partono ordinariamente--salvo onorevoli eccezioni--che quando vedono
fallito l'ultimo tentativo per ottenere un umile impiego, sia pure a
mille e cento. Vanno senza idee, senza progetti, senza appoggi e senza
mezzi, travolti nel turbine della miseria, e privi perciò di quella
grande forza che è l'indipendenza. Talvolta cadono per non rialzarsi
più, talora invece riescono a formarsi una posizione; ma imparano
laggiù, alla scuola della vita, quanto il paese nativo non s'è curato
d'insegnar loro, ed è naturale che si modifichino, che si adattino
all'ambiente; non possono serbarsi italianamente puri, e nello istesso
tempo lottare per il pane in un ambiente dove sentono l'ostilità
mordente, sorda, continua e tenace contro lo straniero.
Nessun uomo può rinunziare allo spirito di conservazione. L'emigrazione
italiana ha perciò poche guide e pochi esempî, e viene a mancare così di
quella mirabile coesione che è la caratteristica di altre emigrazioni.
Aggiungete la impunità che la cattiva giustizia assicura così spesso al
«figlio del paese» quando commette reati a danno d'italiani--i quali
sopportano tutto in espiazione di quel peccato originale che è l'essere
_gringo_--aggiungete l'inazione diplomatica che lascia i nostri
connazionali esposti all'arbitrio, al sopruso e alla brutalità, ed
avrete un'idea della posizione forzatamente umile dell'emigrato
italiano.
È per questo che noi laggiù non abbiamo sempre troppa fierezza, e non
facciamo mostra di un'eccessiva dignità nazionale. Un anno e mezzo fa,
poco tempo dopo che al Brasile si era data una sanguinosa caccia
all'Italiano--pagata poi con un po' di denaro, senza nessuna
soddisfazione per la bandiera italiana che la folla aveva oltraggiato
trascinandola nel fango--il Presidente del Brasile, Campos Salles, si è
recato a Buenos Aires. Moltissime Società italiane con bandiera e musica
andarono a riceverlo, qualcuna di quelle Società diede persino feste in
suo onore, e alla sera le facciate delle sedi sociali furono illuminate.
Un ricco signore italiano giunse persino ad offrire la sua casa per
ospitarvi il Presidente brasiliano, offerta che, si capisce, venne senza
indugio accettata. E come questo, troppi altri «omaggi» inconsiderati
rendiamo. In tutto ciò vi è molta ingenuità, molta incoscienza,
desiderio di far cosa gradita, entusiasmo impulsivo e incoerente. Siamo
latini anche noi; una bandiera spiegata e un festone di lampadine
elettriche bastano spesso a farci gridare evviva. C'è il buon cuore, il
cuore italiano, perchè con quello si nasce e si muore, ma non c'è il
carattere italiano, perchè il carattere si forma; e, disgraziatamente,
in Italia non è popolarizzato il mistero della sua formazione. Le nostre
masse povere che emigrano sono moralmente amorfe.
*
* *
I danni che a noi derivano da questa emigrazione sono materiali e
morali. I materiali: l'Italia che ha nell'Argentina più d'un milione dei
suoi figli--ossia un quarto della popolazione della Repubblica--non
contando i loro discendenti, non occupa nell'importazione di quel paese
che il quarto posto, e il settimo nell'esportazione. I danni morali sono
molto più gravi: laggiù si giudica del nostro paese in base
all'emigrazione.
Gli Argentini stimano la Spagna perchè ne sono figli, l'Inghilterra
perchè ne sono debitori, la Francia perchè ne sono satelliti, la
Germania perchè ne sono clienti, gli Stati Uniti perchè ne sono
ammiratori e imitatori. Dell'Italia sanno poco (la coltura storica e
artistica non è in verità il loro forte), fuorchè essa manda laggiù
bastimenti carichi di suoi figli, attivi, infaticabili, preziosi, sì, ma
poveri e umili, due qualità straordinariamente disprezzabili,
specialmente in un paese dove il denaro e l'orgoglio sono tutto.
L'Italia è generalmente raffigurata dalla massa _criolla_ come un paese
di affamati, saturo di popolazione--quasi una piccola Cina--che ha
bisogno di tendere la mano alla ricca e progredita America. Basta vedere
le allegorie politiche dei giornali illustrati, nelle quali v'entri
l'Italia, per capire, niente altro che dal gesto di magnifica protezione
dell'Argentina verso l'Italia più piccina di lei, quale è il pensiero di
quella gente, sui rapporti dei due paesi.
Ricordo che un giorno il direttore del più popolare giornale della sera,
parlando con me di politica europea, mi sosteneva col massimo
convincimento che l'Italia deve l'essersi salvata dalla crisi economica,
di recente e dolorosa memoria, precisamente all'... Argentina.
L'Argentina ci avrebbe salvato prima portandoci via dei disoccupati e
degli affamati che avrebbero fatto la rivoluzione, poi economicamente
con i... risparmî mandati a casa dagli emigranti e con lo sbocco dato ai
nostri prodotti. L'egregio direttore ripeteva ciò che in più occasioni
aveva scritto e ciò che la massa dei suoi lettori pensa.
Un giovanotto della migliore società bonearense, di ritorno da un
viaggio in Europa, o meglio a Parigi, rispondendo ad un amico
mio che gli vantava la vita napoletana, al sentire la parola
_paseos_--passeggi--esclamò, con un sorriso indescrivibile:
--_Caramba, me abria gustado ver los napolitanos in coche!_--Perbacco,
mi sarebbe piaciuto vedere dei napoletani in carrozza!
Un altro aneddoto ancora più caratteristico. Il figlio d'un ministro
argentino si trovava a Napoli con un amico italiano, ora stimatissimo
professore di latino a Buenos Aires, e passeggiando per la città,
meravigliato del concorso elegante, esclamò:--Ma qua sono tutti
stranieri!--L'amico rispose distrattamente che ci sono sempre molti
stranieri a Napoli. Alia sera, al San Carlo, il figlio del ministro non
si era ancora seduto nella sua poltrona, che girando lo sguardo sorpreso
intorno alla sala ripetè:
--_Però todos, todos estranjeros!_
--Ah, no!--rispose l'amico comprendendo finalmente--sono napoletani,
tutti napoletani, che Dio ti benedica!
La sua mente non concepiva dei napoletani in abito nero e delle
napoletane in _décolletée_ e brillanti, riuniti in una splendida sala da
teatro. Per lui, come per la maggiorità de' suoi concittadini,
«napolitano» era quasi sinonimo di venditore ambulante, di lustrascarpe
e di spazzaturaio.
È facile immaginare quanto questa, diciamo così, poca considerazione dei
nativi contribuisca a deprimere maggiormente il morale del nostro
emigrante. L'Argentino, per la sua natura spagnolesca--che sotto certi
aspetti può anche avere alcunchè di simpatico--è superlativamente
orgoglioso, e convinto della sua indiscutibile superiorità sopra tutti
gli altri umani dell'universo--ed è abituato a sentirselo dire. Anche
nelle sue dimostrazioni di amicizia e di simpatia vi è sempre un'aria di
degnazione, di protezione; nella sua cordialità c'è della benevolenza;
si pone a _vos ordenes_ per una forma di squisita e cavalleresca
educazione, ma non riconosce nè _ordenes_ nè _deseos_ se la sua vanità
non è solleticata; egli può concedere, mai cedere. Nelle transazioni fra
uno straniero e un «figlio del paese» vi è sempre il carattere di
transazioni fra inferiore e superiore, anche se avvolti nel velo soave
di una educazione inappuntabile. Per di più, se gli argentini colti,
quelli che formano la minoranza dirigente, sentono nella prosperità in
cui vivono i vantaggi incalcolabili della nostra emigrazione, e la
desiderano e la provocano, la massa povera _criolla_, quella che vive
disseminata nella campagna, ne sente invece i danni. Una volta era
padrona della Pampa, che la nutriva senza la dolorosa necessità del
lavoro. Ora, dove è l'italiano _enlazare_ un bue diventa un furto; il
colono difende i frutti del suo lavoro, e il _gaucho_ è costretto per
vivere a lavorare nell'_estancias_ qualche mese dell'anno; ciò offende
la sua dignità. Egli ha rancore contro il _gringo_, e di quando in
quando all'occasione si vendica a colpi di rivoltella, troppo spesso
impunito.
La situazione dei lavoratori italiani, specialmente nei campi, è in
certo modo simile a quella degli ebrei in alcune nazioni d'Europa, i
quali fanno liberamente i loro affari, ma un'ostilità blanda e latente
li circonda. Alla prima occasione si sentono gridare in faccia la parola
«ebreo» come un'ingiuria. Laggiù si grida: _gringo_.
L'italiano si chiama _gringo_, un vocabolo dispregiativo, che non ha la
traduzione. Non se ne sa nemmeno l'origine: alcuni credono che venga da
_griego_-greco. Parrebbe che una volta, in uno dei primi anni del secolo
passato, sbarcasse al Plata una comitiva di cavalieri d'industria greci,
che rubarono mezzo mondo e poi presero il largo. Da allora si sarebbero
chiamati _griegos_ gli stranieri, quasi come per dirsi:--In guardia
amico!--Da _griego gringo_; e questo appellativo è restato quasi
esclusivamente sulle spalle degli Italiani. Non sono molti anni che
rappresentava un'ingiuria mortale, ma poi i _gringos_ sono diventati
tanti che la parola ha perduto molto dell'acerbo significato, restando
una semplice espressione disprezzante, come potrebbe essere da noi il
vocabolo «stranieraccio». In forma amichevole _gringo_ si cambia in
_gringuito_. Spesso invece è seguito da un immondo qualificativo
decentemente intraducibile e pure tanto comune laggiù, che pare non
abbia altro scopo che di riportare la parola _gringo_ all'antico
ingiurioso significato.
Un argentino si offende se viene chiamato _gringo_. Tutti gl'Italiani
indistintamente sono _gringos_. L'appellativo è usato correntemente. Dei
_gringos_ il più dispregiato è il _tano_. _Tano_ è la corruzione di
«napoletano». Tutti i meridionali sono «tani». Questa parola non è molto
usata nelle classi _decentes_; se ne fa abuso nel volgo, specialmente
della campagna. Siccome i poveri emigranti meridionali, calabresi,
abruzzesi, napoletani, siciliani, sono i più miseri e i più incolti, la
parola _tano_ poco a poco è venuta a designare l'ultimo gradino
dell'umiltà umana. Dire _tano_ è come dire «miserabile!» Di questa
parola non esiste un vezzeggiativo in _tanito_: _tano_ è sempre
dispregiativo assoluto. L'Argentino irritato vi dice in faccia _gringo_:
irato vi grida _tano_. Ciò significa che le parole equivalenti a
_italiano_ e _napoletano_ occupano un posto nel vocabolario delle
ingiurie. E il nostro orgoglio non ne può essere lusingato.
Nel teatro _criollo_, che è una derivazione recente dell'antico teatro
spagnolo, s incontra spesso il _tano_. Come in tutti i teatri primitivi
i caratteri dei personaggi rimangono stereotipati attraverso le diverse
commedie, formando quasi delle maschere; fra queste maschere il _tano_
fornisce il diversivo allegro: è burlato da tutti, parla a strafalcioni;
è un po' il «servo sciocco» delle antiche scene italiane, ma più servo e
più sciocco, per di più ladro e.... bastonato. Questo solo basterebbe a
farci comprendere la strana depressione del nostro prestigio.
*
* *
Fra chi è nato al di qua e chi è nato al di là dell'Atlantico v'è una
barriera invisibile che l'Argentino sente e apprezza; ed attribuisce
alla propria generosità e alla propria bontà il non farla sempre valere.
Esso si ammira in buona fede; dice e scrive in fondo in fondo così:
«tutta questa gente moriva di fame nel suo paese, è venuta qua, ed io
non la scaccio; come sono buono, generoso, ospitale!» Tutti hanno
interesse di ripetergli in coro «come siete buono, generoso,
ospitale!»--e la barriera invisibile persiste minacciosa.
Oh! facciamo una buona volta i calcoli di questa ospitalità generosa,
vediamo da quale parte sono gli utili maggiori, immaginiamo che cosa
sarebbe quel paese senza di noi, ed osserviamo ciò che è; vediamo chi
crea la sua ricchezza, vediamo chi produce e chi spende, chi suda e chi
gode, chi fa e chi disfà. Smettiamo di mentire, perchè la nostra dignità
ne ha sofferto abbastanza.
Il nostro lavoro è richiesto: si domandano braccia.--«Che cosa guarirà
mai la profonda crisi argentina?»--chiedevo un giorno al senatore Canè,
uno dei più colti politici argentini.--«Non c'è che un rimedio:
l'emigrazione»--mi rispose. Dunque da una parte si chiede l'emigrazione,
dall'altra vi è la potenza di soddisfare la domanda. Si può ben trattare
come parti contraenti, mettere delle condizioni, volere delle garanzie,
pretendere un po' di giustizia per i nostri poveri connazionali, in
cambio della immensa forza che noi diamo, e che noi dovremmo dirigere.
La vera Italia è sconosciuta o misconosciuta laggiù: la sua voce timida
vi fu raramente udita; ascoltata mai. Il solo fatto di chiedere niente
altro che il mantenimento delle calpestate promesse costituzionali, come
il «diritto alla vita, all'onore, alla libertà, all'eguaglianza, alla
proprietà e alla sicurezza», ci porrebbe immediatamente in una ben
diversa situazione morale.
«Parla? dunque vive!»
UNIONI E SCISSIONI.
[Dal _Corriere della Sera_ del 30 luglio 1902.]
Gl'italiani al Plata sono riuniti in circa trecento associazioni
diverse: il che significa che sono perfettamente disuniti.
La questione delle associazioni ha laggiù un'importanza speciale perchè
da essa deriva una grande debolezza, una mancanza di coesione morale,
una dispersione di forze e di ricchezze nella nostra colonia, mentre
potrebbe e dovrebbe essere un elemento di unione e di potenza.
La cosa andrebbe studiata con cura. Noi abbiamo nel sangue un po' di
spirito di scissione; è indubitabile. Il disaccordo non è lo stato meno
normale dei nostri spiriti; la discussione ci piace. Anche quando siamo
in due abbiamo sempre qualche idea altrui da combattere e qualche idea
nostra da patrocinare. È un difetto latino; le nostre anime si avvolgono
nell'antica toga sempre pronte all'orazione. Le discussioni sprizzano
fuori dall'urto delle opinioni come le scintille dall'urto dei corpi, e
noi amiamo soverchiamente queste scintille della discussione. Da questo
viene il caratteristico chiacchierìo tumultuoso della nostra folla a
cui si contrappone il mutismo solenne e impressionante della folla
inglese, per esempio, della quale si ode il rumore, ma non la voce. Una
folla anglo-sassone o teutonica agitata da un entusiasmo è unita persino
nell'_evviva!_, col suo _hip, hip, urrah!_, e canta in coro. E il canto
collettivo--anche quando è stonato--è il segno migliore dell'accordo.
Questo nostro spirito di scissione noi lo troviamo esagerato negli
italiani all'estero, e specialmente in America. La massa della nostra
emigrazione, come già abbiamo avuto occasione di rilevare, proveniente
da paesi diversissimi, misera e incolta nella generalità dei casi, è nel
complesso deficiente di quelle qualità che formano il carattere
nazionale. Per di più la necessità del lavoro la divide: la lotta
accanita per l'esistenza o per la fortuna fa di un uomo quasi
l'avversario d'ogni altro uomo. Le preoccupazioni della vita attuale
distolgono la mente dalle cose della patria, le cui conseguenze, del
resto, non sono più immediate; la distanza e il tempo annebbiano e
discolorano quanto si è lasciato indietro; sulla nuova terra altre
tradizioni ed altre usanze fioriscono e fanno dimenticare le antiche;
ogni cosa, insomma, concorre ad allentare i vincoli dell'unione. Infine
l'allargarsi d'una nuova civiltà offre a tutte le ambizioni in
concorrenza l'esca di nuovi onori, reali e fittizî.
L'onore che è più a portata di mano laggiù è dato dalla carica di
presidente, di consigliere, di segretario, di qualche cosa insomma di
una società italiana. Vi sono società italiane utili e benemerite della
collettività, ma ve ne sono molte il cui scopo è proprio quello di
fornire delle cariche sociali ai soci, un titolo onorifico da sostituire
al cavalierato che il democratico regime americano non ammette. Le
cariche sociali vi si cambiano a turno una volta all'anno. Così chiunque
può diventare il _señor_ Presidente; il che in Republica è
straordinariamente lusinghiero. Un distintivo all'occhiello, il diritto
di prendere la parola in un Comizio o di mettere il proprio nome in
fondo ad un manifesto, esercitano un'attrazione straordinaria.
Quando una società comincia a diventare troppo numerosa, subito la
minoranza, priva di cariche sociali, si stacca in massa e fonda una
nuova società. Molte associazioni italiane si riproducono per scissione,
come i bacilli.
Da questa straordinaria quantità di associazioni l'unione non è certo
cementata; è una fermentazione di rivalità, di antipatie, di ambizioni e
anche d'interessi, un lavorìo demolitore, un indebolimento doloroso, una
corrosione lenta e continua della compagine morale della nostra colonia.
Quando una gioia o un lutto della Nazione fanno battere all'unisono
tutti i cuori italiani, quando giunge dalla Patria un grido d'entusiasmo
o di dolore, allora si compie per un momento il miracolo dell'unione,
allora tutte le bandiere, gli stendardi e i simboli degli innumerevoli
gruppi italiani si vedono riuniti per le vie agitati dallo stesso
fremito, in mezzo ad un popolo, un altro popolo italiano, che è mosso da
uno stesso amore. Si ha in quel momento la visione rapida, di fronte
all'imponenza della massa enorme, della irresistibile possanza della
nostra unione. Ma è un momento! Il giorno dopo, la discordia ricomincia
il suo triste lavoro di tarlo, che sgretola, polverizza e disperde
l'anima italiana.
*
* *
Non parliamo delle associazioni e dei circoli che hanno per scopo il
divertimento; essi si comprendono; il loro moltiplicarsi o il loro
diminuire non ha alcuna influenza sopra l'unione della collettività.
Anzi la loro presenza è un bene perchè i nostri connazionali vi trovano
un sollievo e un riposo, che senza tali _clubs_ dovrebbero cercare in
ambiente straniero. Esaminiamo invece quelle associazioni il cui scopo
non è il divertimento, ma l'interesse. Nella sola Buenos Aires vi sono
sopra a cinquanta Società di mutuo soccorso e di previdenza.
La prima di queste società la _Unione e Benevolenza_ venne fondata nel
'58. In quell'epoca la forma di mutuo soccorso s'imponeva, era l'unica
garanzia per i lavoratori dispersi in un paese nuovo, e anche l'unica
forma di difesa che fino allora la previdenza collettiva avesse trovato.
La scissione si è manifestata subito nella prima società, dalla quale si
distaccò, tre anni dopo dalla fondazione, la _Nazionale Italiana_. E
altre e altre si formarono; dalla _XX Settembre_ si stacca la _Nuova XX
Settembre_. Sorgono la _Colonia Italiana_, l'_Unione Operai Italiani_,
l'_Italia Unita_, la _Giovane Italia_, e nello stesso anno l'_Italia_
(senza aggettivi); più tardi la _Nuova Italia_, l'_Italia Risorta_,
l'_Italia al Plata_, e--ironia dei nomi--l'_Unione Italiana_. Due
società di mutuo soccorso prendono il nome di _Vittorio Emanuele II_,
due di _Cavour_, due di _Umberto I_. L'associazione di mutuo soccorso
_Galileo Galilei_, non è la stessa--come potrebbe credersi--della _Eppur
si muove_. Una serie di associazioni si forma in nome della fratellanza:
_Unione e Fratellanza_, _Progresso e Fratellanza_, _Fratellanza
Artigiana_... Si formano associazioni femminili di mutuo soccorso:
l'_Unione e Benevolenza femminile_, la _Margherita di Savoia_, la
_Figlie d'Italia_, la _Società femminile_...
È facile immaginare quanto tale suddivisione di capitali, di
amministrazioni e di forze direttive sia a tutto nocumento del mutuo
soccorso. Ma dall'84 comincia a far capolino una ben più grave e
dolorosa divisione, che viene a scindere non soltanto gl'interessi della
collettività, ma i suoi sentimenti di patriottismo e di amore; intendo
parlare del regionalismo. Sorge prima una _Unione Meridionale_ che
accentua la triste rivalità fra il nord e il sud. Segue la _Stella di
Napoli_, poi una _Partenope_, dalla quale naturalmente si distacca una
_Nuova Partenope_; poi l'_Unione Calabrese_, il _Circolo Sannitico_, la
_Veneta di M. S._, l'_Abruzzo_, la _Magna Grecia_, l'_Unione Sarda_, la
_Ligure di M. S._, il _Centro Pugliese_, i _Figli di Sicilia_ e via via.
Tutti questi innumerevoli aggruppamenti, aventi un unico scopo, non
erano proprio necessarî; le antiche piaghe delle nostre fraterne
discordie, cicatrizzate in Patria, si riaprono laggiù. Lo spirito
italiano, non troppo forte all'inizio, ne è sempre più indebolito. E la
Patria disgraziatamente non esercita quell'azione tutelare, al di sopra
di tutte le lotte di campanile, azione che dovrebbe essere come una
dolce amorosa protezione materna sui figli lontani. I figli crescono in
discordia quando la madre non li cura!
*
* *
Il mutuo soccorso si è cristallizzato nell'antica forma perchè non ha
mai avuto la forza, data la suddivisione ad oltranza dei capitali, di
trasformarsi nella moderna assicurazione. Le molteplici società di mutuo
soccorso nella sola Capitale hanno quasi ognuna una sede propria, per la
quale si è immobilizzata grande parte del capitale sociale. I soci
pagano una tassa mensile che varia intorno ad un _peso_ e mezzo (L. 4
circa) per avere la visita medica gratuita nei periodi di malattia, e
una piccola pensione di un _peso_ circa al giorno fino alla guarigione,
pensione che decresce secondo norme stabilite e che in certi casi
diviene minima. Riunite tutte queste associazioni bonearensi, compresa
la _Società di Beneficenza_ in una, si avrebbe un sodalizio con
venticinque milioni di capitale, con settantamila soci che, pagando
premî minimi, verserebbero sette milioni circa di franchi all'anno.
Quante miserie sollevate, quante lacrime asciugate, quante rovine
scongiurate! E sopra tutto quale forza prodigiosa non verrebbe ai nostri
connazionali da questa unione d'interessi, e quale indipendenza?
Alcune delle società che ho nominato, e specialmente le più antiche,
debbono essere considerate al di fuori del meschino battagliare delle
ambizioni e delle rivalità. La loro colpa è quella di non aver compreso
quanti danni venivano per riflesso alla Patria ed alla colonia per la
loro disunione, e di non essersi modificate col volgere degli anni. Ma
in compenso queste associazioni hanno prodigato tanto bene nella
collettività, da esse sono partite nobili iniziative, e la loro azione,
per quanto divisa, ha avuto sempre per movente l'amore all'Italia,
riuscendo a mantenere più a lungo che fosse possibile i vincoli fra la
Madre Patria e i suoi figli lontani.
La _Società di Beneficenza_ da cui dipende l'Ospedale italiano, ha
potuto curare sopra a quarantamila infermi, in venticinque anni; la sede
dell'Ospedale, da pochi mesi inaugurata, costa tre milioni circa, e non
ha nulla da invidiare alle migliori cliniche.
Undici di queste associazioni italiane di Buenos Aires, e dieci nelle
provincie, hanno diritto sopra le altre alla nostra più viva simpatia e
alla nostra riconoscenza, perchè mantengono a loro spese delle scuole
italiane. Esse hanno compreso che solo la scuola poteva essere il mezzo
per tenere vivo nella colonia il sacro fuoco dell'amor di Patria. Hanno
lottato contro ogni difficoltà con perseveranza e patriottismo per
cercar di dare ai figli d'italiani un po' d'anima italiana. Sono
riusciti? Questo esamineremo spassionatamente più avanti. Alla questione
delle scuole italiane è legato il grave problema dei «figli d'italiani»,
che vivamente c'interessa, perchè rappresenta il problema dell'avvenire.
Per ora osserviamo che le scuole italiane di tutta la Repubblica
Argentina sono frequentate solo da tremila e cinquecento bambini, debole
cifra se si pensa al numero grande di italiani che vivono laggiù.
Così la scuola italiana non può avere una profonda e vasta influenza
sulle generazioni che crescono; essa resta come un simbolo, più che come
istituzione viva e vivificante; un simbolo per il quale lottano tanti
patriotti generosi. Ma pure, anche se quelle scuole non dovessero avere
altro risultato che questa santa lotta per l'italianità, non potrebbero
dirsi inutili. Dove si lotta, sia pure perdendo, è segno che si vive.
Tutto è meglio dell'indifferenza.
Ma nelle scuole, come disgraziatamente in quasi tutto quanto parte dalla
iniziativa italiana, troviamo il segno d'una profonda divisione come un
peccato originale. Ogni scuola fa da sè, come ogni società fa da sè.
Si è parlato qualche volta di unione, ma vi sono grandi interessi--non
nostri questi--cui giova mantenere debole l'elemento italiano, e molte
piccole ambizioni--nostre queste purtroppo--che si nutrono delle
scissioni.