Durante i lavori della campagna trova facilmente a vendere le sue

braccia, se però qualche flagello non ha distrutto i raccolti. Quando

sulle grandi aie le trebbiatrici rumorose ed ansimanti divorano i

covoni, ed il frumento scorre via dal loro fianco come un liquido d'oro,

una folla d'uomini s'affatica intorno alle macchine, porge loro i

bocconi, raccoglie il grano nei sacchi che poi trasporta sui carri

enormi. Sono centinaia di peoni. Da dove vengono? Nessuno si cura di

saperlo; nessuno domanda il loro nome. Giungono a branchi, attirati dal

frumento come le formiche. Sono accettati fino a che ve n'è bisogno;

vengono contati e distribuiti al lavoro sotto la sorveglianza di

_capataz_. Ricevono un nutrimento che varia--a seconda dei luoghi--ma

che è invariabilmente cattivo; bevono acqua calda e quasi sempre

melmosa, raramente mescolata con un po' di _caña_--acquavite ricavata

dalla distillazione della canna di zucchero. Il loro lavoro è aspro,

terribile, sotto al sole torrido. Hanno un salario che può andare dal

mezzo _peso_ al giorno fino ai due _pesos_. Quando il raccolto è

cattivo, il salario diminuisce. Quest'anno un numero grandissimo di

peoni lavora nelle _estancias_ per il solo cibo, ossia per il permesso

di vivere.

I peoni più fortunati sono quelli che trovano un lavoro fisso; essi

ricevono quindici, venti _pesos_ al mese, ed hanno il vitto.

Purtroppo non è rarissimo il caso di peoni ai quali viene rifiutata la

mercede pattuita. Finito il lavoro vengono qualche volta scacciati. Si

sa bene che le loro proteste non sono ascoltate.

Vivono come le bestie, dormono in molti dentro un tugurio, che nella

città è una camera di _conventillo_ e in campagna una capanna od anche

una semplice tettoia. Se ammalano cadono nelle mani di una _curandera_

(poter chiamare il medico nelle campagne argentine è un lusso), la quale

lega loro dei nastri rossi al polso per guarirli dalla febbre palustre,

cava loro qualche libbra di sangue se accusano un grande male alla

testa, fanno loro ingoiare le cose più strane e repugnanti per guarirli

da un po' di tutto. E muoiono così, sul loro giaciglio.

Il peone che ha una famiglia, non sempre ne è unito. È il primo

consiglio che gli emigranti poveri ricevono dalle «Guide» distribuite in

Italia, e dagli impiegati dell'_Hôtel de Inmigrantes_: separatevi dalla

vostra famiglia; le donne trovano facilmente ad occuparsi in Buenos

Aires! Ed essi e le loro donne si separano: partono alla ricerca del

lavoro per vie diverse che talvolta non s'incontrano più.

Il sogno del peone è divenire _mediero_, ossia affittuario di un pezzo

di terra. Talvolta riesce a mettere da parte un po' di denaro, qualche

centinaio di _pesos_, realizza il suo sogno. Le economie del peone sono

il risultato di una vita miserabile, sordida, piena di sacrificî

inauditi, di avvilimenti e di rinuncie spesso vergognosi. Se nella

patria s'imponessero questi lavoratori una parte dei sacrificî che

compiono sotto la sferza del bisogno laggiù, e se dedicassero alla loro

terra soltanto un po' di quelle fatiche crudeli, alle quali li costringe

la necessità in America, allora l'Italia sarebbe senza dubbio il più

ricco paese del mondo.

*

* *

Il _mediero_ prende in affitto una o due _concessioni_ (la concessione è

un quadrato di 860 metri di lato). Si fabbrica con le sue mani una

capanna di legno e di fango seccato a mattoni, ricoperta di una lastra

di zinco o di paglia. L'abitazione di terra è tradizionale; vi sono

città come Mendoza, per esempio, che sono quasi interamente costruite

così. Non è raro, viaggiando per la campagna, di vedere dentro un

ristretto recinto dei cavalli che corrono per tutti i versi spaventati

da gridi e da colpi di frusta. Lo strano torneo dura delle ore, e non è

facile capire a prima vista che quelle brave bestie con i loro nobili

caracollamenti hanno il modesto ufficio d'impastare il fango per

costruirne delle case.

La vita del mediero è meno incerta di quella del peone, ma non meno

dura. Egli vive isolato in mezzo alla sterminata pianura. Spesso il

centro di popolazione più vicino dista delle leghe. Una visita del

medico costa venti _pesos_ alla lega (50 lire). In caso di malattia ogni

cura efficace è impossibile. Nell'estate, quando il grande calore

corrompe l'acqua dei pozzi, il tifo ed il vaiolo mietono intere

famiglie. In quella triste stagione è comune il vedere attaccato alla

porta delle casupole un cencio nero, che si agita al vento tropicale

soffiante dal Brasile e dal Paraguay caldo come il soffio d'una fornace.

Quel cencio nero che sembra un uccellaccio di malaugurio agonizzante,

significa che la morte è passata da lì: è il segno del lutto. La durezza

delle condizioni fatte dal proprietario costringe il mediero a coltivare

molta più terra di quanto sarebbe in grado di fare. Questo rende i

lavori campestri eccessivamente faticosi. Il padrone sfrutta il mediero,

e questi sfrutta la terra. La coltivazione si riduce allo strappare al

suolo quanto più prodotto è possibile col minimo di lavoro, in

proporzione alla superficie. Una famiglia normale coltiva circa cento

ettari di terra. Le operazioni campestri debbono ridursi a due sole, per

mancanza di tempo e di forza: la semina e la raccolta. La terra non

sente la cura continua, operosa, della mano dell'uomo; non viene

rinvigorita dalle concimazioni, nè liberata dalle male erbe. Si spossa

rapidamente; dopo otto dieci anni, la sua forza produttrice declina

rapidamente. L'uomo è costretto ad abbandonarla; essa ritorna pascolo;

il deserto la invade di nuovo. Il proprietario è molto ricco, e poco

gl'importa di sostituire l'agricoltura con la pastorizia nelle terre

sfruttate; ma il mediero, salvo casi non troppo comuni, è sempre povero.

Esso abbandona i campi ingrati in cerca di nuovo lavoro, ma con molto

coraggio e molte illusioni di meno. È incalcolabile il numero di medieri

che in quest'anno di misero raccolto sono tornati ad essere peoni.

Ricordo d'averne incontrati tanti e tanti nelle colonie di Santa Fè e di

Rosario, tragiche figure di affamati. Sono venute le annate di buon

raccolto, ma essi non hanno potuto profittare della prosperità. La

ricchezza strappata alla terra con tanta fatica, è passata per le loro

mani senza lasciarvi nulla, mentre intorno a loro si sono andati

arrotondando dei patrimonî. È necessario fermarci ad illustrare

brevemente lo sfruttamento del quale è vittima la grande massa di questi

poveri lavoratori dei campi.

*

* *

La condizione più comune fatta dai proprietarî ai medieri è quella detta

della terzeria. Il mediero deve mettere del proprio gli attrezzi da

lavoro--che in una coltivazione estensiva consistono in macchine

agricole che rappresentano un discreto capitale--deve mettere gli

animali da lavoro, e infine le sementi; e deve consegnare al padrone una

quantità del prodotto totale variante dal 25 al 30%. Questa parte del

prodotto deve essere posta in sacchi nuovi, e portata a spese del

mediero fino sui vagoni della più vicina stazione ferroviaria.

Il mediero si pone generalmente al lavoro senza capitali o con capitali

insufficienti. Le macchine e il resto deve acquistarli a credito; deve

anche acquistare le prime sementi. Tutto questo o gli viene anticipato

dal proprietario, oppure fornito da un _almacenero_. In tutti e due i

casi i prezzi sono gravati inumanamente. L'ombra di questo debito si

proietta su tutte le prime annate di lavoro, durante le quali è

necessario eseguire opere preparatorie, come la scavazione dei pozzi, la

costruzione delle stalle e dell'abitazione, e il frutto della terra è

minimo. Il mediero ha bisogno di farsi anticipare il vitto fino ai primi

raccolti. Nulla di più facile: egli ha offerte da tutte le parti: vi

saranno i prodotti che pagheranno tutto. I commercianti delle campagne,

tenitori di strani magazzini dove si trova di tutto, dalla trebbiatrice

alla pasta da minestra e dal grano ai cappelli, si affrettano a divenire

creditori, e porre così una specie d'ipoteca sul lavoro del mediero.

L'agricoltore è quasi sempre ignaro dei prezzi; la sua diffidenza è

dissipata presto dall'apparente fiducia di cui è fatto segno. Egli non

si accorge che non è a lui che si presta, ma alla terra. Se il raccolto

si presenta bene, egli vede aumentarsi il debito; quando passa per il

_pueblo_ (piccolo centro) viene assediato d'offerte dal suo fornitore;

gli si imbottisce il carro di stoffe per le sue donne, di conserve

alimentari, di un po' di tutto. Egli è sedotto da questa effimera

abbondanza. Si abitua a non misurare più le sue forze, fino al momento

che il debito non lo ha ridotto allo stato di strumento facitore di

ricchezza; egli come una pompa assorbe dalla terra i suoi tesori per

dissetare avide bocche.

Nei tempi del raccolto, che richiede grande rapidità per non

compromettere il prodotto, egli non può bastare da solo con la sua

famiglia a compire i lavori campestri sulle grandi estensioni che è

costretto a coltivare; ha bisogno di peoni, le cui mercedi sono a suo

carico. Le spese aumentano. Le distanze poi rendono qualche volta

disastroso il trasporto. Tutte queste difficoltà sono superate quando la

terra vergine compensa ad usura i suoi sudori. Ma allorchè sopraggiunge

la cattiva annata, quando dal Gran Chaco, che sembra la misteriosa

patria dei flagelli, vengono i nuvoli di cavallette e si rovesciano sui

suoi campi, quando la tormenta li inonda di sabbia arida, quando la

siccità li brucia, oppure quando la terra stanca e spossata dallo

sfruttamento continuo rifiuta i suoi doni, allora la miseria terribile

sopraggiunge. Tutti gli uccelli di rapina piombano sulla casa del

mediero. Egli è vittima di tutti gli agguati legali e non legali, di

tutte le infamie. Se il paese traversa economicamente un periodo

critico, come ora, i creditori sono inesorabili. L'agricoltore paga

mille per uno. I suoi attrezzi, i suoi bestiami, il suo grano sono

sequestrati, la sua casa saccheggiata. Queste operazioni si compiono

alla prima alba, come i delitti, perchè nessuna opposizione sia

possibile. La legge non lo consente, ma lo consentono dei giudici, e

basta.

Il mediero ritorna più miserabile di quel che non fosse prima, poichè

spesse volte alla sua miseria materiale si aggiunge una ben più grave

miseria morale. Il suo lavoro non è stato continuo; egli non si è

occupato delle coltivazioni di frutta, di erbaggi, di ortaggi, i cui

prodotti non poteva smerciare facilmente data la distanza dei mercati, e

che richiedevano lunghe cure prima della produzione, lenta ed aleatoria.

Nessun affetto alla terra lo portava ad arricchirla di vigne e di

frutteti, che richiedono un capitale non piccolo, e che avrebbe potuto

abbandonare forse da un momento all'altro prima di ricavarne i frutti.

Egli non voleva che il guadagno immediato, il più gran guadagno. Grano,

mais, lino, ecco le tre uniche coltivazioni, le più semplici. Tra il

faticoso lavoro dell'aratura e quello tremendo del raccolto passavano

lunghi mesi di ozio assoluto, d'inazione bruta. Il paziente lavoro di

tutti i giorni non ha più tenuto occupato il suo spirito; dalla fatica

bestiale passava alla disoccupazione ancora più bestiale. L'aspettativa

fatalistica del raccolto lo ha reso apatico; è divenuto mezzo _gaucho_

nell'anima, stemprato e stanco; senza il sollievo ed il conforto di una

vita civile ha perduto la grande forza della volontà, si arrende alla

sciagura, cede, è vinto.

Questa è la sorte disgraziatamente comune a tanti nostri emigranti, ma

non a tutti, per fortuna. Vi sono alcuni proprietarî (molto pochi in

verità) che fanno ai loro medieri patti più umani, che forniscono loro

una parte degli attrezzi, un carro, i cavalli, oppure che stabiliscono

il rimborso onestamente. Vi sono agricoltori che riescono a mantenersi

con le loro forze, che vivono sempre nel sacrificio della più stretta

economia, che dopo varî anni di lavoro giungono a capitalizzare due,

tre, quattromila pesos, sottraendoli all'ingordigia delittuosa dei

soliti uccelli di rapina. Essi, al primo rallentarsi della produzione,

cercano altri campi per loro conto, e divengono _coloni_.

Il _colono_ rappresenta l'ultima trasformazione dell'emigrante.

Diventando _colono_, lo straniero cessa virtualmente d'essere straniero,

perchè si attacca definitivamente alla terra. Il colono è la vera forza.

Fare d'ogni emigrato agricoltore un colono, questo è il problema che la

Repubblica Argentina s'impone; ma la sua soluzione finora non fu cercata

che fra i miraggi della teoria.

I coloni e la colonizzazione c'interessano vivamente perchè sopra essi

si basa l'avvenire della nostra emigrazione, non solo, ma bensì

l'avvenire stesso dell'Argentina, e non sarà discaro al lettore che ad

essi dedichiamo la lettera seguente.

NELLE CAMPAGNE ARGENTINE: I "COLONI".

[Dal _Corriere della Sera_ del 24 agosto 1902.]

Nell'Argentina vi sono circa ottocentomila chilometri quadrati di terra

coltivabile, dei quali appena quarantacinquemila sono lavorati. Questa è

una grande seduzione per le masse che emigrano. La conquista sembra

semplice; quella terra non aspetta che il lavoro per profondere i suoi

tesori immensi, ecco le braccia, noi ne abbiamo.

Ma l'emigrante, il quale giunge laggiù attratto dal miraggio

d'una prosperità che appare certa, il quale sogna di divenire

proprietario--per il diritto che dà il lavoro--di una terra che ora è

abbandonata, selvaggia e infruttifera, si accorge ben presto che la

realtà è ben diversa dai bei sogni che hanno confortato il suo distacco

dalla Patria.

Ecco ciò che egli trova:

Della grande superficie di terra disponibile soltanto una parte ben

piccola è accessibile, ossia solo quelle terre i cui prodotti possono

essere trasportati, o potranno essere trasportati in un futuro non

eccessivamente remoto. A dieci leghe da una ferrovia o da un fiume

navigabile il prezzo del trasporto assorbe il valore del prodotto; da lì

incomincia la sterminata zona della terra inutile, sulla quale non è

possibile che la vita selvaggia, senza contatti con l'umanità, vita che

è inaccettabile se ad essa non si dà la speranza di un limite. Vi sono

terre non attraversate presentemente da strade ferrate, ma che lo

saranno probabilmente. Qui la vita selvaggia è affrontabile, perchè vi è

la probabilità di uscirne presto. In fondo tutti questi calcoli di tempo

non debbono sorpassare i limiti della vita umana; si ha un bel predire

un fulgido, favoloso avvenire nelle età future: questo non ci commuove

come la speranza della più modesta agiatezza balenataci nella mente

quale compenso al nostro lavoro.

La terra aperta al fecondo lavoro dell'uomo si riduce dunque ad un

tredicesimo circa di tutta la terra coltivabile, ad un quarantaduesimo

della superficie totale della Repubblica. Orbene, questa terra in

massima parte non è più libera, ed ha un costo che la speculazione ha

reso esagerato.

Entriamo un poco nel meccanismo della compra-vendita dei terreni. Essi

appartengono in grande parte a latifondisti argentini, che sono arrivati

al possesso quasi sempre o per diritto di «denuncia»--per il quale si

poteva una volta divenire proprietarî delle terre denunciate allo Stato

come libere--o più spesso per favoritismi, per compensi di maneggi

politici, per regalìa governativa, o magari per nessun diritto.

All'epoca della sanguinosa conquista, quando le misere tribù indiane

furono spazzate vie dalla Pampa, enormi lotti di terre vennero cedute ai

capi dell'armata e agli amici del governo. Queste terre non avevano che

un valore minimo, erano pascoli brulli e selvaggi. L'emigrazione nostra,

introducendo l'agricoltura, diede loro un ben maggior valore, e la terra

divenne in breve oggetto della più sfrenata speculazione, i cui lucrosi

compensi pagava e paga il lavoro italiano.

Il coltivatore non ha altro sogno che quello di divenire proprietario.

Sfruttare questa aspirazione legittima, ecco la base della speculazione,

che è sempre proceduta e procede così: Il latifondista divide la sua

proprietà in porzioni che affida, al momento opportuno, alle vendite al

_remate_--specie di asta pubblica. Se la corrente immigratoria è forte,

e se i terreni sono facilmente accessibili, egli trova subito degli

speculatori delle Società di speculatori che comperano. Spesso quelle

terre, magnificate da _réclames_ veramente americane, passano da

_remate_ in _remate_ aumentando straordinariamente il loro costo, senza

che nessun lavoro abbia aumentato menomamente il loro valore. È il

lavoro futuro che si va ipotecando. Finalmente, quando l'opportunità si

presenta, la terra, divisa in piccoli lotti, passa ai coltivatori a

condizioni disastrose.

Il prezzo è centuplicato, alle volte. Per esempio, leggo in una

relazione pubblicata nel '91, che la colonia Pilar, comperata da un

agente tedesco di nome Lehman per _seicento_ pesos boliviani, ripartita

in concessioni e rivenduta, passata poi in mano dei coloni col patto di

pagamenti rateali, dopo sette anni si trovò essere stata comperata per

nove decimi da coloni italiani pel prezzo complessivo di _cinquantamila_

pesos.

I coloni vengono allettati alla compera con ogni mezzo. Se i compratori

non accorrono si cambia nome alla colonia in vendita; una colonia che

sotto il nome spagnuolo non trovava acquirenti venne chiamata Nuova

Torino, e si popolò di emigrati piemontesi, contenti di trovare almeno

nel nome un dolce ricordo della Patria abbandonata. Due colonie vicine,

situate in terreni paludosi, trovarono presto compratori italiani quando

vennero battezzate coi nomi di Umberto e Margherita. Nei cartelli

_réclame_ di queste colonie erano disegnate due belle piazze, intorno

alle quali dovevano sorgere le abitazioni. I poveri contadini recatisi

sul posto trovarono che al posto delle piazze v'erano delle

_canadas_--piccole paludi. Domandarono la rescissione dei contratti, ma

il venditore rimediò creando per le due colonie un centro solo al quale

dette il nome di Nuova Roma, e tutti contenti.

I cartelli _réclame_ poi sono capolavori del genere: la «pianta» delle

colonie vi appare tutta verde, con belle strade bianche, divisa in

quadri sui quali l'ingenua fantasia dei contadini miete messi

abbondanti. Come resistere alla tentazione di comperare un pezzo di

quella bella terra, quando si ha in tasca qualche migliaio di pesos,

siano pure risparmiati Dio sa a costo di quanti sacrificî? Non occorre

pagar subito: si paga a rate annuali. Si paga in cinque, sette, dieci

anni.

Il colono viene a pagare così un prezzo enorme. Non sempre riesce a

soddisfare ai suoi impegni, ed allora si vede ritolta la terra che egli

ha fecondato, per la quale ha speso per anni ed anni ogni sua energia ed

ogni suo pensiero, quella terra nella quale aveva riposto tutte le sue

speranze. Deve abbandonarla, abbandonare la casa che bene spesso ha

eretto con le sue mani, rese sapienti dalla necessità, abbandonare le

messi, tutto. E si trova ricaduto nella miseria assoluta: tutto è da

ricominciare.

*

* *

Il colono non riceve il titolo di proprietà della terra comperata che

quando ha compìto l'ultimo versamento; è questo che rende la sua

posizione sempre incerta. Finchè i raccolti sono buoni egli può

cavarsela, consacrando tutto il suo lavoro al pagamento delle rate. È

una vita di sacrificio e di privazioni, ma è nei limiti del possibile; e

in fondo ad essa egli vede la liberazione, il possesso incontrastato,

il principio della prosperità tanto sognata. Ma i raccolti non sono

sempre buoni; vi sono le cavallette, la tormenta, la siccità che

arrivano con una periodicità spaventosa ed annientano di colpo le messi

di un'annata; e tutto può essere perduto, perchè se anche egli non viene

scacciato dalla terra, l'accumularsi dei pagamenti e le necessità di

contrarre debiti lo rendono indefinitivamente schiavo del venditore. A

meno che non venga l'annata d'oro, ben rara purtroppo. «Per il

colono»--scriveva nel febbraio la _Patria degli Italiani_--«il lavoro è

un giuoco nel quale contro nove probabilità di veder completamente

frustrate le fatiche d'un anno, una sola gli permette qualche benefizio;

ed anche questa abbandonata al capriccio della fortuna.... Una volta

tanto, quando meno ci si pensa, ecco che un flagello rovina il raccolto

degli Stati Uniti e della Russia, il frumento, il lino diventano rari

sui mercati di consumo, l'Europa è costretta a provvedersene a qualunque

prezzo, e paga i cereali a peso d'oro; allora esce finalmente dalla

ruota della lotteria il numero atteso dagli agricoltori, il ricavo del

raccolto paga tutte le spese e tutte le usure.»

Come si vede, la situazione dei coloni, date le condizioni di vendita,

che sono generali, è ben difficile. A tutto questo si aggiungono bene

spesso gli inganni e le frodi nel contratto--che la Giustizia lascia

impuniti--nei lacci dei quali cadono facilmente i nostri poveri

contadini, che non meritano in verità, specialmente all'estero, la loro

tradizionale fama di scaltri.

Avviene spesso che il contratto di vendita risulta nullo perchè il

venditore non aveva alcun diritto di proprietà sulla terra venduta. Le

cause per contestazione di proprietà sono comunissime nell'Argentina,

anche a causa della mancanza d'un catasto completo e regolare, che rende

spesso impossibile di constatare l'autenticità d'un titolo di

proprietà.

La vendita al _remate_ di terreni per parte di gente che non vi aveva

alcun diritto prese all'epoca delle speculazioni uno sviluppo

fantastico. Bastava un po' di _réclame_ sui giornali, si stampavano

piante immaginarie di terreni, divisi in lotti, e si _rematava_. I

compratori pagavano una caparra per avere un titolo che naturalmente non

valeva nulla. Con questo sistema vennero _rematadi_ non pochi pantani

della provincia di Buenos Aires--specialmente vicino alla

Plata--passandoli per splendidi appezzamenti di terra. Si è _rematado_

anche il letto del Paranà. Una Società per azioni, la «Colonizadora

Popular», il cui gerente è fuggito a New York, una grande Società che

possedeva persino dei piccoli vapori sul Rio della Plata e sul Paranà,

vendette, senza mai sognarsi d'averne il diritto, una straordinaria

quantità di terreni al nord, si può dire quasi tutto il Chaco Australe,

frodando un tre milioni di pesos che, manco a dirlo, erano in gran parte

italiani.

Ma anche ora che è passata la febbre dell'oro, pare che le vendite

all'usanza della «Colonizadora Popular» non siano passate di moda, se si

crede ad un articolo della _Patria_ del 16 aprile, col quale s'invocano

provvedimenti contro certi _rematadores_ che mettono all'asta dei

terreni, intascano la loro quota e lasciano ai compratori la

soddisfazione di constatare, dopo qualche tempo, che l'asta non era

regolare.

Si passano i limiti del verosimile. Una forma di frode abbastanza

ripetuta è questa: un uomo influente, amico del Governo, compera un

terreno nazionale da pagarsi in tempo determinato, ordinariamente dieci

anni. Subito _remata_. La terra subisce il solito processo di

rincarimento e in ultimo viene venduta ai coloni, i quali la coltivano,

la fecondano del loro sudore e pagano le annualità pattuite. Ma l'amico

del Governo, che ha intascato un bel capitale, dimentica di pagare la

terra allo Stato. Passa il tempo stabilito e il contratto suo è nullo.

Lo Stato torna padrone e sequestra la terra. I contratti dei coloni sono

nulli; la terra è mal venduta; i loro _bolletti provvisorî_ valgono un

bel niente. Essi sono spodestati. La loro terra appartiene ad un altro

concessionario, il quale li scaccia.

Qualche volta è successo--e non certo raramente--che il venditore

accende un'ipoteca sui fondi venduti ai coloni, sapientemente

profittando del fatto che i coloni hanno titolo di proprietà soltanto

alla fine dei pagamenti. Ritira le quote annuali dai coloni e se ne va

in pace. I poveri contadini si veggono ritolta la proprietà loro o

debbono assoggettarsi a pagare l'ipoteca, ossia a ricominciare da capo.

Un argentino ricchissimo, che aveva mal comperato certi terreni in San

Vicente, nella provincia di Santa Fè, pensò di rifarsi vendendoli a dei

coloni italiani. Nell'affare figurò un agente, il quale cedette i lotti

ai coloni a rate annuali e passò gl'incassi all'argentino

ricchissimo--il fatto è ben noto in tutta la provincia. I veri

proprietarî, dopo alcuni anni, fecero un processo ai coloni e ottennero

di sloggiarli tutti quanti. Alcuni di quegli infelici preferirono pagare

di nuovo, ma dovettero pagare il doppio, poichè il terreno, dopo sette

anni del loro lavoro, aveva raddoppiato di prezzo. Essi così pagarono

tre volte la terra. Cito questo caso, perchè l'argentino in questione ha

occupato un'altissima posizione nel governo della provincia di Santa Fè

ed è fra i più reputati uomini politici: lo chiamano l'_honrado

tirano_--il tiranno onesto. Questo dimostra che fare di queste cose non

è in fondo un gran male laggiù. È un po' di _viveza_.

*

* *

L'Argentina vista come è · 第 13 / 15 段