nel “Piccolo„.
Un magnifico teatro: le poltroncine tutte occupate, la platea zeppa,
le gallerie ben popolate. Il «futurismo» ha agitato la curiosità del
pubblico, e il pubblico, scoccata appena l'ora, non nasconde la sua
impazienza di vedere i «futuristi». Compariscono alla ribalta: sono
tre: Marinetti, che il pubblico riconosce e saluta con un applauso,
Aldo Palazzeschi e Armando Mazza. I due altri che erano promessi, Paolo
Buzzi ed Enrico Cavacchioli — lo annuncia il Marinetti — non poterono
allontanarsi da Milano: le loro poesie saranno recitate da lui e dai
colleghi. Frattanto, alla recitazione delle poesie il duce della scuola
vuol premettere un breve esordio per dichiarare in che consista il
futurismo. L'esordio è violentissimo; nè crediamo il pubblico abbia
mai ricevuto sulla faccia parole più violente. Afferma la volontà di
svincolare i vivi dai morti, la volontà di intraprendere una acerrima
lotta perchè una quantità di poeti, di pittori, di musicisti, di
statuarî dei nostri tempi, che dimenticati o ignorati, patiscono la
fame o soccombono moralmente all'avvilimento e alla tristezza, abbiano
una buona volta sgombro il cammino da quel culto del passato e delle
glorie fatte e strafatte al quale con neghittoso misoneismo dedica
tutta sè stessa l'umanità. Il futurismo vuole la gloria per gli artisti
vivi; non per gli artisti morti. Se il suo libero linguaggio offende le
abitudini del pubblico, il Marinetti riconosce al pubblico il diritto
di fischiarlo; non chiede applausi, ma fischi.
Il pubblico invece applaude. Il discorso era stato detto con veemenza:
conteneva una rivendicazione sociale dei diritti dell'arte giovane e
diseredata; la folla vi aveva riconosciuto un'idea generosa e non aveva
badato all'aggressività della forma.
Quindi si levò Armando Mazza e declamò il noto manifesto del
«futurismo». Una voce forte e squillante; un dicitore che par
tranquillo e padrone di sè. Due buoni polmoni e un'uniforme inflessione
energica sostituiscono la varietà dell'espressione e il colorito che
non è molto ricco. Ma il manifesto contiene cose troppo enormi, per
essere ascoltate placidamente, o sia pure con amabile scetticismo, da
un'assemblea di duemila persone: quando si giunge agli incendî delle
biblioteche, agli annegamenti dei quadri e delle statue trovate nei
musei, alla gioia vandalica degli incendiarî dalle dita carbonizzate,
sorgono mormorii, poi grida ostili ed opposizioni clamorose. Una parte
del pubblico batte le mani; un'altra parte fischia e rumoreggia; dalle
gallerie si saetta qualche invettiva.
L'irrequietudine, che a quando a quando è tumulto, continua mentre
Aldo Palazzeschi recita con voce fievole e bianca la sua _Regola del
sole_. Egli sciupa completamente la sua poesia che, a leggersi, è
bellissima. Pochi soltanto ne colgono qualche parola; gli altri cercano
distrazioni.
È il momento di maggior trambusto della serata. Poi l'ordine si
ricompone; e la recitazione può continuare senza impedimenti. Ma la
tempesta, piccola o grande che fosse, si è ripercossa sul palcoscenico:
la voce di Armando Mazza non è più quella, e anche il suo modo di
leggere i versi, con il testo sotto gli occhi e presentandosi di
profilo al pubblico, è il meno comunicativo che possa essere. Il
giovane dicitore non è ancora avvezzo ad affrontare la folla; il
Marinetti invece sì; la padroneggia con bella forza nervosa; e riesce
ad imporle e a farle gustare la larga linea di due liriche di Paolo
Buzzi e dell'_Eroe futuro_ di Federico de Maria. Sono gli squarci più
applauditi. Si recitano anche brani di Libero Altomare, di Corrado
Govoni, del Cavacchioli e la folta e meditata sì, ma eternamente lunga
poesia che Gian Pietro Lucini compose per la sciagura di Sicilia e di
Calabria.
. . . . . . .
_Silvio Benco._