nell'“Indipendente„.
A proposito di futurismo e di poeti futuristi, molti si chiedevano
in questi giorni di fervida pubblicità per gli albi, che cosa
veramente volesse dire questo benedetto futurismo, che cosa veramente
pretendessero i cinque nomi di poeti che facevano capolino ad ogni
svolto di via: Marinetti, Buzzi, Cavacchioli, Palazzeschi, Armando
Mazza.
C'era un programma, una formula nuova che unisce in collettività
poetica questo gruppo di giovani coraggiosi? Oppure il futurismo non è
altro se non una bandiera per essere sventolata d'occasione, tanto per
costringere tutti i pigri ad accorgersi anche di questi ribelli figli
dell'oggi?
Occorre la violenza della pubblicità per scuotere l'interesse
sonnecchiante. Ed il duce dei futuristi, il principe di questi
guerrieri lo sa molto bene, ed a parere di certuni abusa della violenza
della réclame. Benchè infine la réclame d'oggigiorno nè sia uguale
nè possa essere simile a quella in uso 50 o 100 anni or sono. Tutto
è suscettibile di trasformazione, ed ormai sarebbe sciocco ancora il
credere... al trionfo della modestia.
La serata non fu priva d'incidenti. C'era dell'elettricità nell'aria.
Il teatro aveva un aspetto dei più imponenti. Folla in platea,
nelle poltroncine; folla nelle gallerie, nel loggione. La repubblica
letteraria triestina figurava nei palchetti.
Indispose alquanto una parte del pubblico l'annuncio che, dei cinque
poeti futuristi, non poterono recarsi a Trieste che tre: Marinetti,
Mazza e Palazzeschi. Mancavano Paolo Buzzi e Cavacchioli.
Il poeta Marinetti diede con brevi parole d'esordio la risposta a
quelli che si chiedevano cosa fosse il futurismo.
Sorse quindi Armando Mazza a dire con tono veramente di fuoco tutto il
primo proclama futurista, che a suo tempo venne pubblicato e criticato
dai diversi giornali del regno e di Francia, mentre sarebbe stato
meglio non l'avesse detto, perchè fece suscitare in vari punti proteste
di diverso genere fra alcune persone del pubblico. Alle proteste da
qualche parte si rispose con applausi. S'incrociarono nell'aria pure
delle insolenze.
Il baccano ebbe il massimo delle sue vibrazioni, quando il dicitore,
urlando con polmoni di ferro e senza scomporsi menomamente alle
proteste, diceva: «Noi incendieremo le biblioteche, distruggeremo le
gallerie, bruceremo i musei!»
Sedati i rumori si passò alla declamazione dei versi. Venne il turno
al poeta Aldo Palazzeschi, che ha un torto e purtroppo senza rimedio:
Ha un organo vocale troppo delicato per un ambiente come il Politeama
Rossetti. Perciò la declamazione della sua poesia _La regola del sole_
andò tutta confusa alle interruzioni d'una parte del pubblico. E fu
davvero peccato. In un ambiente più intimo dovrebbe indubbiamente
piacere.
Il rimanente del programma venne allora sostenuto tutto dal Marinetti
e dal Mazza. Udimmo ora da uno ora dall'altro versi già letti in
_Poesia_, la rivista milanese diretta dal Marinetti. Armando Mazza
lesse una lirica di Corrado Covoni, una _Canzone folle_ del Marinetti,
un frammento del _Canto d'angoscia e di speranza_ del Lucini e qualche
cosa del Cavacchioli. Peccato che lo sforzo fatto dal Mazza nel dire
il manifesto del futurismo, lo abbia poi reso quasi afono, mentre
prometteva così bene nella declamazione.
F. T. Marinetti fu il più fortunato dei tre; seppe conservare
inalterato il suo organo vocale in sino alla fine.
Disse degnamente i _Desideri_ di Libero Altomare, colorì a dovere la
canzone _All'eroe che verrà_ di Federico de Maria Piacque nella lirica
Alla Poesia di Paolo Buzzi e rese con efficacia tutta la tristezza del
_Canto dei reclusi_ del medesimo autore. Ma s'ebbe un vero successo
quando declamò la sua ben nota ode _All'Automobile_; ode che gli veniva
chiesta con insistenza da più parti nel teatro. Coronò il suo dire una
salva di ben nudriti applausi.
_Arturo Bellotti._