apre, e il _nostro_ sudore domanda per fecondarsi. _Noi_ abbiamo steso
per tutte le linee di ferro; _noi_ strappati i metalli alle vene delle
roccie; _noi_ staccati i marmi e i graniti dalle montagne e svelti i
tronchi dalle radici; _noi_ innalzate al cielo le moli dei palazzi e dei
tempî; _noi_ addolciti i costumi, infiorata la vita; dischiuse le
intelligenze. Che ci manca? Il coraggio di dire di noi ciò che è nel
pensiero di tutti e sulle labbra di molti!»
Sante parole!
Ebbene, abbiamolo una buona volta questo coraggio della verità, senza
trepidare per suscettibilità offese e per risentimenti sollevati. Che è
mai «nel pensiero di tutti e sulle labbra di molti?»
È che noi italiani siamo le api operaie di quel grande alveare; è che
l'Argentina esiste e vive in virtù del lavoro italiano. Senza di noi non
avrebbe produzione, non avrebbe nè agricoltura, nè industria, non
avrebbe teatri, palazzi, porti, ferrovie. È il lavoro dei nostri
connazionali che ha veramente creato l'Argentina d'oggi, la quale senza
di esso non avrebbe nessuna potenza economica, come un Guatemala od una
Bolivia qualunque.
*
* *
Giungendo a Buenos Aires i grandi piroscafi transatlantici s'inoltrano
lentamente in un canale lungo ventun chilometri, scavato nel fondo del
torbido Rio della Plata e segnato sulle acque agitate con centinaia di
boe e segnali luminosi. Chi ha tracciato questo solco colossale nel
letto del fiume? Degli operai genovesi. S'incontrano rimorchiatori che
trascinano affannosamente le navi all'entrata del porto. Le loro piccole
ciurme sono italiane. Ogni tanto i piroscafi passano rasente a dalle
enormi draghe. Chi sono quegli operai che le manovrano lavorando sotto
al sole cocente, in mezzo al frastuono degli immani macchinarî? Sono
italiani: ecco, riconoscono la bandiera della patria a poppa della nave
che passa, si sollevano dal lavoro, guardano pensosamente, e salutano.
Si appressa un vaporino, una scala è gettata e compare il pilota sul
ponte. È italiano.
Si arriva al porto--la cui grandezza stona, in questi tempi di crisi,
con la pace che vi regna, ora che le settantasette gru idrauliche sugli
enormi scali sono in troppa parte inoperose. Chi ha fondato, costruito,
eretto, armato, montato tutto questo? Operai italiani. Il granito delle
grandi pareli dei bacini e dei _docks_ viene dal Tandil, dove braccia
italiane lo strappano alle colline, lo spezzano, lo sagomano, lo
trasportano. Laggiù fra le lontane solitudini migliaia d'italiani,
riuniti in poveri villaggi, lavorano le cave di granito che italiani
hanno scoperto: e il rombo del loro lavoro echeggia per le valli
deserte--quando una crisi politica o economica non li snida e non li
ricaccia affamati, come nel novanta e come adesso, nella mandria immensa
dei senza lavoro!
Dal ponte della nave ormeggiata l'occhio spazia sulla città, i cui mille
pinnacoli, cupole, campanili si ergono sulla moltitudine dei tetti.
Tutto ciò che si vede è stato fatto da braccia italiane. Il lavoro
materiale italiano entra in proporzione del _novantasei per cento_ su
quanto si fa laggiù.
Nel 1855 Buenos Aires non era che una ben misera città, fangosa e
sporca. Le case piccole, basse, primitive, costruite senza calce con
informi mattoni e fango, non avevano altro di buono che il _patio_: cioè
a dire che la parte migliore della casa era fuori di casa. Persino
l'abitazione del dittatore Rosas, che per venti anni ha imperato
sull'Argentina, non era che una misera stamberga che fino a due anni fa
si poteva vedere ancora in piedi ma pencolante, come quelle vecchie case
inglesi dell'epoca d'Elisabetta, in Holborn, che tanto piacevano a
Dickens.
In quell'epoca circa giunse laggiù il primo architetto. Era italiano,
milanese. Poi altri lo seguirono. A questi nostri compatriotti si
debbono le pi ime costruzioni civili di Buenos Aires. Già le braccia
italiane giungevano in numero sufficiente per eseguire i loro progetti.
Sorsero i primi palazzi, e poi dei teatri, degli ospedali, delle scuole.
Braccia italiane costruirono senza posa. Da quell'anno sono state erette
più di cinquantamila case; ossia tutta la città è rinata dalle sue
maceriuzze fangose. E, se non in ogni costruzione è entrata la mente
italiana, certo tutte sono dovute al lavoro materiale di quelle macchine
umane che noi esportiamo gratis. E là ne abbiamo mandato per un valore
di forse sette miliardi, se è giusto il calcolo degli americani del nord
che attribuiscono ad ogni emigrante il valore di mille dollari.
Se per un miracolo tutto ciò che è prodotto dal lavoro italiano potesse
scorgersi, assumesse un colore speciale, rosso, supponiamo, si vedrebbe
Buenos Aires tutta intera, dal fiume ai campi dell'ovest, imporporarsi
come sotto il riflesso d'un incendio sterminato. Da lì il colore di
fuoco serpeggerebbe lungo tutte le ferrovie, lungo i fiumi, accenderebbe
i battelli che li percorrono, e le città che toccano, i canali che vanno
a irrigare le arse pianure di Cordoba e di Mendoza e di San Juan: si
propagherebbe allargandosi per i campi di Santa Fè, di Rosario, di
Buenos Aires, di Entre Rio, e giù al sud tingerebbe Bahia Blanca e il
suo grande porto militare che il talento italiano ha ideato e braccia
italiane hanno costruito. Non una città, non una colonia sfuggirebbero.
Non so se mai si farà una carta geografica che mostri il lavoro dei
popoli, come si fanno le carte idrografiche per indicare l'altezza delle
pioggie nei differenti paesi, e le carte etnografiche che mostrano le
varie razze umane sparse pel mondo. Certo è che su questa carta
l'Argentina tutta, dal Chaco alla Terra del Fuoco e dalla Cordigliera
delle Ande al Plata, dovrebbe essere dipinta del colore indicato nel
margine da queste parole: Lavoro italiano!
*
* *
L'Argentina non aveva agricoltura prima che i coloni italiani andassero
a dissodarne le sconfinate pianure. La Spagna, all'epoca della sua
dominazione, forniva le farine; poi le fornì il Cile. «In gran parte la
ragione di tale trascuratezza--dice un culto studioso della materia,
Giacomo Grippa, in una monografia comparsa nel libro di cui ho parlato
in principio--è da cercarsi nella indolenza degli abitanti, che non
cedette a nessun tentativo che si facesse per scuoterla.» L'agricoltura
argentina, che forma la principale ricchezza del paese, è un prodigio
italiano. Si pensi che i campi di Santa Fè, di Cordoba e di Entre Rios,
da dove questi prodotti vengono, erano _pampas_, pianura selvaggia,
senz'acqua, coperta da vegetazione sterposa, da cardi, da cactus, e che
sono i nostri contadini che l'hanno resa fertile, con anni e anni di
lavoro assiduo tenace. Si pensi che la conquista di tanto territorio è
costata tanto sacrificio di vite italiane, quanto nessuna guerra nostra.
Dall'agricoltura sono nate le industrie, con le quali il paese si è
emancipato dall'estero per alcuni prodotti di prima necessità. E gli
iniziatori dell'industria argentina sono quasi tutti italiani. Perchè,
vedete, si potranno trovare dei _figli del paese_ concessionarî di
lavori, intraprenditori, impresarî; talvolta commercianti;
rarissimamente industriali; operai mai.
La coltura estensiva richiedeva macchine. Qualche povero fabbro italiano
audace e volonteroso tentò di copiare le macchine straniere che
capitavano nelle sue mani per le riparazioni. Riuscì. La sua fucina si
ampliò a poco a poco, divenne officina, divenne fonderia. Dopo una lotta
lenta, assidua e tenace come il battere del suo martello, vide il suo
stabilimento aumentare, ed ergersi le ciminiere fumanti nel cielo; udì
sempre più prepotente intorno a lui lo strepito infernale e divino del
lavoro. Trovò imitatori: altri stabilimenti sorsero. Gli opificî fondati
da italiani producono i tre quinti del totale lavoro del ferro in tutta
la Repubblica. O meglio producevano, perchè ora tanti forni sono
spenti, tante macchine immote, tante officine silenziose.
Altre industrie affini a quella del ferro sono sorte per opera
d'italiani: fabbriche di mulini, di bilancie, di oggetti d'ogni metallo.
L'industria dei metalli è quasi tutta italiana.
E qui un'osservazione, per dissipare un pregiudizio molto diffuso e
dannoso. Le fabbriche e le imprese dovute alla iniziativa e al lavoro
italiani non possono chiamarsi italiane che impropriamente, perchè il
capitale che ne è l'anima si è formato laggiù, vi è radicato
profondamente, è argentino, là si sviluppa e lascia tutti i suoi frutti.
Disgraziatamente la mente che ha ideato e diretto il lavoro produttore,
e le braccia che lo hanno eseguito, che sono italiane, non possono
considerarsi che come apparecchi e macchine di precisione la cui
provenienza è indifferente per la nazionalità dell'impresa. È necessario
por mente a questo per non cadere in errore nell'apprezzare il _valore_
dal punto di vista nostro, di quanto vado nominando come italiano.
Quando si dice opificio, fabbrica, banca, commercio o impresa inglese o
tedesca, per esempio, s'intende che il capitale che li anima sta di casa
a Londra o ad Amburgo, dove vanno gl'interessi e dove s'accumula la
riserva. Quando invece si dice opificio, fabbrica, banca, commercio o
impresa italiana, s'intende--salvo qualche rarissima eccezione--che noi
in Italia non ci abbiamo a veder niente affatto, ma che solo è nato nel
nostro paese l'uomo che ne ha avuto l'idea e il coraggio, la
perseveranza e la sapienza d'attuarla.
È il capitale che dà la nazionalità all'impresa.
In tutte quelle industrie che si dicono italiane, perchè fondate,
dirette, amministrate e lavorate da italiani, il carattere d'italianità
è assolutamente transitorio; dipende spesso dalla vita d'un uomo. A poco
a poco, per cessione o per eredità, passano _tutte_ in mani
straniere--che spessissimo sono quelle dei figli--e di nostro non resta
che la mano d'opera, la forza motrice. È poco. La mano d'opera è come il
vomero dell'aratro che umile e basso si nasconde nel lavoro assiduo e
passa ovunque sconvolgendo e fecondando, e che poi non è nulla di fronte
al valore della terra e del grano. E poco monta che sia stato forgiato
di ferro italiano o di ferro cinese.
*
* *
Continuiamo la nostra rivista del lavoro.
La pastorizia--che, dopo l'agricoltura, è la più grande fonte di
produzione--ha fatto sorgere altre industrie, per opera sempre
d'italiani. A due fabbriche italiane il popolo deve una parte delle sue
vestimenta di lana. Un opificio fornisce anche di quei _ponchos_
caratteristici, mezzo mantelli e mezzo scialli, che una volta le donne
tessevano nei _ranchos_ solitarî. Due fabbriche italiane trasformano la
lana in cappelli, dai più rozzi ai più eleganti, e coprono quasi tutte
le teste della Repubblica, anche quelle degli eleganti che non comprano
nulla se il negoziante non giura loro che ciò che vende viene
direttamente da Parigi.
Le pelli si esportavano semplicemente secche o salate; gl'italiani hanno
introdotto l'arte del conciare. La conceria ha fatto sorgere le
fabbriche di selle e di scarpe e sono gl'italiani che le hanno create e
che vi lavorano.
Sempre troviamo gl'italiani come iniziatori d'industrie, le quali
utilizzano ciò che una volta si gettava via, che traggono ricchezze dal
niente, che aumentano enormemente la produttività dal paese. Se non
hanno un gran posto nelle statistiche dell'esportazione, servono a
limitare grandemente l'imposta che l'Argentina paga all'estero sotto
forma di compere. Vi sono industrie che in una nazione sono quello che
la buona massaia è nella casa: fanno economia di tutto, raccolgono ciò
che viene abbandonato, lo trasformano, l'utilizzano; e il loro lavoro
continuo e silenzioso, spesso inapprezzato, alla fine raddoppia
l'attivo. Dal grasso degli animali, una volta abbandonato insieme alla
carne--non si prendevano che le ossa, il cuoio e le corna--ora si toglie
la stearina, la margarina, l'oleina. Furono italiani i primi ad
usufruire delle carni istituendo i _saladeri_ dove a migliaia al giorno
si macellano i buoi, la cui carne salata, il _tasaio_, viene esportato
in grandissima quantità, mentre le altre parti degli animali si
trasformano in olio, in colla, in cuoio. Profittando della stearina a
buon mercato, degli industriali italiani hanno fondato una fabbrica di
fiammiferi che produce centocinquanta milioni di scatole all'anno
emancipando completamente il paese da quella importazione.
Si può giurare che non esiste un ramo d'attività che non si debba
all'iniziativa italiana. Coltivata la terra e ottenuto il grano,
gl'italiani crearono i primi molini. Ottenuto il granoturco, crearono le
distillerie. Ottenuto il riso crearono le fabbriche di amido. L'uva era
stata dichiarata di coltivazione impossibile in questa terra piana come
un mare: la vite non verdeggia che sui colli. Essi cercarono lontano, ai
piedi delle Ande, le colline e vi piantarono il prezioso arbusto. Vi
mancava l'acqua; laggiù non cade la pioggia--i temporali umidi
dell'Atlantico lasciano l'acqua lungo la immensa traversata della
Pampa--ed essi chiusero la strada ai fiumicelli che scendono dai
ghiacciai per le paurose gole della Cordigliera e irrigarono con le loro
acque trecentomila ettari di terra. Una sola casa vinicola italiana di
Mendoza produceva quarantacinquemila ettolitri di vino all'anno. Dico
«produceva» perchè la crisi argentina ha travolto anch'essa nel turbine
disastroso, gettandola a terra con altri colossi.
Anche nelle imprese d'iniziativa straniera, nelle ferrovie inglesi,
nelle officine elettriche tedesche, per tutto, entra sempre il lavoro
italiano. La mano italiana con la sapienza e la pazienza del ragno tesse
e ritesse la tela della ricchezza argentina, che i turbini politici ed
economici lacerano via--e noi sappiamo come.
*
* *
Ecco che cosa è il lavoro italiano! Ma noi possiamo essere orgogliosi di
ben altro! Noi abbiamo portato in parte i germi della coltura
intellettuale nell'Argentina; è un lavoro che non si ricorda e non si
vuol ricordare. Adesso l'emigrazione intellettuale è preclusa
dall'Argentina (come l'emigrazione dei malati o degli storpî o dei
vecchi) per mezzo d'un feroce protezionismo che impone la così detta
«rivalidazione delle lauree straniere»--della quale parleremo in
seguito--che si risolve in un vero sfratto ai laureati stranieri. Ma se
l'Argentina ha laureati suoi da proteggere, molto lo deve all'Italia.
Furono italiani i primi professori che incamminarono la scuola argentina
sulla via delle moderne discipline, trasformando in ateneo ciò che non
era al più che un seminario. Ai principî del secolo passato
l'emigrazione italiana non era composta che di esuli politici, ossia--in
gran parte--di uomini intelligenti. Per molti anni la parola «emigrato»
da noi non significava che «perseguitato» per l'amor di patria. Ne
arrivarono laggiù di questi emigrati, ad ogni rivoluzione repressa e ad
ogni congiura scoperta, come ne arrivarono a Londra: ossia dove la
distanza o la libertà garantivano la vita. Da dopo il '21 gli annali
dell'Università di Buenos Aires e di Cordoba cominciano a registrare
nomi di professori italiani. Troviamo il fisico Carta Molina, fondatore
del primo gabinetto di fisica sperimentale, poi perseguitato sotto
l'accusa d'essere _unitario_ e rinchiuso per forza in un manicomio dove
è morto. Troviamo il naturalista Carlo Ferraris, fondatore della prima
cattedra di storia naturale e del primo museo zoologico; troviamo il
fisico Massotti, fondatore del primo osservatorio astronomico, e il
Moneta al quale si deve l'Ufficio delle Opere Pubbliche dello Stato, ed
anche la prima carta geografica esatta del paese. Quando si è fondata
una facoltà di matematica e ingegneria, i professori furono tutti quanti
italiani. Arrivarono verso il '65 i professori Ströbel e Speluzzi di
Milano, Rossetti, Ramorino, Luzzetti che insegnarono scienze esatte. Ora
tutti sono morti, e poco si ama ricordarli. Potrei continuare a empire
pagine di nomi di italiani che hanno dedicato la loro vita a mettere al
corrente gli argentini delle nostre scienze e della nostra civiltà; dal
prof. De Angelis, che è stato il primo a raccogliere le leggi argentine,
e il primo anche a raccogliere tutti i documenti della storia di quel
popolo, fino al prof. Giuseppe Tarnassi, che è il primo ad occupare la
cattedra di latino all'Università di Buenos Aires, cattedra ultimamente
istituita.
Se le statistiche della produzione e del commercio possono darci l'idea
del valore del nostro lavoro materiale, disgraziatamente nessuna
statistica può darci quella del nostro lavoro intellettuale, la cui
influenza meno immediata è tanto più vasta e profonda.
*
* *
Ecco rapidamente tracciato il quadro del lavoro italiano nell'Argentina.
Era necessario per comprendere quanto la situazione morale, materiale e
politica dei nostri emigrati laggiù sia diversa da quella alla quale
essi hanno diritto.
ERRORI E DIFETTI DELL'EMIGRAZIONE ITALIANA.
[Dal _Corriere della Sera_ del 6 luglio 1902.]
Pochi popoli pagano al mondo un tributo d'emigrazione più grave
dell'italiano; e pure la nostra stessa emigrazione sembra
dimostrare--contraddizione strana--che noi manchiamo delle migliori
qualità di popolo emigratore.
La massa dei nostri emigranti non ha preparazione, non conosce nulla del
paese dove approda, e trova tutto inaspettato; non ha coscienza della
sua forza e del suo valore; non è plasmata nè da una coltura, nè da una
educazione, e si forma facilmente sopra un altro stampo; ha una
verginità intellettuale che la rende duttile. Per una profonda ignoranza
di cui noi in Italia, purtroppo, abbiamo la colpa e la responsabilità,
la massa degli emigranti non conosce nemmeno il suo stesso paese, ne
ignora le glorie e le grandezze, e non può sentire perciò l'orgoglio di
essere italiana, non può provare quell'infinita soddisfazione della
superiorità di razza che crea le pacifiche conquiste. Di fronte ad un
nuovo popolo, in un nuovo ambiente, la cui brillante appariscenza la
sua semplice mente non può sondare, essa si sente inferiore; ritiene
come un torto proprio l'essere diversa; ne prova umiliazione, e tende a
far scomparire ogni diversità modificandosi. E tutto questo perchè la
nostra è una emigrazione di braccia, un'esportazione di muscoli, e
troppo poco--in proporzione--d'intelligenza. Gli intelligenti nelle
masse sono come i graduati nell'esercito, una piccola minoranza che
guida, non fosse altro con l'esempio, che unisce in un'azione comune.
Togliete gli ufficiali ad un esercito d'eroi, ed avrete la fuga più
vergognosa. L'esercito dei nostri emigranti manca di ufficiali, e si
sbanda, e si arrende alla spicciolata, subito, cedendo bene spesso
quell'arma potente che si chiama «dignità nazionale».
Gli apprezzamenti che vado facendo si riferiscono al complesso della
nostra emigrazione, s'intende; grazie a Dio si trovano per tutto dei
fieri italiani, i quali prima d'ogni altro riconosceranno la loro
dolorosa impotenza di fronte alla massa. Dopo d'avere constatato i
trionfi gloriosi del lavoro italiano nell'Argentina, possiamo bene
rilevare spassionatamente qualche nostro difetto, nel quale si possono
trovare le cause di alcuni mali della nostra emigrazione.
*
* *
L'emigrazione nostra, così com'è, fa pensare all'esportazione d'una
materia prima destinata ad essere trasformata ed adoperata. Subisce
tutte le influenze senza resistere perchè è ignorante, cioè debole, e
miserrima, cioè disarmata. In queste condizioni appena giunge ad
immettersi nella nuova società, ne occupa l'infimo posto, ossia il più
disprezzato. Laggiù nella scala delle posizioni sociali vi è un gradino
di più, in basso: dopo il povero viene l'immigrante. Esso è più povero
del povero nella conoscenza dell'ambiente e delle condizioni della sua
nuova vita. Esso non potrà elevarsi che col lavoro, la sobrietà ed il
risparmio. Questo significa che sarà costretto ad una vita di sacrificî,
di gretterie e di umiliazioni, la quale, in mezzo al lusso dell'ambiente
argentino e alla grandiosità dissipatrice dei «figli del paese», formerà
un contrasto stridente che porrà l'emigrante sotto una luce ancora più
dispregevole.
Osserviamo un emigrante qualunque, un emigrante «tipo»--piemontese o
calabrese, poco importa--che arriva dal suo campo in cerca della
fortuna. È umile per necessità, timido per ignoranza, si presta ad
essere sfruttato e malmenato in silenzio perchè non conosce i suoi
diritti--del resto comprende ben presto che il reclamare per i torti
ricevuti è inutile, se non rovinoso, e che egli è solo e
abbandonato.--Egli ammira tutto perchè nulla ha visto mai. Ciò che è
diverso per lui è migliore. Conserverà della Patria una nostalgia
istintiva, l'amore per i luoghi ove si è nati, quell'amore che il tempo
ed i ricordi rendono sempre più dolce: amerà ricordarla, ma più andrà
avanti con gli anni e meno conoscerà la vera grandezza e le glorie del
suo Paese, perchè nella sua mente l'idea della Madre Patria non sarà
altro che l'idea del suo passato. Vedrà lontano una casupola, un
villaggio, una valletta; la sua casa, il suo villaggio, la sua valle.
Quella è l'Italia; tutto il resto è vago, incompreso, indefinito.
Talvolta si accorge che la sua qualità di straniero lo esclude da mille
benefizî, lo priva di garanzie e di diritti; si trova come un veltro
estraneo alla muta che lo guarda bieca e ringhiosa intorno alla _curée_.
Allora, raramente, ma non troppo, e se i suoi mezzi e la sua posizione
lo permettono, cerca di cambiar manto, di rendersi più simile che sia
possibile ai fortunati, cerca di cancellare le traccie di italianità che
gli sono rimaste, e comincia dal modificare il proprio nome. Si chiama
Chiesa si cambia in Iglesia; se si chiama Speroni si trasforma in
Espuelas; e si vede così un Montagna divenire _señor_ Montaña, un
Bibolini cambiarsi in Bibolian.--Disgraziatamente non mancano esempî!
Questo emigrante sarà doppiamente prezioso per il paese che lo acquista,
ma quale sostegno potrà essere al nostro prestigio nazionale?
Quanto dico è amaro a dirsi, ma più amaro ancora a tacersi. Del resto,
la causa di questi mali è qui, è in Italia, ed in Italia soltanto può
esservi la cura.
L'animo del nostro paese è rimasto estraneo all'emigrazione; questa non
rappresenta l'espansione d'un organismo esuberante di vitalità, ma
piuttosto un male specializzato d'una sua parte. Essa non ci ha
preoccupato che di tanto in tanto per un sentimento umanitario, e niente
più. Non abbiamo pensato a sorreggerla, a dirigerla, a illuminarla.
L'emigrazione nostra è come sangue vivo sgorgante dalla piaga incurata
della nostra miseria e della nostra ignoranza. La piaga è vecchia e non
ci dà dolore, e poco ci curiamo se questo po' di sangue nostro cade, si
disperde, va a male. Non abbiamo veduto tutto il buono e tutto il
cattivo che dalla nostra emigrazione poteva venire. Ben altrimenti
dovevamo invigilarla e proteggerla, farle sentire lo sguardo della Madre
Patria fiso sopra di lei; darle un ampio stato maggiore d'intelligenti.
Dalla Germania, dall'Inghilterra emigrano masse di giovani che escono da
scuole create apposta per aprire gli occhi, che si sparpagliano per il
mondo a battere sempre nuove vie per dove in breve s'incanalano i
commerci delle loro patrie, delle quali così s'aumenta il prestigio e la
potenza ovunque. Nuove regioni sono sondate, studiate, e ad esse dirette
le masse emigratrici nella proporzione e nella composizione necessarie.