È impossibile enumerare tutte le infamie di questo genere delle quali

sono vittime i nostri coloni. Il male è che il cattivo esempio viene

dall'alto. Cito fra molti un fatto--che posso documentare--avvenuto

recentemente a Yeruà. Il Governo argentino ha venduto dei terreni a

coloni italiani, pagamento rateale a dieci anni. Quando mancano gli

ultimi pagamenti, gl'incaricati della riscossione si rifiutano di

ricevere il denaro per poter così mantenere non definitivo e illegale il

possesso. E sapete perchè? Per poter cedere una parte di quelle terre

già pagate, sacrosantamente pagate, ad una Compagnia ferroviaria.

Tra errori e frodi, non è esagerato l'asserire che più del sessanta per

cento dei contratti di vendita di terre è di validità non accertata. La

colonia Cello, la colonia Josefina, la colonia Santarita, sono state

pagate interamente due volte; anzi molto di più, perchè nel nuovo

pagamento si è tenuto largamente conto dell'aumento del valore.

Non è facile immaginare quale sia questo aumento, talvolta. Il colono

prende possesso d'una terra vergine, e la terra ha bisogno di lunghe,

pazienti e faticose cure prima di schiudersi alla fecondità. Il colono

deve circondarla di recinti, deve costruirvi la casa, scavare i pozzi,

tracciare le strade, allevare gli animali da lavoro, dissodare la terra,

a più riprese sconvolgerla tutta. Soltanto dopo varî anni egli raccoglie

i frutti del suo assiduo lavoro. Nei primi anni le sementi si perdono; i

cardi e gli sterpi sotterrati dall'aratro tornano a sollevare i loro

steli tenaci fra le zolle, soffocando il frumento: bisogna schiacciarli

di nuovo sotto i colpi degli attrezzi campestri, come serpentacci, fino

a che si ritirano dai campi coltivati, vinti e dispersi. Ebbene, è

proprio in questo momento, quando il colono sta per ritrarre i primi

frutti del suo lavoro, che egli--nei casi troppo soventi di mala

vendita--si vede scacciato. Egli deve abbandonare la terra «con tutto

quanto vi è piantato, edificato e inchiodato»--come è detto nei

contratti di vendita. E deve abbandonare anche il raccolto, perchè

questa specie di sfratto laggiù compare, come una mala pianta, quando le

messi maturano.

*

* *

Ecco perchè anche il _colono_ come il _mediero_--del quale il lettore

conosce la triste esistenza--si trovano costretti a sfruttare ad

oltranza la terra, ripetendo senza posa le colture che offrono prodotti

di più facile smercio e di maggiore profitto, come il grano, il lino e

il mais, senza mai concederle una rotazione che significherebbe perdita

di tempo e di denaro, senza mai rinnovarle i sali sottratti dalla

vegetazione, senza mai darle riposo.

La terra s'impoverisce rapidamente. La vita media d'una colonia non

supera i venticinque anni. La crisi agricola, in molte delle più antiche

colonie argentine, diviene endemica. Entre Rios e Santa Fè declinano. Si

leggono nei giornali argentini delle descrizioni desolanti di miserie

profonde. Se il colono fosse lasciato libero del suo campo, senza

l'oppressione d'uno sfruttamento così grave, non basterebbero certo le

cavallette del Chaco a rodere in due anni la prosperità della campagna

argentina. È che i disastri agrarî trovano tanto la terra quanto i suoi

lavoratori immiseriti, incapaci a resistere.

La _Patria_ del 15 gennaio esponeva crudamente questa situazione. «Chi

fa le spese è il lavoro»--scriveva.--«In definitiva, o i coloni debbono

morir di fame per fare le spese ai proprietarî di terre e ai

capitalisti, ovvero debbono rendersi insolvibili verso chi somministra

loro le sussistenze; tutto il meccanismo dell'economia rurale non ha

che uno scopo solo: impinguare la scarsella ai latifondisti ed alle

imprese di colonizzazione.»

C'è di che far molto meditare gli organizzatori infaticabili dei nostri

scioperi agrarî!

*

* *

Ora il Governo argentino, per compensare la diminuzione costante della

produzione agricola, intende di dare un nuovo grande impulso alla

colonizzazione nel Sud. Ma nessuna prosperità durevole sarà possibile,

se la terra non verrà distribuita direttamente ai coltivatori, evitando

ogni intermediario. Ma, ahimè! l'affarismo e la speculazione già

cominciano a stendere i loro tentacoli sitibondi lungo i tracciati delle

nuove ferrovie del Sud...

Nell'Argentina vi sono sopra a duecentomila disoccupati, in parte

coltivatori, che hanno disertato i campi resi infecondi. Con questa

massa di lavoratori pratici del paese è possibile al Governo argentino

di tentare un vastissimo esperimento di colonizzazione, prima di

stimolare ciecamente nuova emigrazione italiana, che potrebbe ritrovare

laggiù antichi dolori e disinganni.

È la minore garanzia che possiamo pretendere contro lo sfruttamento

della nostra emigrazione lavoratrice.

LA TUTELA DELLA MADRE PATRIA.

[Dal _Corriere della Sera_ del 31 agosto 1902.]

Un console italiano, rappresentante la nostra diplomazia in una delle

principalissime città della Repubblica Argentina,--città dove vivono non

meno di quarantamila nostri connazionali--ha inviato una bella mattina

la lettera seguente alla _Patria degli Italiani_. È il grido d'un buon

burocratico che trova il suo tavolo troppo ingombro di lavoro, e che

invoca la meritata tranquillità:

«Nell'interesse e per norma dei nostri connazionali i quali avessero

reclami da sporgere per fatti dell'autorità da cui si ritenessero lesi,

sarò grato se vorrete pubblicare il seguente avviso:

«Giusta i principî stabiliti dal Governo del Re, i regî sudditi, i quali

si ritengono lesi nei loro diritti da qualche autorità locale, dovranno

_prima di tutto_--e fondandosi nelle garanzie loro accordate dalle

costituzioni argentine--rivolgersi successivamente, se necessario, a

_tutte_ le autorità superiori a quella dalla quale furono danneggiati,

fornendo ad esse le prove convincenti dei fatti asseriti».

Una parentesi: le parole in corsivo sono sottolineate nel testo

originale. E continuiamo:

«Solo nel caso, non presumibile, che la suprema autorità locale siasi

negata di far giustizia, od abbia indiscutibilmente violata

quest'ultima, i regî sudditi potranno far ricorso all'intervento

dell'autorità consolare, provando:

«1.º Che il reclamante ha diritto all'invocata protezione consolare, per

avere egli il possesso attuale della nazionalità italiana, e per la

regolarità della propria situazione di fronte alle leggi della Patria.

«2.º Che il reclamo è basato sulla realtà dei fatti, i quali perciò

debbono essere provati, e che esso abbia fondamento giuridico; giacchè

non tutti i danni sono suscettibili di risarcimento.

«3.º Che vi sia stato--ciò che non deve supporsi--un diniego od una

patente violazione di giustizia da parte delle supreme autorità locali.

«È pero lasciato al prudente criterio di equità del Regio Console il

giudicare, caso per caso, della opportunità o meno di interporre fin da

principio, in favore dei reclamanti, il proprio intervento _ufficioso_,

allo scopo di conseguire eque transazioni ed amichevoli componimenti.

«Gradisca, ecc.».

Questo significa semplicemente, nell'Argentina, che i Consolati sono

inutili. Supponete un caso pratico, prendiamo un esempio nella piccola

cronaca di tutti i giorni: un soldato di polizia per distrarsi consegna

un colpo di daga ad un _gringo_. Il poveraccio non può correre dal

Console, da colui che dovrebbe rappresentare la tutela, la protezione

della sua patria. No, deve «prima di tutto, fondandosi nelle garanzie

accordate dalle costituzioni argentine, rivolgersi _successivamente a

tutte le autorità superiori_, ecc.». Dunque egli si fonda sulle

garanzie e corre--se può--dall'ufficiale di polizia; se non giova va dal

commissario; non basta? e allora protesta presso il «jefe politico»; se

l'alto funzionario non gli bada si reca dal ministro della provincia; se

il ministro gli nega giustizia si presenta al governatore; il

governatore lo manda al diavolo? allora va dal ministro della giustizia

del Governo federale; se questi rifiuta di accogliere il reclamo, il

poveraccio bussa alla porta del Presidente e gli racconta il fatto. È da

notarsi intanto che il regio suddito--per usare il termine

burocratico--si sarebbe dovuto trascinare appresso, sempre, i testimonî

e i periti, o almeno le perizie, perchè bisogna «fornire a tutte le

autorità le prove convincenti dei fatti asseriti». Il Presidente non gli

dà retta neanche lui, «ciò non deve supporsi»--dice il nostro

console--ma supponiamolo, che la verosimiglianza ci guadagna, e allora

il regio suddito--o i suoi discendenti perchè nel frattempo saranno

passati tanti anni!--trovandosi in perfetta regola con le emanazioni

consolari, ricorre al Console. La cosa è semplicissima; egli non ha che

a «provare di avere il possesso attuale della nazionalità italiana e di

dimostrare la regolarità della propria situazione di fronte alle leggi

italiane»; poi passa a dimostrare che «il reclamo è basato sulla realtà

di fatti, i quali debbono perciò essere provati» e fa una breve

dissertazione giuridica sul giuridico fondamento. In ultimo non ha che

da provare il diniego o la violazione di giustizia--e che sia

«patente»--da parte delle supreme autorità locali, e il Console

finalmente inizia i passi necessarî per ottenere la riparazione.

Ebbene, tutto questo è una burla feroce in un paese dove la giustizia è

quello che è, dove l'abuso e il sopruso sono moneta corrente, e dove il

delitto, specialmente se è a danno di stranieri, rimane così spesso

impunito. Quale difesa porge l'Italia a quei suoi figli lontani? quale

protezione? Il comunicato del Console in questione ce lo dice. Non è

colpa nostra se i legami fra la Madre Patria e gli emigrati si spezzano

così facilmente?

*

* *

Quel comunicato ha un significato molto grave, perchè non rappresenta

una stranezza d'un Console originale poco scrupoloso dei suoi doveri, ma

è la espressione di tutto il nostro sistema diplomatico: esso espone i

«principî stabiliti dal Governo del Re», esso rappresenta lo spirito

della legge, è la legge. Non è quel Console che non vuol proteggere le

vittime italiane dagli abusi abitudinarî delle autorità argentine: no, è

la nostra legge che non li difende, che non li ha mai difesi. Il Console

del quale ho parlato non ha fatto che trascrivere quello che dicono i

regolamenti diplomatici; egli è in regola. Si è visto forse assediato di

proteste di nostri confratelli angariati, fra tanti gridi di aiuto non

ha saputo più quali ascoltare, ed egli ha scritto quella lettera. Essa

in altre parole viene a dire: Ma voi credete che io possa fare del bene?

credete che io possa darvi protezione, aiuto, difesa? ah, no, voi non

sapete quali sono le attribuzioni del Console: esse sono queste e

queste.

È vero che «è lasciato al prudente criterio di equità del Regio Console

il giudicare, caso per caso, della opportunità, o meno, di interporre il

proprio intervento _ufficioso_ in favore dei reclamanti», ma quel

prudente criterio è così prudente che molto di raro mette la testa fuori

del Consolato, e ciò fa solo quando è impossibile farne a meno.

Da qualunque parte si vada si odono proteste contro l'inerzia dei

Consoli. Sono avvenute cose incredibili, non parlando che di questi

ultimi tempi; italiani vessati, truffati, angariati, feriti, assassinati

senza che in nome della loro Patria si levasse nessuna fiera voce di

protesta. Le autorità consolari domandano spiegazioni alle autorità

argentine; queste ne danno--buone o cattive poco monta--le autorità

consolari se ne dichiarano più o meno soddisfatte e ringraziano. Le

vittime figurano sempre dalla parte del torto, si capisce. Un'infinità

di fatti che hanno sollevato l'indignazione pubblica, sono passati,

così, come le cose più naturali.

Il tredici del luglio scorso un italiano, un certo Domenico Barolo,

venne arrestato senza ragione nella sua casa, a Rosario. Condottolo in

istrada gli agenti estrassero le daghe e gli diedero tanti colpi di

taglio e di piatto da stenderlo al suolo. Allora chiamarono una vettura

e ve lo gettarono di traverso come un sacco, ponendogli i piedi sul

petto. Rinvenuto, alla Commisseria, volevano fargli pagare una multa di

dodici pesos, ma poi per l'intermissione d'un signore che lo conosceva

venne rilasciato. Tutto questo è dettagliatamente narrato da un giornale

argentino, la _Repubblica_, la quale, fatta constatare l'esattezza del

racconto, inviò un redattore al Consolato italiano, accompagnato dalla

stessa vittima, per fare una protesta. Lo stesso giornale riportava,

dopo alcuni giorni, la notizia che le spiegazioni della polizia

argentina erano state trovate soddisfacenti dal Consolato italiano. Le

ferite, quell'infelice, se le sarebbe fatte da sè, cadendo. Basti il

dire--osserva la _Repubblica_--che egli ha, fra le altre, varie ferite

alla sommità del cranio, e per farsele sarebbe dovuto cadere

replicatamente con la testa in giù e le gambe in aria, dritto come un

uovo.

Di questi fatti ve ne sono a bizzeffe. Un altro, caratteristico. A Bahia

Blanca, nel marzo passato, la polizia ha assalito con le armi degli

operai italiani che avevano scioperato per ragioni sacrosante che

abbiamo esposte in altro articolo. Vi sono stati quattro feriti, di cui

uno gravemente. Nessuna guardia ferita. L'autorità consolare, dopo

domandate delle spiegazioni alla polizia e fatta una specie d'indagine,

ha concluso che gli operai avevano torto, che la polizia era la vittima,

o poco meno, e che non si era potuto sapere il nome nemmeno di uno dei

pretesi feriti. I nomi, se all'autorità preme ancora saperli, eccoli:

Federico Dellepiane, Ivano Franchetti, Pasquale Severini e Pietro

Giorgenti. I due primi sono stati anche imprigionati. Il ferito grave

era il Dellepiane. La cosa non è un segreto--fuori che per la

diplomazia, pare--poichè fu resa pubblica da una protesta, al _Jefe

politico_, dei commercianti di Bahia Blanca, protesta portante

quarantatre firme--fra le quali molte di argentini.

*

* *

Quando pensiamo che la polizia nord-americana ha messo sotto sopra il

mondo per una miss Stone sequestrata, con tutti i riguardi, dai briganti

bulgari--la quale dopo tutto era andata a pescare la sua disgrazia con

la più evangelica buona volontà--; quando pensiamo che per un

missionario ammazzato, od anche minacciato, in Cina, si domandano

solenni riparazioni e si muovono minacciosamente le flotte; quando

pensiamo a tutto questo sentiamo la vergogna per l'abbandono in cui

lasciamo i nostri compatrioti all'estero, restando indifferenti davanti

ad ogni infamia, inerti e tranquilli. E poi ci stupiamo se gl'Italiani

non godono di troppo prestigio al di là dell'Atlantico.

In un paese, come l'Argentina, dove gli uomini pongono bene spesso sulla

bilancia della Giustizia il peso delle loro influenze e delle loro

relazioni, lo straniero, che non ha nessuno di questi pesi da mettervi,

trova la bilancia terribilmente difettosa. Per ridurla normale i

rappresentanti del suo paese dovrebbero gravarvi quanto basta con la

loro autorità. I nostri rappresentanti parlano seriamente di garanzie

costituzionali argentine sulle quali ci si dovrebbe fondare, e partono

in ogni questione dal principio che «non deve supporsi un diniego o una

violazione di giustizia». Già, come se quella bilancia laggiù andasse

bene!

Un diplomatico italiano mi disse un giorno che gli emigranti, per il

solo fatto di essere andati laggiù, accettavano tutte le condizioni

nelle quali si svolge la vita di quel paese, accettavano la sua

giustizia, la sua amministrazione, ecc. Il ragionamento è comodo, ma è

falso. Essi, poveretti, non sanno nulla di nulla; essi accettano, come

la pecora, per il solo fatto che segue il gregge, accetta la forbice che

la tosa o il coltello che la scanna. Ed è così che molti, troppi dei

nostri rappresentanti diplomatici sentono la loro missione. È pur vero

che chi di loro vuol fare non può.

Non può perchè v'è la consuetudine, v'è il precedente. Un console od un

ministro italiano che prendendo a cuore una questione parlasse alto,

risoluto, fieramente, non metterebbe troppo pensiero alle autorità

locali, le quali potrebbero sempre dire: nella tale occasione analoga a

questa si fece così e così, e foste contenti; in questa faremo lo

stesso, e dovrete essere contenti. Non può perchè i casi per levare voci

di protesta, per invocare a grandi gridi la giustizia sono tali e tanti,

che un console coscienzioso, nell'America del Sud, non saprebbe dove

cominciare, dove mettersi le mani, se non nei capelli per la

disperazione. Non può perchè sa che alle spalle non ha--povero emigrato

anche lui--che una ben debole protezione. Il Governo non vuole

seccature, non vuole complicazioni; il diplomatico più abile è quello

che dà meno noie, che solleva meno incidenti. Non bisogna essere troppo

esigenti, Dio mio, bisogna contentarsi delle spiegazioni che i governi

interessati hanno la bontà di fornire. Il diplomatico che ha troppi

scrupoli è presto tolto di mezzo; le buone relazioni internazionali sono

salve. C'è la consuetudine anche in questo: tanto che se il nostro

Governo per una volta si associa alle proteste di qualche suo agente,

non mette una gran soggezione, nemmeno ad un Venezuela. È una cosa così

nuova! Il Governo in fondo dice ai suoi consoli e ministri quello che

costoro dicono ai «regî sudditi»: Sbrigatevela da voi!

*

* *

Ed essi se la sbrigano. Cercano di tenersi amiche le autorità locali,

procurano di non urtare in niente, d'andare avanti sgusciando

destramente fra questione e questione, persuasi qualche volta che quella

è la buona via per cementare gli accordi fra Governo e Governo, per

fomentare le fratellanze. Le autorità locali ne sono _enchantées_. Così

essi assicurano la tranquillità dei rapporti diplomatici e non

compromettono la loro carriera.

E non hanno torto. La carriera li preoccupa giustamente. Essi sono degli

impiegati; anzi sono troppo impiegati. E la diplomazia non dovrebbe

procedere alla stregua della burocrazia. La promozione e il trasloco

degli agenti diplomatici dovrebbero essere soggetti a ben diverse leggi

da quelle che regolano la promozione e il trasloco di altri impiegati

dello Stato. Non può un diplomatico essere, supponiamo, vice-console ad

Anversa, console a San Paulo del Brasile, console generale a

Costantinopoli, segretario a Tokio, come un impiegato alle imposte

dirette è commesso a Sassari e ricevitore ad Otranto. L'azione del

diplomatico spazia nell'ambiente in cui egli vive, e deve essere diversa

a seconda dei diversi ambienti. Un console non può limitarsi

nell'Argentina o nel Brasile a dare ai suoi connazionali la sua

protezione nella stessa misura e nella stessa forma con le quali le dà,

che so, a Londra o a Berlino. I governi, le autorità, la Giustizia, le

amministrazioni offrono ben diverse garanzie nei diversi paesi, ed è

assurdo che l'azione dei consoli sia limitata dagli stessi «principî

stabiliti dal governo del Re» in qualunque parte del mondo si trovino.

Il console deve poterne uscire da quelle trincee protocollate, e per

uscirne deve conoscere intimamente l'ambiente. Ma questo non avverrà mai

finchè egli sarà portato dalla sua «carriera» a considerare il posto che

occupa come una posizione transitoria.

«Fra tre, fra due, fra un anno io me ne andrò»--egli pensa--e prosegue

soavemente la sua via, chiudendo occhi e orecchie alle proteste che si

levano intorno a lui e alle domande angosciose d'aiuto e di difesa. Se

egli poi, per lunga residenza o per alto sentimento del dovere,

approfondisce l'ambiente, sa trovare tutte le fila del nuovo meccanismo

sociale nel quale si trova, conosce gli uomini che lo circondano, sa

parlar loro, sa chiedere, concedere o volere, ecco che viene sbalestrato

agli antipodi. Noi avevamo, per esempio, un funzionario pratico

dell'Africa che conosceva l'Eritrea e i suoi abitanti perfettamente, che

parlava l'arabo e l'amarico e lo abbiamo mandato console in.... Cina,

come se i cinesi e gli abissini fossero la stessa cosa. Così, su per

giù, avvengono i nostri «movimenti diplomatici.»

Gl'Inglesi invece... (È seccante dover ricorrere sempre all'esempio

inglese, ma gl'Inglesi, pur troppo, anche qui, hanno un'indiscutibile

superiorità). Gl'Inglesi, dicevo, per molti paesi creano dei diplomatici

direi quasi specialisti. A Pechino vi sono presso la Legazione inglese

numerosi studenti di cinese i quali, giunti a maturità di studio,

diventano consoli inglesi disseminati nel Celeste Impero. Il presente

ministro inglese a Pechino è uno degli orientalisti più stimati e le sue

opere sull'antica letteratura cinese sono preziose. In molti paesi,

nell'Argentina fra gli altri, alcuni consoli d'Inghilterra sono dei

commercianti. Essi offrono moltissimi vantaggi: conoscenza perfetta del

paese, delle sue forze economiche, della sua potenzialità produttrice,

della sua potenza di consumo; poi innegabile abilità diplomatica, perchè

la _ruse_ d'un commerciante non ha rivali; inamovibilità, che è garanzia

di serietà, di circospezione e di pratica dell'ambiente. Infine

vantaggio non minore è che gli interessi della loro nazione combinano

con i loro stessi interessi; una diminuzione di prestigio è una

diminuzione d'affari; la prosperità del commercio inglese è anche la

loro fortuna. Essi sono mescolati alla vita sociale, la forza che deriva

dalla loro autorità non rimane rinchiusa nel loro ufficio, ma irradia su

tutta la vasta cerchia dei connazionali che hanno con essi affari,

rapporti e contatti. Non è certo desiderabile che, per imitare gli

Inglesi, i nostri consoli nei centri minori divenissero commercianti e

viceversa; ma che i consoli fuori d'Europa restassero a compire la loro

carriera diplomatica nel paese che essi conoscono di più, questo sì che

sarebbe veramente da pretendersi.

*

* *

Col nostro sistema è chiaro che il Governo non potrà sempre

avere--attraverso i suoi rappresentanti--un'idea troppo chiara

dell'essenza e dell'indole di certi Governi lontani e per conseguenza

della maniera di trattare efficacemente con essi.

Basta, per accorgersene, paragonare l'azione del Governo nostro presso

quello argentino in certi casi, e quella del Governo inglese in casi

analoghi (e perdonatemi se torno in ballo con gl'Inglesi). Una

volta--sono molti anni, ma chi ha avuto contatti col mondo diplomatico a

Buenos Aires lo rammenta bene--venne da un _caudillo_ della provincia

della capitale ammazzato per questioni d'interesse un suddito inglese.

Alle domande di giustizia, il Governo argentino rispose con promesse che

restarono allo stato di promesse. Alle proteste del ministro inglese non

rispose più nulla, aspettando dal tempo il benefico oblìo. Allora il

Governo inglese fece affiggere in tutte le stazioni ferroviarie e in

tutti i porti del Regno Unito un avviso che diceva presso a poco così:

«Il Governo di S. M. la Regina rende noto che nella Repubblica argentina

la vita non è garantita». Era il momento della grande emigrazione e il

principio delle grandi imprese: il Governo argentino, informato dal suo

ministro a Londra, si allarmò e domandò lo stracciamento degli avvisi.

Fu risposto che questo sarebbe avvenuto soltanto dopo la punizione

dell'assassino del suddito inglese. L'assassino fu preso e condannato

subito.

L'Argentina vista come è · 第 14 / 15 段