nell'“Emancipazione„.
A Trieste, prima fra tutte le città italiane, i Futuristi hanno
affrontato, con la violenza travolgente dell'enunciazione del loro
programma, il pubblico d'un vasto teatro affollatissimo, forse perchè
qui il tradizionalismo ha radici meno profonde, e le idee di modernità
incontrano minor resistenza, fors'anche per un omaggio alla città
vibrante di patriottismo, fervida nella lotta, talora cruenta, d'ogni
giorno. Non potevano però certamente sperare di svellere con l'urto
impetuoso, veemente, le barbe sprofondate negli strati accumulati dalle
generazioni anteriori, nè questo sarà mai possibile. E se possibile
fosse, sarebbe sciagura.
L'urlo incendiario per i musei e le biblioteche destò un altro urlo:
di protesta. Ma l'inno alla giovinezza, alla forza, alla guerra per
il diritto, al patriottismo, alla ribellione del lavoro, al gesto
violento, ebbe una eco di entusiasmo in alcuni, di consentimento in
altri, di rispetto nel resto.
Si sentiva l'alto peana delle palestre e dei «fortiores», dei fabbri
e delle officine; il grido della gioventù e dei proletari, che con
lo sguardo all'avvenire, scavalcando le dighe del conservatorismo, si
slanciano alla conquista d'un mondo ideale, esuberanti di vigoria.
La letteratura rispecchia la vita sociale. Il periodo presente —
seguito a quello effervescente ch'ebbe la più estesa manifestazione
nel 48 — è di stasi, di lento riformismo, di materialismo e di
utilitarismo. Il socialismo s'è invecchiato, si è adagiato in un alveo
di adattamento, si è accomodato col privilegio dinastico e conservatore
per scalfirlo, e perdette la propria potenza.
Alla nuova generazione si offrono insegnamenti di opportunismo
machiavellico e di servilità. Ma essa sente d'essere chiamata a una
funzione ben diversa. I grandi passaggi nella storia non avvennero mai
che attraverso gli urti e le lotte. Negli ambienti ammuffiti le energie
giovanili si sfibrano; altro è il loro campo di azione: il campo
aperto, libere esse e svincolate dai ceppi del passato. I Futuristi,
giovani non ancora trentenni, si fanno interpreti del sentimento della
età propria, lo spingono fino all'acutezza, all'iperbole, scagliando
dietro le spalle il dardo della protesta e dell'invettiva. È lo sforzo
per lo sgombro del terreno, per la rincorsa necessaria.
Con pari ardore, se non nella stessa forma, la giovane generazione
dell'inizio del secolo scorso assalì il vecchio classicismo, di cui
erano stati luminari un Alfieri, un Monti, un Foscolo. I giovani
d'allora avevano sentito il bisogno di ringagliardire la letteratura
nel contatto popolare, considerando le lettere mezzo di rigenerazione
civile.
L'albore del romanticismo fu rivoluzionario. Classicisti erano i
gazzettieri venduti al governo austriaco a Milano. Gli scrittori
romantici del «Conciliatore» conobbero lo Spielberg e l'esilio. Se il
primo nucleo di giovani romantici si fosse presentato in un teatro,
non sarebbe stato diverso il contegno del pubblico d'allora da quello
di oggi verso il nucleo futurista: simpatia nei giovani, scherno nei
vecchi.
Alle fiamme le biblioteche e i musei: ecco l'iperbole.
Non alle fiamme; ma nemmeno i giovani si chiudano nel culto dello
stantìo, docili ai vecchi, obliando la missione dell'età propria.
I periodi rivoluzionari e riformistici, d'azione e di riposo (cioè di
studi storici, di commemorazioni) si avvicendano. L'Italia moderna ha
bisogno di spingersi innanzi; dopo quarant'anni di raccoglimento, alla
generazione nuova incombe l'obbligo di rinnovellare la vita nazionale
interna ed esterna: in fonderle lo spirito di iniziativa, scuoterla e
chiamarla all'alta sua missione tra i popoli.