G. GIACOMELLI

nell'“Osservatore Triestino„.

Davanti a un uditorio ch'era la gran folla del Politeama, si

presentarono iersera tre dei cinque poeti futuristi che avevano

annunciato la lettura dei loro lavori.

F. T. Marinetti lesse prima una sua spiegazione sul futurismo,

dicendolo «distruzione del passato», un bando a tutte le vecchie forme

d'immaginazione e di prosodia, perchè si cantino liberamente la vita

e le conquiste della scienza, si canti tutto ciò che è lotta, dalla

guerra alla patria, dal militarismo «all'opera distruggitrice dei

libertari.»

Il signor Mazza declamò poi il «Manifesto del Futurismo», requisitoria

violentissima contro tutto il passato, sfolgorante nella forma, potente

nella densità dei concetti e nella franchezza senza esempio che giunge

a invocare la demolizione dei musei e delle biblioteche, concedendo

tutt'al più che vengano visitati una volta l'anno come i cimiteri.

Tale violenza rivoluzionaria provocò qua e là nell'uditorio una

forte reazione e predispose male per ascoltare «La regola del sole»,

grazioso lavoro di linee delicatissime, detto con voce troppo fioca,

dal suo autore signor Palazzeschi. Ma i futuristi, nemici acerrimi

d'ogni opportunismo, non se ne preoccuparono e i signori Marinetti e

Mazza s'avvicendarono nella lettura di poesie futuriste del Lucini,

del Cavacchioli, del Buzzi, dell'Altomare, del Covoni, del De Maria

e proprie. Potente, grandiosa la visione poetica del terremoto di

Messina, del Lucini, e l'ode all'automobile del Marinetti; vivi

quadretti della vita quelli del Buzzi; serena visione della natura «La

gioia» del Cavacchioli; vigorosa immaginazione la poesia «All'eroe che

verrà» del De Maria; fantasime fulgenti quelle del Govoni.

Tutti questi lavori, che accanto a squarci di bellezza suprema,

presentano qualche pecca di esagerazione o di soverchia insistenza

nello svolgimento di certi concetti, s'impongono per l'assoluta

libertà di ritmo e perchè mirano all'armonia invece che alla melodia,

ma s'impongono anche perchè in essi la lingua «viva» della nazione

italiana è assurta a solo istrumento di espressione, a solo elemento

di forma e d'immaginazione, così che tutte le immagini, tutte le

pennellate, le descrizioni, le visioni, vi scaturiscono vive dalla vita

d'oggi e non v'ha sillaba che ricordi il passato.

L'uditorio — in gran parte d'invitati — posto a fronte di una sì franca

rivoluzione di giovani ingegni, si divise in due campi: chi disapprovò

e chi applaudì; e gl'incidenti furono molti, molte le scaramucce a

parole.

Fu vittoria? Si tratta di futurismo e si lasci ai... posteri più o meno

vicini di giudicare. Ad ogni modo anche la musica del Wagner fu detta

dell'avvenire, ma è ormai di tutti i tempi.

_Giacomo Giacomelli._

L'Incendiario; col rapporto sulla vittoria futurista di Trieste · 第 15 / 57 题