Gl'Inglesi sono il popolo più odiato nell'Argentina--basti il dire che

laggiù la parola _inglese_ significa creditore--ma anche il più

rispettato, perchè si sa che chi fa un torto ad un inglese è punito.

Soltanto ultimamente, nel mese d'aprile, è avvenuto un fatto che sembra

faccia eccezione. Il figlio d'un commissario di polizia, con la

complicità d'un agente, ha assassinato in modo vile e orribile un

giovane inglese, un tale Barnett. Vi è stato un periodo d'indecisione

perchè l'assassino gode altissime influenze, ma il contegno della

diplomazia inglese è stato così risoluto, che finalmente s'è iniziato il

procedimento penale contro il colpevole. È vero che a questo ha

contribuito anche il contegno energico e minaccioso di tutta la stampa

inglese. Il _Times_, dopo d'avere esposto le condizioni della giustizia

argentina, è giunto, in un recentissimo articolo, ad invocare nientemeno

che un'azione unita delle Potenze per garantire la vita, i beni e la

libertà dei rispettivi sudditi nell'Argentina.

E noi? Ah! quanto lunga, dolorosa, raccapricciante sarebbe la storia dei

delitti impuniti nei quali la vittima è stata italiana. Intiere famiglie

italiane sono state assassinate proprio mentre noi palpitavamo tutti per

la sorte di miss Stone, ignari dei tragici avvenimenti che facevano

scorrere lontano, in luoghi quasi ignorati, il sangue nostro.

Un altro esempio che dimostra come, in virtù della sua diplomazia, il

Governo inglese--per dirla con l'espressiva frase popolare--conosca i

suoi polli. Una colonia di gallesi stabilitasi da 28 anni nel Chobut, ha

protestato presso il Governo patrio contro molte ingiustizie delle quali

era vittima. In simili casi noi scambiamo dei telegrammi col Governo

argentino,--se non ci limitiamo ai colloquî col suo rappresentante in

Roma--riceviamo le abituali e recise smentite accompagnate da commoventi

assicurazioni d'amicizia e di simpatia e ci dichiariamo contentoni. Il

Governo inglese conosce il valore di certe assicurazioni ufficiali. È

più pratico: esso ha inviato una Commissione d'inchiesta a vedere e

riferire. La Commissione è giunta alla chetichella, evitando ogni

contatto con le autorità per non intralciare l'azione del suo Governo, e

si è messa al lavoro. Ha constatato delle cose da far fremere

d'indignazione ogni buona anima anglo-sassone, ed ha riferito. Il

Governo inglese ha offerto a quei coloni delle terre al Canadà. In un

momento, per pubblica sottoscrizione, a Londra, si sono raccolte

ottantamila lire per le spese di viaggio, ed ultimamente i gallesi del

Chobut sono tornati a rifugiarsi ancora all'ombra protettrice

dell'_Union Jack_. Tutto questo è passato senza che venisse scambiata

col Governo argentino la minima nota, che avrebbe procurato o bugie o

inutile tensione di rapporti.

Così pure l'Inghilterra ha agito per la chiusura dei suoi porti al

bestiame argentino, in seguito alla tentata introduzione in Inghilterra

di buoi argentini affetti d'afta epizootica. Ogni tanto il Governo della

Repubblica dichiara che l'afta non c'è più; il Governo inglese, per

conto suo, rinnova un'inchiesta presso gli _estancieros_ inglesi, in

conseguenza della quale i porti seguitano a essere chiusi.

*

* *

È inutile continuare il paragone tra l'opera della nostra diplomazia in

America e l'opera delle altre. Per ragioni che non dipendono certamente

nè dalla volontà, nè dalla qualità dei nostri rappresentanti, ma da

tutto un sistema sbagliato, la nostra diplomazia, almeno laggiù, non

risponde a tutti i suoi scopi.

Essa ha una missione che è politica, economica ed umanitaria; ebbene,

noi laggiù siamo poco temuti e poco rispettati, poco tutelati e poco

difesi.

Questa è l'amara verità.

CONCLUDENDO SULL'ARGENTINA.

[Dal _Corriere della Sera_ del 5 settembre 1902.]

Scrivendo le mie prime lettere dell'Argentina, non avrei creduto di

dover intrattenere in seguito il lettore così a lungo sulle cose di

quella Repubblica. Intendevo di tracciare rapidamente, come meglio

potevo, la fisionomia di quel paese dove tanti italiani vivono,

riportare semplicemente le impressioni di quello strano stato di cose

osservato con occhio italiano. Ma le prime pubblicazioni assunsero un

carattere per me assolutamente inaspettato: quello di rivelazioni.

Le brevi e presto spente polemiche sollevate in quel momento,

dimostrarono che quanto scrivevo riusciva per molti nuovo. Ho creduto

mio dovere d'offrire i più ampi particolari, di non attenermi più alla

semplice esposizione delle mie osservazioni personali, ma dimostrare,

con la maggiore larghezza di prove, fatti e documenti, la verità.

Scrivendo da laggiù, tutto mi potevo immaginare, fuori che di dire cose

nuove per noi. Non riportavo certo delle storie segrete: chi vive e chi

ha vissuto nell'Argentina le conosce bene pur troppo. Si tratta di una

situazione nota a milioni di persone, della quale centinaia di giornali

locali scrivono ampiamente e uomini politici discutono; si tratta di

fatti tangibili, controllati da tutto un popolo, i quali possono essere

giudicati in un modo o in un altro, a seconda la coscienza o

l'abitudine, ma che sono fatti; si tratta di tutta la vita speciale d'un

paese, per un buon terzo di sangue italiano, e nella quale nulla v'è di

misterioso e di celato. E noi, noi italiani che più di ogni altro popolo

avevamo il diritto ed il dovere di sapere tutto, noi, nella maggioranza,

ne sapevamo poco o nulla.

*

* *

Questo fatto ci condanna. Noi possiamo gridare contro le ingiustizie e

contro gli inganni che così spesso attendono i nostri poveri emigranti,

ma non potremo con questo toglierci di dosso la parte di responsabilità

che noi abbiamo di quei mali. La nostra colpa si chiama indifferenza.

Da trent'anni la nostra emigrazione si dirige nelle regioni del

Sud-America, attiratavi in tutti i modi, e noi non abbiamo quasi sentito

il bisogno di sapere esattamente che cosa avvenisse di questo torrente

di popolo che abbandonava la patria. Qualche voce onesta si è levata di

tanto in tanto a denunziare delle infamie di cui sono vittime i nostri

emigranti, ma s'è spenta senza lasciare una eco lunga e profonda nella

coscienza pubblica. Si è trovato che l'emigrazione era una necessità, un

bisogno, come una valvola di sicurezza che ci salvava dai pericoli della

sovrapopolazione, e questa constatazione ha servito troppo di scusa alla

nostra indifferenza. E quando, dopo tanti anni, abbiamo pensato ai

nostri emigranti, non abbiamo visto che le miserie della loro partenza;

e non spingendo lo sguardo più lontano del mare abbiamo rese migliori le

condizioni del loro viaggio, senza por mente che il viaggio è niente, è

il brevissimo esordio delle loro sofferenze, è la soglia della loro

nuova vita, una soglia che può essere indifferentemente rude o levigata.

Di quei paesi e della vita che vi si svolge noi abbiamo avute relazioni

interessate--sulle quali è degno sorvolare--le quali non ci hanno

mostrato che i lati belli e seducenti. Abbiamo visto le ricchezze e

abbiamo visto i progressi, e ce ne siamo accontentati, senza domandare

quanto queste bellezze costavano del nostro sangue. Non abbiamo

domandato le tavole della mortalità, non abbiamo visto i caduti

dell'immenso esercito nostro, che ha traversato a squadre l'Atlantico

per combattere silenzioso, sotto altra bandiera, la più disperata

battaglia.

Nulla abbiamo saputo, nella nostra maggioranza, dei tranelli, dei

soprusi, delle violenze e delle ingiustizie che tanto spesso attendono i

nostri lavoratori--come potevamo porgere aiuto, tutela e difesa? Le cose

americane ci sono sembrate tanto lontane, che non ci hanno interessato

che vagamente, come curiosità. Così abbiamo lasciato che quei mali

crescessero, ingigantissero, divenissero endemici, pressochè incurabili.

*

* *

Non possiamo pensare seriamente a rimediare al passato: siamo costretti

ad assistere allo spettacolo di tanti dolori e tanta miseria impotenti a

portarvi sollievo. Molta parte di tante sciagure è dovuta a cause sulle

quali noi non possiamo nulla. Il Governo argentino ha il diritto pieno

di essere cattivo o pessimo, di fare debiti e d'imporre gravami al

popolo, di reggersi come meglio crede, di ruinare o no le finanze del

paese.

Ma il passato può servirci di scuola per l'avvenire. La crisi argentina,

per quanto grave, volgerà ad una soluzione; quel Governo--che già ha

destinato non lievi fondi per la propaganda all'estero in favore

dell'emigrazione--aprirà alla colonizzazione nuovi territorî non ancora

sfruttati: la corrente emigratoria si riformerà, e fino ad una nuova

crisi le cose cammineranno bene (bene nel senso generale dell'economia

pubblica, intendiamoci).

Ebbene, profittiamo di questa sosta per preparare la nostra emigrazione.

Facciamo in modo che le illusioni scompaiano dalla fantasia delle nostre

masse prima che queste si muovano di casa, prima che la stessa dolorosa

e irreparabile realtà laggiù venga con le lacrime più amare a lavar via

i loro sogni. Che emigrino, ma emigrino armate e pronte. Che sappiano

tutto dall'A alla Zeta, che conoscano il buono e il cattivo, che possano

agire con la loro mente e con il loro criterio illuminati dalla piena

conoscenza delle cose, che conoscano i sentieri della riuscita e anche i

precipizî che li costeggiano, le trappole che vi sono tese, le imboscate

preparate. Allora solo avremo un'emigrazione forte, cosciente, utile a

sè e alla patria.

In questa santa propaganda sta il nostro primo dovere: ma non basta.

Regoliamo la nostra emigrazione. Prima che essa si muova pretendiamo di

sapere dove andrà e che lavoro le è riserbato; domandiamo delle

garanzie. Se per la colonizzazione d'un nuovo territorio occorrono

cinquantamila lavoratori, ci siano note le condizioni del lavoro e le

forme di contratto. L'emigrante partendo deve potersi dire, supponiamo:

Vado nella tal regione, avrò tanta terra, a questi patti, che mi

convengono. Gli emigranti meridionali potranno scegliere le regioni più

calde, quelli dell'alta Italia le temperate. Tutto questo non può

avvenire laggiù dove gli emigranti appena sbarcati si agglomerano

nell'attesa che si disponga di loro, ignari di tutto, nell'impossibilità

materiale, una volta disseminati per la Repubblica, di reagire, di

protestare, di far ascoltare la propria voce.

E quando è giunto sul posto l'emigrante non deve essere abbandonato

dalla vigile tutela della Patria, l'osservanza dei patti deve venir

controllata con i mezzi più rapidi, più serî e più discreti.

*

* *

Guardiamo l'emigrazione sotto il suo vero aspetto. Non si tratta già di

zavorra che noi gettiamo per andar più leggeri, come una comoda teoria

vuol far credere. Non si tratta di poveraglia della quale dobbiamo

essere felici di disfarci, ringraziando quei paesi che le offrono la

tradizionale «ospitalità generosa», come si ha il coraggio anche oggi di

ripetere da certuni. No, no, la cosa è, grazie a Dio, molto più degna:

si tratta in fondo di domanda di mano d'opera da parte dei nuovi paesi,

e da parte nostra. È un commercio di forze, nobili forze dalle quali

tutto scaturisce; forze motrici della civiltà. Noi non siamo affatto

costretti a gettarle via; la sovrabbondanza di mano d'opera in Italia

non è assoluta, ma relativa alla penuria che altri ne hanno. Tanto è

vero che la corrente emigratrice subisce variazioni d'importanza non

tanto per mutamenti di condizioni nostre quanto per mutamenti di quelle

dei nuovi paesi, e le statistiche dell'emigrazione nell'Argentina lo

dicono; se l'Argentina non migliorerà la sua situazione, vedrà che la

nostra «zavorra» può anche restare a casa. V'è domanda e offerta;

possiamo dunque trattare.

Il Governo nostro ha compreso vagamente questo quando, sulla fine dello

scorso anno, ha proposto al Governo Argentino di fare un esperimento di

emigrazione scelta per la colonizzazione, sotto date condizioni,

cominciando con alcune centinaia di lavoratori. Era un principio

d'interessamento. Ma il Governo argentino, che incondizionatamente ha

ricevuto l'anno passato trentun mila emigranti italiani, ha evitato ogni

trattativa declinando l'offerta. Bisognava impedire l'emigrazione

incondizionata, e si sarebbe venuti a trattative. Noi non conosciamo che

due estreme misure in fatto d'emigrazione, egualmente cattive: o

proibirla assolutamente per un dato paese, o permetterla senza limiti,

senza freni e senza misura. Per l'emigrazione in certi Stati dovremmo

porre delle condizioni. Se esse non vengono accettate vorrà dire: o che

non v'è richiesta di lavoro--e allora è sempre bene che gli emigranti

non partano--; o che non ve alcuna intenzione di garantire gli emigranti

degli abusi, le frodi, le violenze e le ingiustizie--e allora è

egualmente bene che gli emigranti non partano, per risparmiarsi

inevitabili dolori e disinganni, o che si dirigano altrove, dove i loro

diritti siano meglio riconosciuti e più rispettati.

*

* *

È bene che l'opinione pubblica in Italia cominci ad interessarsi

seriamente a quanto avviene al di là dell'Atlantico. Al Governo

argentino è mancato assolutamente finora il controllo dell'opinione

straniera, e questo controllo potrà migliorare molte cose più di tutte

le diplomazie riunite.

Il popolo argentino tiene immensamente all'apparenza. «Il nostro ideale

non consiste nell'acquistare valore»--ha scritto un uomo politico

argentino, Agostino Alvarez--«ma nell'acquistare importanza». È una

caratteristica tutta spagnuola questa, di coprire fieramente con un bel

mantello tutte le proprie macchie e le proprie miserie. Sempre negli

scritti e nei discorsi traspare il pensiero: Che si direbbe all'estero

se si sapesse che....? L'«estero» è per loro come l'opinione pubblica

per un privato. Quanta gente non fa del male non perchè non ne avrebbe

voglia, ma perchè ha paura che si sappia? Così gli argentini agirebbero

forse meglio se sapessero di essere osservati. E a noi importerà poco

che il bene venga consigliato dall'orgoglio e dall'amor proprio

piuttosto che dalla convinzione, purchè il bene venga.

È così vero questo, che ora, in seguito a pubblicazioni sulle cose

argentine fatte dalla parte più seria ed autorevole dalla stampa

inglese, pubblicazioni nelle quali la Giustizia, le amministrazioni, il

Governo, le finanze dell'Argentina venivano crudamente descritti, sono

cominciate laggiù serie discussioni sopra nuove e importanti riforme.

Le riforme forse non verranno, ma se ne parla, e questo per l'Argentina

è già un bel risultato dovuto tutto al controllo dell'opinione pubblica

straniera, che per gli argentini è una cosa tanto nuova quanto

fastidiosa.

Noi più degli inglesi abbiamo interesse, non solo, ma dovere di tenerci

informati delle faccende argentine. Essi vigilano i loro capitali; noi

abbiamo da vigilare i nostri fratelli. La differenza è infinita. Le

disgrazie inglesi nell'Argentina sono scritte in belle cifre al «dare»

del libro mastro: non esiste cifra che possa segnare il valore di tutti

i dolori, le angoscie, le disperazioni, le lagrime e il sangue, che

formano la somma delle disgrazie nostre.

*

* *

Se potessi esser certo di aver col mio povero lavoro contribuito a fare

una parte minima di bene, io mi sentirei felice. Ma i mali sono tanto

vasti, profondi ed antichi, che io, ponendo oggi la parola «fine» a

questa mia rapida esposizione delle cose argentine, non posso sottrarmi

a quel senso di amarezza e di sconforto che accascia chi sente d'aver

compito un lavoro inutile, e s'accorge della sproporzione immensa fra le

proprie forze e lo scopo che si era prefisso.

FINE.

LIRE VNA.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state conservate,

correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Sono stati inoltre corretti i seguenti refusi (tra parentesi il

testo originale):

Pag. 14 - Oh! «sangre español! [espanol]»

Pag. 56 - a Buenos Aires un vero _atelier_ [_ateliér_] con

Pag. 76 - _La Libertad_ [_Liberdad_] di

Pag. 117 - da due giorni non mangiano [mangiamo]

Pag. 120 - Non v'è un solo fenomeno [fenonemo] della multipla

Pag. 126 - dei ragazzi [regazzi] creoli che si precipitano

Pag. 170 - Ma dall'84 [dal'84] comincia

Grafie alternative mantenute:

compito / compìto

seguito / seguìto

uffici / ufficî

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L'Argentina vista come è · 第 15 / 15 段