terribile gli

logorava le viscere e gli scavava il terreno sotto i piedi. Quand'egli

sedette, scoppiò un applauso fragoroso, a cui presero parte anche

alcuni fra i suoi più accaniti oppositori.

--Bravo!--esclamò il giovinotto dall'occhialino--_Voilà ce qui

s'appelle parler._

Il suo amico dal soprabito color cannella, che gli era seduto vicino,

lo tirò per la falda del vestito.--Applaudi?

--Sicuro. Io sono un uomo indipendente.

--E il voto?

--Ah! il voto è un'altra faccenda. Voto per conto di Baggelli, ma

applaudo per conto mio.

Il cavaliere Arconti aveva fatto il suo ultimo sforzo. Ormai il suo

corpo era esausto ed egli non sarebbe stato in grado di replicare se

alcuno avesse ripreso la parola. Per buona ventura gli avversari

avevano ancora minor desiderio di misurarsi con lui. Il primo firmato

sotto l'ordine del giorno che formava il perno della battaglia si

limitò a dire che le ragioni svolte con tanta eloquenza dal Direttore

non erano bastate a smuovere dal proposito di un'inchiesta sul

bilancio nè lui, nè i suoi amici; che però una simile inchiesta non

doveva esser presa per ciò che non era. Non si dubitava menomamente

della lealtà dei preposti all'_Unione_, ma si trattava di mettersi

d'accordo sulla valutazione di alcuni enti, valutazione che influiva

sui risultati finali del bilancio.

Il cavalier Fionda, un azionista che aveva l'abitudine di parlare in

ogni assemblea e che gli altri avevano l'abitudine di non ascoltar

mai, fece anche questa volta il suo discorsetto, fra segni generali

d'impazienza. E sì ch'egli era convinto che le sue idee avrebbero

conciliato tutto e tutti!

--Ai voti! Ai voti!--si cominciò a gridar da più parti.

Si venne ai voti, e l'opposizione trionfò con una notevole

maggioranza.

Allora il Presidente annunziò che tutto il Consiglio dava la sua

dimissione, ed espresse il parere che convenisse rimettere a una

prossima seduta la nomina del Consiglio nuovo e la discussione degli

altri oggetti che figuravano all'ordine del giorno. I dimissionari

consentivano a rimaner in carica sino a questa nuova seduta.

Dopo una grande battaglia, una tregua è accettata volentieri da ogni

parte, e la mozione del Presidente fu accolta con plauso universale. I

vincitori sentivano anch'essi il bisogno di concertarsi prima di

andare avanti. D'accordo nell'idea di modificare l'indirizzo della

Società e di correggere qualche partita del bilancio, non erano

parimente d'accordo sulla via da tenersi poi. Alcuni avrebbero voluto

andar sino al fondo e cambiare dal primo all'ultimo i membri del

Consiglio d'Amministrazione; altri invece si sarebbero contentati di

molto meno, sia per riguardi personali, sia pel timore che un

rivolgimento troppo radicale potesse nuocere, anzichè giovare al

credito dell'_Unione_.

Sciolta l'adunanza, durò ancora per qualche tempo una straordinaria

agitazione nella sala, nei corridoi, per le scale. Chi si rallegrava e

chi si doleva dell'esito della giornata, chi si limitava a esprimere i

propri dubbi, chi si riscaldava anche con quelli che dividevano il suo

parere, e chi dava ragione successivamente a tutti gl'interlocutori.

Il signor Mariano s'era ritirato nella stanza della Presidenza ed era

cinto da un gruppo di consiglieri e d'azionisti che s'erano trattenuti

per conferir con lui sulla linea di condotta da seguirsi, ma ora

parevano più che altro turbati dal suo aspetto sofferente e

accasciato. La lotta gli aveva fatto trovare per un istante il vigore

della salute; adesso la malattia aveva ripreso il disopra. Si sforzava

di mostrarsi calmo, ma era pallidissimo, respirava a fatica, e non

poteva discorrere che interrottamente. Roberto, che gli era vicino,

andava rasciugandogli il sudore dalla fronte, lo aiutava a slacciarsi

il nodo della cravatta e sbottonarsi il panciotto, e gli sussurrava

all'orecchio.--Vuoi far venire un medico?--Ma il cavalier Mariano

rispondeva di no, e di lì a un quarto d'ora si mosse appoggiato al

braccio del figlio. Le gambe lo reggevano appena, e gli occorsero

alcuni minuti per discendere sino nel cortile ove c'era il legno ad

aspettarlo.--È un uomo morto--si bisbigliava sommessamente intorno a

lui. Il portinajo, che gli voleva un gran bene, ajutandolo a salire in

carrozza, stentava a trattener le lagrime. E quando il legno fu uscito

dal portone, egli si ritirò nel suo stanzino e si mise a piangere

ripetendo alla sua famiglia:--Il cuore me lo dice. Il cavalier Mariano

non passerà più questa soglia.

Intanto l'infermo, si può ben chiamarlo così, era giunto a casa, ove

la signora Federica ne attendeva il ritorno trionfale. A vederlo

invece in quello stato, ella comprese che la faccenda non era andata

secondo la sua aspettazione, e cominciò a tempestare di domande il

figliuolo e a inveire contro gli azionisti.

--Non parliamo adesso degli azionisti--le disse Roberto.--Il peggio si

è che il babbo sta male davvero.

--Male! Male!--replicò la signora Federica.--Sarà una cosa

passeggera.... effetto della commozione....

--Oh pur troppo, mamma, è inutile illuderci. La condizione di mio

padre è gravissima.

Mentre la signora Federica voleva a ogni costo ingannar sè medesima,

il cavalier Mariano s'era fatto condur nella sua camera e s'era

sdraiato su una poltrona.

Il dottor Rebaldi, che non tardò ad arrivare, fu vittima anche lui

d'una sfuriata della signora Federica. Perchè le aveva taciuta la

verità? Perchè non aveva impedito a Mariano di andare a una seduta

tumultuosa, ov'era naturale ch'egli si sarebbe agitato fuor di misura!

Ella avrebbe ben saputo impedirglielo, se ne fosse stata avvertita in

tempo. Ma a lei, ch'era la sola persona che avesse influenza sopra

Mariano, s'era voluto tener segreta ogni cosa. Benissimo! E s'era

invece parlato con Roberto, un ragazzo impressionabile, nervoso, che

dava sempre ragione a suo padre.

Ci sono al mondo persone così pienamente irresponsabili di quello che

dicono che il discuter con loro è tempo perduto. E il dottor Rebaldi

agì da uomo savio, non curandosi di ribattere le contumelie della

signora Federica, nè di ricordarle che altra volta ella lo aveva

fieramente investito perchè egli s'era permesso di alludere alla

malattia del cavaliere. Allora ella non voleva ammettere che una

malattia grave ci fosse; adesso accusava gli altri di non averle detto

che c'era.

Il buon medico rispose alla signora Federica che forse ella aveva

ragione, ma che bisognava preoccuparsi del presente e non del passato,

che adesso l'essenziale pel signor Mariano era la calma e ch'era

quindi necessario di evitare tutto ciò che potesse turbarlo.

E la signora Federica, che non era punto cattiva, si lasciò

persuadere; ma ell'era di quelle donne che non istanno ferme sopra un

pensiero quindici minuti di seguito. Povere creature senza equilibrio,

proprio come navi senza zavorra! Finchè battono le loro ali di

farfalla, tanto e tanto possono passare. Ma se si provano a chetarsi,

è inutile, non ci riescono. Così la signora Federica oscillava dai

parossismi della disperazione ai sogni dorati dell'ottimismo. La

mattina si strappava i capelli, e la sera faceva piani per l'avvenire,

come se il signor Mariano fosse già in convalescenza. La mattina

diceva che Roberto era freddo, perchè non dava la testa nelle pareti;

la sera diceva ch'era esaltato perchè non sapeva divider le sue rosee

speranze. E come parlava con suo figlio, così parlava con suo marito.

Ora gli si gettava ai piedi protestando che non potrebbe vivere senza

di lui, scongiurandolo di perdonarle le sue frivolezze, ora, a ogni

sosta insignificante della malattia, sedeva vicino alla sua poltrona

e, dopo avergli annunziato con aria trionfante che ormai non c'era più

nulla da temere, gli discorreva in tono carezzevole d'una nuova

_toilette_.

Il cavalier Mariano aveva una singolare indulgenza per le puerilità di

sua moglie. Era lui che calmava le impazienze di Roberto, e al medico,

il quale voleva allontanar di camera la signora Federica, come quella

che non riusciva che a far confusione, ripeteva sempre:--Lasciala

stare. Poveretta! È il suo carattere. Non c'è rimedio.

Pure, in mezzo a queste continue prove d'affetto e di tolleranza, gli

sfuggiva di tratto in tratto qualche parola che mostrava com'egli

comprendesse che donne simili alla signora Federica non sono le

migliori compagne della vita.--La moglie--gli scappava detto qualche

volta con suo figlio--dovrebb'esser la confidente di tutti i nostri

pensieri, dovrebbe saper divider tutte le nostre angustie, saperci dar

coraggio in tutte le nostre incertezze. Non bisognerebbe mai amare una

donna soltanto perchè è bella e non è cattiva.

Il signor Mariano aveva realmente amato la signora Federica perch'era

bella, ed egli moriva adesso col presentimento che Roberto

commetterebbe il medesimo errore con Lucilla.

Nella lotta · 第 16 / 45 题