V. CUTTIN

nella “Coda del Diavolo„.

Magnifici dicitori, forti martellatori d'immagini nove, fervidi ribelli

codesti nuovi bardi che sul palcoscenico del Politeama Rossetti, al

cospetto dell'Areopago borghese, hanno strappato tutti i veli alla loro

Musa futura, accusata al pari di Frine, d'essere troppo audace, troppo

libera, ma altresì troppo bella nella rigogliosa espansione di una

giovinezza insofferente di leggi e di pastoie retrive.

Il pegaso della giovane scola futurista ha lasciato le vecchie ali tra

i rosai dell'Arcadia; lo slombato aganippeo poledro, è uscito a libera

pastura e s'è rifatto forte, snello, audace nella rinnovata lena che

gli viene da un'incontesa e animatrice libertà d'orizzonti luminosi.

Afferrato alla sua criniera, il _rinnovatore_ (al secolo F. T.

Marinetti) s'è slanciato lontano dai campi mietuti dall'artifizio, è

fuggito dai vecchi sacelli in cui poltriscono le reliquie della vecchia

Musa nella patena del classicismo e tra i fiori — ormai polverosi — del

romanticismo.

E sulle orme del _forte_ tutta una giovane falange di poeti dell'Italia

rinnovantesi si è slanciata alla conquista di «più spirabil aere»

gettando alle ortiche il liuto del menestrello e movendo fra le ruine

di Delfo, «con la fiaccola in pugno e con la scure.»

Una torma d'anarchici del ritmo ha assaltato le alture olimpiche, ha

incendiato i secolari allori ramificanti sui piedistalli arcaici delle

Muse, ha disperso al vento della libertà i residui della paleontologia

poetica e, giunta alla sommità, ha lanciato agli echi attoniti del

passato il fiero grido di ribellione: «Noi siamo la vita.»

E infatti, iersera, ascoltando i cinque bardi del futurismo, noi

abbiamo avuto quest'impressione diretta: Questa è la poesia che vive.

Per un istante il nostro spirito è uscito dal Museo delle vecchie

concezioni, ha fatto di cappello al portiere del Museo: il manierismo,

e s'è trovato in piena vita, nell'intensa vibrazione concentrica che va

dall'universo al cuore.

E invero, la poesia, come sgorga dalle labbra di F. T. Marinetti

è un'iride di tutte le voci misteriose che l'anima intende e che

la passione ripercote nella Vita: è la Verità che sgorga limpida,

impetuosa dalla sorgente dello spirito non annebbiato dal pregiudizio

dell'antico e oppressivo culto della forma. Si potrà discutere in

qualche sua enunciazione il futurismo, ma non si deve negare che

l'ideatore, l'iniziatore, l'apostolo del futurismo, sia un grande,

un meraviglioso ingegno. E perciò a Marinetti va il nostro plauso

incondizionato, plauso che già iersera espresse il consentimento del

pubblico intelligente.

Enrico Cavacchioli, che conobbi e ammirai nello specchio chiarissimo

delle «Ranocchie turchine», è grande anch'esso nella forza della

concezione nella robusta martellatura del verso, che pare niello ed è

ferro fucinato.

E così i due poeti Buzzi e Mazza (ai quali l'indole di questo periodico

non mi consente di dedicare nemmeno poche linee) apparvero iersera

degni del Maestro e del Duce.

F. T. Marinetti è decisamente fortunato: la sua scuola non perirà

perchè il successo n'è affidato a discepoli di tempra superba e di

nobilissimo ingegno.

L'accademia poetica di iersera fu indubbiamente la consacrazione

ufficiale del futurismo.

_Vittorio Cuttin._

L'Incendiario; col rapporto sulla vittoria futurista di Trieste · 第 16 / 57 题