Chi sa, forse, che se dalla Patria--la quale con più affetto dovrebbe

vigilare e proteggere i suoi figli--partisse la voce della concordia e

dell'amore, non verrebbe ascoltata!

Se la Madre parlasse, chi sa!

I FIGLI DEGLI ITALIANI.

[Dal _Corriere della Sera_ dell'11 agosto 1902.]

È stato molte volte scritto e detto che non v'è popolo che emigrando si

assimili maggiormente alle nuove genti e ai nuovi paesi dell'Italiano.

È un elogio od un rimprovero? Tutti e due; a seconda del punto di vista.

Si comprende che questa qualità appaia una grande virtù agli occhi degli

ospiti, una virtù che centuplica i vantaggi della emigrazione,

togliendole tutti i pericoli; ma si comprende anche che agli occhi degli

altri questo potere di assimiliazione sia una grande debolezza.

Assimilarsi vuol dire finire d'essere italiani.

L'italianità infatti--specialmente nell'America latina, dove certe

affinità di razza rendono la trasformazione più rapida e completa--non

resiste sempre fino alla seconda generazione. I figli degli italiani,

nella generalità dei casi, non sono più italiani. Mancandoci essi, ci

manca l'avvenire.

Senza stolti ed ambiziosi sogni di espansione politica, e di dominî, noi

abbiamo certamente diritto di pensare che alla nostra espansione di

razza, a questo dilagare per il mondo di centinaia di migliaia di

italiani all'anno, corrisponda almeno una espansione della nostra forza

morale; che l'italianità non venga soffocata; che resti un culto per la

grande Patria, un riconoscimento delle sue glorie antiche, fra le genti

che il lavoro e la scienza italiana arricchiscono d'opere e d'idee.

Le legislazioni americane, da quella degli Stati Uniti a quelle di tutte

le altre repubbliche, che ne sono più o meno una derivazione, si

oppongono a che il figlio di cittadini stranieri nato sul suolo

americano sfugga alla cittadinanza americana. Ed è giusto. Senza di ciò

oggi l'America non sarebbe certo degli americani. La vecchia legge

europea ha lottato lungamente, ma ha dovuto cedere alla necessità. Data

la natura e la estensione della emigrazione nostra in America, il

pretendere che i figli d'italiani nati laggiù conservassero la

nazionalità dei padri compiendo i doveri di cittadinanza dal di là

dell'Oceano, era assurdo. Ma non parliamo qui certo della italianità

materiale; si tratta dell'anima italiana. È lei che scompare nei figli.

Potranno certi retori gridare--e lo gridano--che non è vero, ma il fatto

resta innegabile, inconfutabile.

Noi vediamo nell'Argentina i figli d'inglesi, ottimi cittadini

argentini, ma inglesi nel sentimento, inglesi nel carattere, nella

lingua; pronti a dare la vita per la nuova patria, ma con la mente e col

cuore pieni della loro vecchia Britannia, palpitanti per le sue sciagure

ed esultanti per le sue vittorie. Nel Chobut, da ventotto anni, viveva

una floridissima e popolosa colonia di Gallesi, in parte figli dei primi

pionieri e nati argentini, ma parlanti la loro aspra lingua, gelosi

custodi delle loro tradizioni, fieri della loro storia. L'anno passato

questi Gallesi protestarono indignati contro certi atti della Giustizia

Argentina; una inchiesta ordinata dal Governo inglese riconobbe le loro

ragioni, ed essi, dopo ventotto anni di residenza nell'Argentina,

abbandonarono in maggioranza il paese per piantare le loro tende nel

Canadà, ritornando più Gallesi di prima. Nel Brasile vi sono dei

Municipî tedeschi nei quali tutti gli atti si scrivono in tedesco. I

figli d'italiani--nella generalità dei casi, s'intende--non sono

italiani, nè nella lingua, nè nel sentimento. È colpa loro? È colpa dei

loro padri? No; il male è qui, in casa nostra.

*

* *

La prima caratteristica d'un popolo è la sua lingua. La lingua è il più

grande vincolo fra gli abitanti d'una stessa nazione; è, per modo di

dire, il segno primo di riconoscimento, come un gergo fra gli affiliati

d'una stessa immensa associazione. Sul marciapiede d'una città

straniera, quando fra il vocìo esotico della folla è dato di udire una

parola del nostro idioma, noi ci volgiamo rapidi, col cuore pieno d'una

subita gioia come se la voce di un amico ci avesse salutato, e ristiamo

presso allo sconosciuto che parla la nostra lingua, trattenendo la

voglia di stendergli la mano, di gridargli: «Sono italiano anche io!

venite qui, non mi lasciate!»--e lo guardiamo con tristezza mentre si

allontana, sentendoci ripiombare nella soffocante melanconia della

solitudine. Parlare la propria lingua all'estero significa respirare un

po' d'aria della Patria; due parole, un saluto, bastano a sollevare il

nostro spirito, come se quelle parole venissero da «là»; è tutto quanto

di più caro abbiamo nella vita che ci parla in quel momento; poche

parole del nostro idioma bastano a far compiere all'anima un rapido

viaggio in luoghi amati e lontani, e farla tornare più lieta e serena.

«Parla la lingua della gran Patria tua»--ha scritto Ruggero Bonghi. «Non

senti come attraverso questa si sprigiona e si manifesta ogni idea della

tua mente, ogni moto del tuo cuore? Nessuna lingua è più bella della

tua. Nella tua lingua si rispecchia la storia della patria. Di secolo in

secolo le generazioni, che hanno preceduto la tua, vi hanno deposto il

loro animo e ve lo hanno trasmesso. Quando tu la parli nella purezza

sua, tu vivrai non solo con patrioti che vivono, ma ancora con quelli

altresì che hanno vissuto prima di te, e niente di forestiero ti

penetrerà nell'anima».

Nella lingua è il segreto dell'unione, il baluardo della nazionalità.

Ebbene, quanti italiani in Italia parlano italiano?

I colti tutti; ma noi sappiamo che disgraziatamente essi non formano la

maggioranza nella massa emigratrice. Gli altri parlano ligure, parlano

siciliano, romagnolo, lombardo, napoletano, piemontese, ma non italiano.

La nostra lingua non va più al nord di Pistoja e più al sud di Roma. Un

povero lavoratore abruzzese si troverà di fronte ad un suo compagno

d'emigrazione ligure, come di fronte ad uno straniero. Mancherà lo

slancio dell'affratellamento. Essi non potranno parlarsi, perciò non

potranno conoscersi. E per amarsi bisogna conoscersi. Ecco forse la

prima e più grave ragione della dispersione, della scissione e della

discordia.

Ci troviamo di fronte a questa dura verità; che se tutti i francesi

parlano--più o meno--il francese, tutti gl'inglesi l'inglese, i tedeschi

il tedesco e i russi il russo, la maggioranza del popolo italiano non

parla italiano. Come possiamo pretendere che avvenga all'estero, quello

che non avviene in Italia? L'emigrato che non conosce che il suo

dialetto, dovrebbe studiare l'italiano come una lingua nuova; è assurdo.

Quando deve imparare una nuova lingua impara la più utile: quella del

paese.

Ora, possono i figli di questi nostri emigranti conoscere l'italiano,

se non è noto nemmeno ai loro genitori? Certamente no. E mancando la

lingua italiana manca loro la base dell'italianità, il vincolo più forte

con la Patria d'origine.

Per di più, all'infuori dell'idioma, i padri, che non conoscono spesso

essi medesimi le grandezze e le glorie del loro Paese, i quali,

talvolta, nella loro miseria hanno sentito come un senso d'inferiorità

di fronte ai «nativi» e che hanno udito spesso il rimprovero umiliante

della loro origine condensato in una parola di scherno, questi padri che

nel loro affetto per i figli cercano di sottrarli alla condizione che ha

messo tanto amaro sul loro pane sudato, e vogliono perciò renderli

eguali agli _altri_ più che sia possibile, questi padri, dico, potranno

soffiare nell'anima dei loro piccoli un vigoroso spirito d'italianità?

No; e chi di loro fa eccezione--ed eccezioni vi sono--compie un atto di

eroismo.

Un'altra causa s'aggiunge: la donna. L'emigrazione italiana, come tutte

le emigrazioni di lavoratori, è nella massima parte formata di uomini. I

poveri non possono permettersi il lusso di portare lontano le loro

donne. E con esse lasciano a casa la ricchezza inestimabile delle

tradizioni, delle antiche credenze, degli affetti domestici. La donna

vive nella casa e per la casa, sia pure essa un tugurio; la sua anima

non disperde energie all'infuori della casa; si attacca al posto dove ha

speso tutto il tesoro del suo amore, della sua attività, dove ha

lavorato, sofferto, gioito, s'imbeve dello spirito di quei luoghi, ed

anche trasportata lontano, al di là dei mari, vivrà sempre nella casa

antica, e vorrà che tutto quanto la circonda gliela ricordi e gliela

rievochi. Le rimembranze d'un uomo spaziano per monti e per valli:

quelle d'una donna sovente non escono da quattro mura. Ogni donna che

emigra porta con sè chiuso nel cuore un piccolo lembo della Patria. Ne

parlerà ai suoi figli, sempre; imparerà loro le preghiere che ella vi

ha imparato; conterà loro le leggende che essa vi ha appreso; farà sì

che l'amino, poichè essa l'ama.

Ma le donne italiane che emigrano sono poche. Una gran parte dei nostri

emigranti dispersi per la Repubblica Argentina si maritano con delle

donne del paese, con delle _criollas_, spesso con delle brune _chinitas_

figlie della Pampa, misere e fiere come i cardi delle loro pianure.

Nulla d'italiano nella casa, e i figli crescono ignari della patria del

padre, se non sdegnosi.

Quante volte non è dato di udire i figli d'italiani chiamare il padre

loro: _El viejo gringo!_--Il vecchio gringo!...

*

* *

Il Governo Argentino, il cui più legittimo desiderio è quello di

argentinizzare gli stranieri, ha avuto paura di una possibile diffusione

della lingua italiana, e l'ha combattuta. Nelle scuole superiori

pubbliche argentine si impara per obbligo il francese e l'inglese o il

tedesco; l'italiano no. Ciò in un paese dove vive circa un milione

d'italiani, e anzi appunto per questo. Da anni un Comitato italiano a

Buenos Aires, composto di buoni patriotti, domanda lo studio

obbligatorio dell'italiano nelle scuole; ora è riuscito ad avere

l'aderenza di tutte le principali Società italiane. L'agitazione si è

fatta sentire, certo, ma udire? La nostra lingua non è trattata finora

nemmeno a parità di condizione con le altre. Il nostro spirito nazionale

non può esserne che depresso. Alle menti infantili appaiono la Francia,

la Germania, l'Inghilterra, la Spagna, attraverso le loro letterature,

come le sole nazioni degne d'essere conosciute. L'Italia viene alla

coda. Tutto questo influisce moltissimo nell'animo dei figli d'italiani,

i quali poi molte volte vedono nell'ignoranza del padre come una prova

della inferiorità italiana, e nella povertà dei nuovi emigranti l'indice

della miseria nostra. E si confermano argentini con fierezza, e con

tutto lo zelo esagerato del neofita, il quale si mostra sempre il fedele

più fedele, perchè ha il passato da far dimenticare e perdonare. Nel

nostro caso si tratta di far dimenticare e perdonare la origine

italiana, che bene spesso è taciuta, dissimulata e talvolta negata.

Con lo studio della lingua italiana sarebbero rivelate loro bellezze e

grandezze che non sanno, ricchezze che non immaginano, glorie che nessun

paese potè mai vantare.

Il problema dei figli d'italiani è antico quanto l'emigrazione, e si

presentò già triste e sconfortante fin da circa quarant'anni or sono

alla mente dei patriottici fondatori delle prime scuole italiane

nell'Argentina.

La scuola sola poteva dare il rimedio a tanto male. Nella scuola l'anima

del fanciullo si scalda dei primi entusiasmi come un ferro alla forgia.

Gli uomini e i paesi che impara ad amarvi esso li amerà per tutta la

vita, perchè le prime impressioni rimangono profonde nella tenera cera

del suo sentimento d'adolescente. Nella scuola si forma la sua

coscienza, perchè ivi comincia a distinguere il bello dal brutto e il

buono dal cattivo. Occorreva una scuola italiana che fosse anche scuola

d'italianità, e a questo scopo, verso il 1866 sorsero a Buenos Aires le

scuole delle Società _Unione e Benevolenza_ e _Nazionale Italiana_.

Dieci anni dopo vennero istituite le scuole femminili della _Unione

Operai Italiani_; nel '77, quelle della _Colonia Italiana_, e l'anno

dopo quelle dell'_Italia Unita_. Nell'84 sorgono le scuole della Società

_Venti Settembre_ e l'asilo dell'associazione femminile _Margherita di

Savoia_; nell'86 le scuole dell'_Italia_, nell'87 quelle della _Patria e

Lavoro_, nel '90 le scuole della _Umberto I_, nel '94 quelle della

_Nuova Venti Settembre_, e nel '97 le scuole della _Cavour_.

Tutte queste scuole sono sorte per fermo volere di benemerite persone

degne di tutta la nostra riconoscenza, le quali hanno dedicato loro ogni

energia, in mezzo alle opposizioni più accanite; opposizioni di soci

egoisti che non volevano si stornassero per le scuole i fondi

predestinati al mutuo soccorso; opposizioni di uomini e giornali

argentini che scorgevano nelle scuole italiane un _peligro nacional_;

opposizioni passive e schernose di scettici e disamorati.

Oggi vi sono quindici scuole italiane a Buenos Aires. È confortante. Ma

osservandole si vede subito che queste scuole sono troppo per numero e

troppo poco per forza, e che i loro risultati non sempre sono quelli che

potrebbero sperarsi. Non basta fare una scuola; bisogna guardare anche

un po' a che cosa deve servire; occorre sempre proporzionare l'intensità

e la natura d'uno sforzo allo scopo. Lo spirito d'italianità laggiù

languiva, incerto, senza spinte, freddo ed inerte come una nave

disarmata in balìa del mare; la scuola sarebbe stata la sua vela,

spiegata per raccogliere nelle sue pieghe bianche e frementi tutti i

soffî vivificanti dell'entusiasmo patriottico, per riunirli, farne una

forza che spingesse e dirigesse. Occorreva questa grande vela

all'abbandonata navicella dell'«italianità», e vi hanno spiegato invece

dei fazzoletti. Forse non si poteva far di più.

*

* *

Secondo le cifre più recenti, gli alunni che frequentano tutte le

quindici scuole italiane di Buenos Aires, compresi gli asili infantili,

sono 2855.

A Buenos Aires si calcolano sopra a 250,000 sudditi italiani. La

proporzione del numero dei fanciulli in età da frequentare la scuola

(dai sei ai quattordici anni) sul numero degli adulti in una popolazione

normale, oscilla sul 20%. Data però la composizione della nostra

emigrazione potremmo calcolare il 15% di fanciulli; ma restringiamo

ancora e stabiliamo soltanto una proporzione del 10%. Ebbene, troviamo

che a Buenos Aires vi sono almeno 25,000 figli d'italiani, dei quali

soltanto 2855 frequentano le scuole italiane. Cioè: sopra

venticinquemila figli d'italiani, ventiduemila circa sfuggono alla

scuola italiana. Fuori di Buenos Aires è molto peggio. Quale influenza

può avere questa scuola sul sentimento della massa?

Quel piccolo decimo poi che la frequenta non vi fa che un temporaneo

soggiorno: le nostre scuole non hanno che le elementari, e per di più

gli alunni le abbandonano al secondo o terzo anno, normalmente, per

continuare gli studî nelle scuole argentine. Ma da una statistica

pubblicata nel '98 rilevo che mentre la «classe preparatoria» della

_Unione e Benevolenza_ era frequentata da centoventidue bambini, alla

quinta non ve erano che otto. Duecentotre alunni si trovavano alla prima

classe della _Nazionale Italiana_, e soltanto cinque alla quinta. Perchè

i bambini non rimangono nelle nostre scuole? Perchè esse sono talvolta

didatticamente manchevoli; ma soprattutto perchè le autorità scolastiche

argentine non vedono di buon occhio gli allievi provenienti dalle nostre

scuole, e giacchè per continuare gli studî è pur necessario passare

nelle scuole del paese, è conveniente, dal lato dell'interesse e del

tempo, di passarvi presto. I bambini lasciano la scuola italiana proprio

quando le loro menti cominciano ad aprirsi, quando le loro piccole anime

principiano a comprendere. L'influenza italiana non può lasciarvi

vestigie profonde; e nel nuovo ambiente, fra i nuovi condiscepoli, tutto

è presto cancellato.

Le nostre scuole sono talvolta didatticamente manchevoli. È mancata

l'unione delle iniziative, tutto è diviso. Quindici Società hanno voluto

fondare quindici scuole, non volendo sottrarre nemmeno questa santa

istituzione alle lotte, alle rivalità, alle ambizioni, che sono le

triste caratteristiche di quelle nostre dissociate associazioni. I

capitali che uniti avrebbero servito a mantenere delle grandi scuole

capaci della loro nobile missione, divisi, sono invece in proporzione

meschini; spesso insufficienti. L'arredamento scolastico è per molte

scuole antiquato e deficiente. Il personale insegnante, male retribuito,

non può essere sempre, ragionevolmente, il più scelto e il più adatto;

deve talvolta dedicarsi anche ad altre occupazioni per campare la vita,

non facendo più dedizioni alla scuola di tutte le sue forze e di tutto

il suo amore.

Ma il difetto peggiore forse di quelle scuole è nel programma, fissato

da una speciale Commissione di sorveglianza. Il programma è presso a

poco quello delle scuole corrispondenti in Italia. Questo è assurdo. In

Italia i ragazzi vanno a scuola per istruirsi; il resto lo insegna loro

il paese. Essi vedono i monumenti, assistono alle cerimonie, odono i

discorsi, seguono i reggimenti per la via, sentono rammentare date

gloriose, entrano nelle chiese, nei musei, nelle pinacoteche; poco a

poco, si forma in loro l'amore sconfinato al paese, l'ammirazione per i

suoi grandi, la coscienza delle sue glorie; diventano italiani, così

vivendo, per tutto quanto penetra nella loro anima; tutto ciò che vedono

e che odono si ammassa inavvertito nel loro spirito, diviene pensiero,

diviene sentimento come il cibo diviene sangue. Ma questo all'estero non

accade. È la scuola che deve supplire--poichè disgraziatamente non

supplisce sempre la famiglia--creando, direi quasi, un processo rapido

d'italianizzazione con i mezzi più adatti. L'istruzione pura e semplice

passa in seconda linea.

L'Argentina che vuol dare al suo popolo eteroclito l'unione con un

acceso spirito di nazionalità, ha ben compreso questo. I suoi uomini

illustri vengono rapidamente eroicizzati. Ed è giusto: poichè manca il

sublime sfondo del tempo che ingigantisce le figure che vi si

proiettano, è necessario mirarle attraverso la smagliante lente della

retorica. Questo, dopo tutto, è sano patriottismo. In tutte le scuole,

anche nelle straniere, siano pure private, il Governo argentino impone

una parte del programma riguardante la storia e la lingua del paese; ed

ha ragione. Ma i nostri programmi non contrappongono nulla di efficace a

questa argentinizzazione.

Non si tratta già di sottrarre i figli d'italiani alla loro nuova

patria; il volerlo sarebbe errore grave. Si tratta di non perderli

assolutamente per la vecchia. Bisogna persuaderli che non c'è un solo

grande paese al mondo, l'Argentina, ma che ve ne sono almeno due.

Bisogna che essi sentano il legittimo orgoglio e la fierezza di

discendere dalla nostra stirpe gloriosa.

È tutto un altro sistema d'educazione che ci vuole. L'insegnamento buono

per l'Italia è falso, falsissimo per l'estero; esso trova nell'ambiente

una opposizione che bisogna vincere, invece di trovarvi un aiuto, una

più grande scuola di perfezionamento. Occorre ben altrimenti colpire le

fantasie dei bambini, parlare alle loro piccole anime ed accenderle di

entusiasmo e di fierezza. Bisognerebbe mostrar loro sempre le superbe

vedute delle nostre città, dei nostri monumenti, le pitture storiche, in

modo teatrale. I bimbi, come i vecchi, non credono che quello che

vedono.

*

* *

Sarebbe possibile alla Collettività Italiana l'istituzione di queste

grandi scuole, il cui programma ideale abbiamo rapidamente tracciato?

Sì, con un po' più di unione, con un po' più di concordia e d'amore. Ma

il Governo italiano non dovrebbe rimanere estraneo all'iniziativa ed

alla organizzazione di queste scuole italiane. Soltanto a questa

condizione tacerebbero le antiche rivalità. Intorno alla sua opera tutti

si unirebbero fraternamente. Occorre che una voce potente e paterna

chiami i dispersi, concilî i dissidenti, plachi le ire, e questa non può

essere che una voce che viene dalla Patria. Troppo tempo il Governo ha

trascurato ed abbandonato quelle nostre colonie lasciando crescere le

discordie, permettendo soprusi, sordo ai reclami, impassibile di fronte

alle ingiustizie. Curando le scuole, che sono il vivaio degli uomini,

avrà giovato a tutto un avvenire e si sarà fatto perdonare il passato.

La Collettività Italiana di Buenos Aires, che ha saputo adunare tanti

milioni di capitale per la Società di beneficenza dell'Ospedale, farebbe

altrettanto, e più, per le scuole, quando rimanesse persuasa che educare

italianamente i figli è altrettanto necessario del curare i malati.

L'azione del Governo dovrebbe essere più che altro morale: coordinare le

forze e usarne con illuminata sapienza. Santa opera di pacificazione e

di previdenza che non dovrebbe destare laggiù sospetti e gelosie.

L'Argentina potrà facilmente persuadersi che l'Italia non vuol

certamente toglierle i suoi nuovi cittadini, ma vuole soltanto esserne

amata perchè ne è madre.

NELLE CAMPAGNE ARGENTINE: "PEONI" E "MEDIERI".

[Dal _Corriere della Sera_ del 15 agosto 1902.]

La nostra emigrazione è nella massima parte composta di agricoltori, e

l'agricoltura forma la più grande risorsa presente e futura della

Repubblica Argentina. Lasciamo dunque un poco, lettore mio, le città con

i loro governi, le loro amministrazioni, i loro tribunali, le loro

collettività straniere--e relative associazioni--lasciamo la vita

«civile» fra le passeggiate, le _avenidas_, i _clubs_, le bische, i

teatri, gl'ippodromi che conosciamo già abbastanza e andiamo in cerca di

tutti quei nostri connazionali che non si vedono nei grandi centri

perchè lavorano dispersi per i campi, che non danno nell'occhio perchè

sono umili, attaccati alla terra e del colore della terra. Essi sono la

maggioranza. Sono essi che empiono le navi partenti dai nostri porti. La

parola «emigranti» evoca alla nostra mente la loro folla misera e forte.

Sono essi che i nuovi paesi invitano, perchè essi sono la ricchezza,

l'unica vera ricchezza. Eppure sono gli ultimi ad essere visti da chi

arriva laggiù, perchè al primo momento si scorge solo una folla di

affaristi, di politicanti, di banchieri, di commercianti, d'industriali,

di borsisti. Sono la maggioranza, ma le loro voci lontane non si odono;

essi vengono gettati sui campi come si getta il seme. Il loro còmpito

principale è quello di dare il frutto, darlo per tutti, e, se ne avanza,

anche per loro.

*

* *

L'emigrante che sbarca col solo patrimonio delle sue braccia è un

_peon_. Il _peon_--italianizzato in _peone_--è l'essere più umile che

esista. È qualche cosa meno di un uomo: è una macchina da lavoro della

forza d'un uomo. Il peone fa di tutto: è facchino, manuale, spazzino.

Vive alla giornata, oggi trasporta le pietre nei cantieri, domani

trasporta i covoni sui campi. Gira sempre in traccia di lavoro; passa da

colonia a colonia, da provincia a provincia, ben felice quando

un'occupazione lunga lo fissa in qualche parte. Viaggia quasi sempre a

piedi come l'Ebreo Errante, ma senza le scarpe leggendarie, perchè le

sue si logorano.

L'Argentina vista come è · 第 12 / 15 段