--Guarda, guarda! E San Jacinto?

--Ci siamo da un'ora sui terreni dell'_estancia_; San Jacinto è a dodici

leghe, _señor_!

*

* *

Dodici leghe, s'intende dodici leghe quadrate. La lega è venticinque

chilometri quadrati. Questa forma l'unità di misura delle grandi

proprietà. Dodici leghe vuol dire 300 km. q. Ma un'_estancia_ di dodici

leghe non è una grande _estancia_. Il proprietario di San Jacinto, un

argentino dei più ricchi, possiede ancora un'_estancia_ di ventotto

leghe, un'altra di sessanta leghe, un'altra nel sud, di cento, e infine

una piccola e miserabile proprietà di nove leghe. Egli è il sovrano di

un regno di cinquemiladuecentoventicinque chilometri quadrati. Non è

facile il farsi un'idea esatta di queste proprietà. Si viaggia per

giorni sempre sulle terre d'uno stesso padrone, talvolta. Per girare

tutta l'_estancia_ di San Jacinto ci vogliono quattro giorni di cavallo,

e qui i cavalli non vanno che al galoppo. Pochi proprietarî al mondo

possono aver la soddisfazione di constatare, girando l'occhio

sull'orizzonte senza confine: È tutto mio!

Un'_estancia_ è un piccolo Stato con governo assoluto. Il _mayordomo_ è

il governatore generale; il _capataz_--colui che trasmette gli ordini--è

il primo ministro; i _gauchi_ e i pastori sono i reggenti e i commissarî

delle piccole provincie. Il popolo poi, numeroso, buono, pacifico, un

popolo ideale che si lascia mungere, vendere e ammazzare senza una

protesta, è formato dalle mandrie innumerevoli. San Jacinto ha

centodiecimila abitanti: trentamila buoi, sessantamila pecore, ventimila

cavalli, senza contare qualche centinaio di cavalli da corsa allevati

con tutte le cure, che formano la nobiltà. Vi sono pure delle classi

elette anche fra i bovini e gli ovini, discendenti d'illustri famiglie

inglesi, che vivono fra le comodità e gli agi; ma di fronte alla vera

nobiltà dei cavalli non possono considerarsi che come dei _parvenus_!

formano la grassa borghesia. E non manca neppure l'elemento sovversivo,

senza dimora fissa, insofferente dei freni governativi e che dove arriva

distrugge. È rappresentato dagli struzzi americani, i nandù, che fuggono

rapidamente di fronte alle autorità costituite. Ma ciò non toglie che

all'epoca buona per la riscossione dei tributi non vengano tutti

regolarmente pelati delle loro belle piume. E tornano poi nudi alla loro

vita sovversiva, con l'aria spaventata di grossi tacchini fuggiti dalle

mani del cuoco.

Il guanaco, questo curioso campione della fauna americana, grande come

un puledro, mezzo pecora e mezzo dromedario, è il filosofo della razza

ruminante. Vive sempre solo, osservando freddamente il mondo dall'alto

del suo lungo collo flessuoso che par fatto apposta per dominare la

pianura, per porre gli occhi in vedetta di fronte all'immensa distesa

della Pampa. Nulla lo scuote dalla sua vita pensosa. Se l'uomo

l'avvicina, non fugge; lo guarda venire, freddo, immobile, indifferente;

poi quando se lo vede da presso, improvvisamente gli lancia uno sputo

rumoroso dalle narici, aperte in mira come le bocche d'un fucile da

caccia. Non è certo una difesa; è un segno di disprezzo. Il grande

filosofo guanaco pensa: Tu, o uomo, mangerai le mie costolette, è

indubitabile, ma io ti disprezzo profondamente, ed eccone la prova. E

mentre il re della creazione se ne va tutto umiliato, il superbo animale

torna a piombarsi negli abissi ignoti delle sue meditazioni di bestia

riflessiva.

Così vivono la loro libera vita gli animali della prateria. Essi

sarebbero ben fieri se sapessero di formare la più grande risorsa della

Repubblica Argentina, e se sapessero di essere quasi ventitre volte più

numerosi degli uomini.

Centodiecimila animali in una sola _estancia_; questo dà un'idea

dell'importanza degli allevamenti argentini, e anche della poca

divisione della proprietà. La pastorizia è l'unica industria veramente

argentina, e forse la più lucrosa perchè richiede il _minimum_ di

lavoro, e perchè le crisi e le tariffe non hanno una influenza diretta

sul suo sviluppo. Le bestie tranquillamente s'ingrassano e si

riproducono sotto qualunque governo, e persino durante le rivoluzioni. I

loro nemici sono soltanto la siccità che le affama e l'inondazione che

le affoga. Nel '900 nella provincia di Buenos Aires sono morti affogati

sopra a mezzo milione di capi di bestiame.

La concorrenza degli allevatori nord-americani ed australiani ha indotto

i principali estancieri argentini a modificare i loro antichi sistemi.

Gli allevamenti si fanno ora non più sulla terra vergine, ma su quella

per molti anni solcata dall'aratro perchè l'erba vi è più molle e più

folta. Parte delle _estancie_ perciò sono date in affitto o a mezzadria

per la lavorazione. Questa temporaneità del lavoro campestre, sia detto

di passaggio, non giova certo all'avvenire dell'agricoltura in varie

provincie, al quale avvenire è intimamente legata la sorte di tanti

nostri emigranti. Fortunatamente l'allevamento, migliorandosi la terra,

ha bisogno di meno spazio. Oggi si comprende poi che la qualità ha

maggior valore della quantità. S'introducono a migliaia i riproduttori

inglesi e si studia di migliorare le ossute e cotennose razze criolle

con l'incrocio dei _shorthorns_, dei _durhams_, degli _herefords_ per i

bovini, degli _hampshires_, dei _leycesters_, dei _rambouillets_, dei

_lincolns_ per gli ovini, e delle migliori razze di cavalli da corsa, da

tiro, da sella e da lavoro.

L'esportazione di bestiame ha raggiunto una media di mezzo milione circa

d'animali all'anno. Parola d'onore, di fronte a questa cifra ci sarebbe

da stupire della crisi argentina e delle profonde miserie di quella

Repubblica, se non si conoscesse che razza d'amministrazioni pubbliche

vi sono, che governi si succedono al potere, e che giustizia vi regna.

Uno studioso di scienze economiche che conosce profondamente le finanze

della Repubblica, mi diceva un giorno: Se si fosse dovuto studiare a

bella posta uno speciale sistema di governo e di finanza per rovinare

questo paese, non si poteva far di meglio che applicare i sistemi che

sono stati applicati!

*

* *

San Jacinto è arrivato improvvisamente, tanto più che tali profonde

meditazioni politico-finanziarie mi avevano conciliato un sonno non meno

profondo. Mi sono svegliato all'ombra di enormi eucaliptus

fiancheggianti un bel viale. Da una parte, fra i tronchi, vedevo una

distesa di giardino, fra il cui verde appariva una villetta rosa, una di

quelle villette americane basse e irregolari, così simpatiche e ospitali

con le loro verande, le loro balaustrate fiorite e i loro _patios_

freschi come cortiletti di convento. Come certe fonti pare che invitino

a bere, così queste case _criolle_ pare che invitino ad entrare. Fra gli

alberi, lontano, gruppi di casette, anch'esse color rosa, scuderie a

fascie rosse e bianche, tettoie, una chiesuola dal campanile acuminato.

Due _gauchi_ a cavallo hanno traversato galoppando il viale, lontano,

fra nembi di polverone.

Un gentiluomo in _reding-dress_ seguito da due grossi mastini inglesi è

comparso sul viale al rumore della vettura, e mi è venuto incontro

sorridendo. Era il capo dell'_estancia_, il governatore generale di San

Jacinto e del suo popolo mansueto.

Io lo credevo un estanciero _criollo_; e immaginino i lettori la mia

gioia quando mi sono sentito dare il benvenuto nel più puro idioma

bolognese. Ci siamo salutati con effusione.

--Domani--mi ha detto mentre mi conduceva nella casa--visiteremo

l'_estancia_, nelle ore fresche del mattino. Lei cavalca?

--Come un centauro... se il cavallo è molto docile.

--Bene, allora domani all'alba in sella.

E si è allontanato per dare degli ordini. Io mi sono gettato sopra un

molle _pliant_; avevo ancora negli occhi la gran luce, e tutto mi

appariva avvolto del seducente velo d'una tenebre misteriosa; il

silenzio assoluto e solenne della campagna sotto il sole cocente mi dava

il senso d'una sordità dolcissima. Il riposo era così completo, che io

l'ho assaporato lungamente, centellinando da buongustaio!

VITA MANDRIANA.

[Dal _Corriere della Sera_ del 25 giugno 1902.]

San Jacinto de Mercedes.

Il mio ospite, questo estanciero bolognese che mi fa gli onori di casa

della campagna americana--un simpatico tipo da romanzo, uno di quegli

avventurosi eroi alla Ohnet che ritrovano in una esistenza di rude

lavoro la ricchezza perduta per una gioventù spensierata e mondana--, mi

dice di amare molto la sua vita di solitudine selvaggia. E io lo credo

bene.

Egli ha conosciuto troppo la società per non preferire l'isolamento. Ha

vissuto troppo fra gli uomini per non amare le bestie. La bestia ha

sull'uomo questo vantaggio, che è infinitamente più buona. La cattiveria

è una prerogativa umana, e l'uomo domina più perchè cattivo che perchè

intelligente.

Basta viverla un po' questa vita dell'estancia per sentirne tutto

l'incanto. Non c'è nulla: comodità poche, varietà nessuna, un orizzonte

infinito e monotono, un silenzio perpetuo. È che il godimento non viene

dai beni presenti, ma dai mali assenti. È un po' la gioia del

perseguitato che si sente libero in un asilo tranquillo--e ogni uomo nel

consorzio dei suoi simili è sempre un perseguitato più o meno.

Pensavo queste cose stamani galoppando come un pazzo per la campagna,

nell'ora gloriosa dell'alba. Il primo raggio di sole dorava le cime

delle alte erbe ed i calici spinosi dei cardi colossali, mentre in

basso, raso terra, persistevano le ultime ombre violastre, come un

rimasuglio della notte. Intorno a me si levavano a nuvoli gli uccelli

schiamazzando. I cani del mio ospite mi seguivano abbaiando

festosamente. Ieri mi hanno accolto ringhiando, ma, dopo avermi annusato

con diffidenza e riconosciuto all'odore per un buon diavolo, hanno

sollecitato le mie carezze mugolando con l'aria di chiedermi scusa. Ora

sono miei grandi amici.

Disseminate per la pianura erano piccole mandrie di buoi, dalla schiena

fulva e lucida, pascolanti tranquilli. Due _gauchos_ sopraggiunti di

galoppo hanno cominciato a percorrere il campo mandando un grido strano,

un _ahooo!_ lungo e gutturale. Li ho veduti sparire lontano, fra le

erbe, con le camiciole svolazzanti nella foga della corsa come _blouses_

di fantini: poi sono tornati al loro galoppetto _criollo_, silenziosi e

tranquilli.

Stavo chiedendomi la ragione di quella corsa, quando ho osservato una

cosa strana. I buoi ai gridi dei due uomini hanno cessato dal pascolare,

levando il muso come per ascoltar meglio; poi si sono messi in cammino,

lentamente, senza fretta, da bestie che sanno il fatto loro, ruminando

per non perdere il tempo. Ecco che in un minuto tutte le mandrie sono in

moto, sfilano attraverso il campo da ogni parte dirette ad un punto

lontano, una radura senz'erba, dove s'adunano. È una specie di _meeting_

di buoi; arrivano, si fermano placidamente e aspettano. Dopo poco tempo

ve ne è una folla di migliaia.

Il mio ospite, che mi ha raggiunto, mi spiega che il luogo del convegno

si chiama _rodeo_, che i buoi li si aduna per «lavorarli», ossia per

scegliere i migliori, per selezionare i malati, per esaminare le loro

condizioni, per esporli ai compratori. Ma nessuno potrà mai spiegare

l'obbedienza spontanea di questi animali, che vivono nella completa

libertà, al grido d'un uomo. È uno dei più curiosi spettacoli che io

abbia mai veduto. I cavalli dei reggimenti accorrono ai segnali di

tromba perchè sanno di ricevere la biada; un'obbedienza interessata. Ma

al _rodeo_ queste povere bestie non ricevono nulla; per accorrervi anzi

lasciano la colazione a mezzo. L'abitudine spiega poco e l'istinto meno.

Cosa diamine passa per la mente d'un bue quando il _gaucho_ grida il suo

_ahooo_!?

*

* *

Questa volta i buoi sono stati adunati per scegliere fra loro i più

grassi destinati ad essere imbarcati per l'Africa Australe. I _gauchos_

a cavallo entrano fra l'enorme mandria, e col petto della cavalcatura,

addestrata a tale lavoro, spingono fuori il bue scelto, che appena

libero dai compagni, spaventato dagli urti, prende la fuga. Il _gaucho_

stringendolo col cavallo a destra o a sinistra ne regola la direzione;

quando lo ha condotto lontano in un luogo prestabilito, lo abbandona. Il

bue s'arresta, e si volge tranquillamente a vedere il suo persecutore

che si allontana, mentre altri buoi sopraggiungono sbuffanti a riunirsi

ad esso, formando a poco a poco la mandria dei grassi sfortunati.

Un grande bue fulvo si ribella. Balzato fuori dalla mandria, abbassa la

testa pesante e fugge pazzamente, con la coda sollevata, muggendo,

lasciandosi indietro l'uomo.--_El lazo! El lazo!_--gridano i _gauchos_

precipitandosi alla caccia. Il bue compie un giro cercando di

raggiungere il verde pascolo, e passa vicino a noi, terribile, con la

bocca aperta e bavosa, la lingua di traverso, gli occhi sanguigni.

Stormiscono gli sterpi sotto i suoi passi pesanti e precipitosi, e

lascia dietro di sè tutta una treccia di erbe abbassate e di cardi

spezzati, come una valanga nera e ruggente. I _gauchos_ lo rincorrono,

curvi sull'arcione. Agitano in aria il _lazo_ che sibila roteando. Il

primo laccio è lanciato; si svolge per l'aria come un serpentello lungo

e sottile, e cade sulla testa del bue. Ma il nodo scorsoio non ha fatto

presa; il bue scuote il capo correndo e si libera. Un secondo laccio

parte col grande nodo aperto. Il bue afferrato improvvisamente per il

collo si arresta; salta con la schiena ad arco; tempesta la terra con le

zampe poderose, mentre dalla gola strozzata dal laccio gli esce un

ululato terribile, lungo e lamentoso. Un altro _lazo_ destramente

lanciato gli afferra le zampe. Il bue cade agitandosi, si risolleva

terribile, ricade. È legato da quelle sottili corde di cuoio come

Gulliver dai fili dei lillipuziani. Il furore cede al terrore. Tenta di

liberarsi con un ultimo supremo sforzo, e resta in ginocchio, immobile,

sbuffante col pelo irto, con la testa bassa sul gran petto ansimante, la

bocca bavosa, mandando ad intervalli un muggito disperato che sembra il

pianto mostruoso di un gigante vinto.

A questo punto il mio amico mi grida: Guardate, guardate gli altri! e mi

accenna le mandrie. Tutti i buoi assistono alla lotta, attenti come gli

spettatori d'una _plaza de toros_. Non ve n'è uno che non guardi. I più

lontani sollevano il muso per veder meglio, e lo appoggiano dolcemente

sulla groppa del vicino. Qualcuno si fa strada a forza fra i compagni

per giungere alla prima fila, e lì si arresta, col collo teso, i grandi

occhi fissi, attenti e meditativi. Sotto la selva delle corna sono

migliaia d'occhi curiosi, che esprimono una meraviglia calma e

dignitosa. Quando il bue domato entra nella sua mandria, ancora tutto

fremente, col muso rigato dal sangue che cola da un corno spezzato, i

compagni lo circondano premurosamente, lo annusano, lo fiancheggiano e

lo seguono, quasi per fargli coraggio, per recargli il conforto delle

loro simpatie e della loro solidarietà. La povera bestia si rifugia nel

centro del gruppo, accompagnata da un vero corteggio.

Nessuno ha mai pensato a studiare la vita di queste grandi società

bovine: il bue sembra un animale completamente noto, e non è vero.

Lasciato libero forma delle tribù, ubbidisce a dei capi, segue delle

leggi che noi non conosciamo; ha delle speciali manovre d'offesa e

difesa contro i nemici comuni; sottomette poi tutta la sua

organizzazione sociale al supremo controllo dell'uomo per ragioni

misteriose.

Il cavallo è certo molto meno intelligente. Il cavallo libero ha per

maggiore caratteristica la paura. È più timido di una gazzella. Non è

possibile avvicinare una mandria di cavalli senza provocare ciò che qui,

con un vocabolo pieno d'espressione, si chiama _disparada_. La

_disparada_ è una fuga frenetica. Uno spettacolo superbo.

*

* *

Quando ci siamo diretti, dopo un galoppo di qualche ora, verso la parte

dell'estancia destinata all'allevamento dei cavalli, ero già prevenuto.

Al nostro appressarci alla prima mandria tutti i cavalli hanno sollevato

la testa nella espressione di «all'erta» con le orecchie dritte e

immobili. Poi, quando siamo stati a cinquanta passi, e potevamo

scorgere perfettamente le forme gentili di questi cavalli _criolli_, che

pare conservino ancora un po' del sangue dei loro padri arabo-spagnoli,

è avvenuta la _disparada_. Quei due o trecento cavalli si sono

precipitati ad una fuga furibonda.

Andavano tutti uniti; facevano pensare ad una carica di cavalleria senza

i cavalieri. Non abbiamo più veduto che una moltitudine di schiene dai

lombi contratti nello sforzo d'un furioso galoppo, uno sventolamento di

criniere e di code. I cavalli hanno fatto dei pazzi giri per la pianura,

giri capricciosi senza ragione apparente, fino a che si sono calmati e

hanno ripreso a pascolare lontano lontano.

Queste fughe di cavalli sono pericolosissime per chi si trova sulla loro

strada. Il cavallo spaventato è cieco; investe qualunque ostacolo. Il

_gaucho_ sorpreso da una _disparada_ non ha che una via di salvezza:

fuggire nella stessa direzione; unirsi alla mandria. Succede allora

talvolta che egli perde il controllo della sua cavalcatura, ripresa

dall'istinto selvaggio, e deve seguire la fuga capricciosa fino alla

fine, prigioniero di quell'uragano di bestie. La _disparada_ era la più

terribile arma degli indiani contro le truppe argentine. All'appressarsi

dei soldati adunavano tutti i loro cavalli in grandi mandrie, poi, al

momento opportuno, gridando e sventolando il _poncho_ provocavano la

fuga nella direzione dei nemici. Non vi era salvezza; la _disparada_

rovesciava e calpestava compagnie intere.

Nella Pampa lontana e deserta avvengono talvolta delle fughe di cavalli,

causate dalle punture dei _mosquitos_. Comincia una mandria a fuggire,

verso la direzione del vento, per liberarsi delle nuvole di insetti che

la tormenta. Ad essa altre se ne aggiungono, ed altre ancora. Si forma

un esercito di cavalli che passa come un ciclone sollevando immense

colonne di polvere; lo scalpitìo, simile al brontolare lontano della

bufera, si ode da lungi e il _gaucho_ che lo conosce bene fugge ventre a

terra per assistere al passaggio di quella fantastica emigrazione dalla

maggiore distanza possibile.

*

* *

Entriamo nei _corrales_, i grandi recinti dentro i quali si chiudono i

cavalli selvaggi per gettar loro il _lazo_. Un bel puledro è stato

afferrato col laccio alle gambe e al collo. Sei _gauchos_ saltati di

sella tentano di tenerlo fermo, tirando le corde. Il cavallo rantolante

per la gola serrata s'impenna, impunta le gambe appaiate dai lacci e

trascina a tratti gli uomini con un moto pauroso del collo. Il domatore,

un giovane bruno i cui lineamenti tradiscono il sangue indiano, vestito

nel tradizionale costume della pampa, la camiciola ricamata e il

_chiripà_ rimboccato alla cintura come la vestaglia degli arabi, si

appressa cautamente sostenendo l'ampio _recado_, la sella gaucha. Il

_recado_ è tutto il patrimonio del _gaucho_. È formato da un po' di ogni

cosa; vi è una coperta, un _poncho_, una pelle di guanaco: durante i

riposi diventa letto, diventa sedile, diventa tetto. Il _recado_ è la

casa dell'uomo della prateria. Ogni cura egli pone nell'abbellirlo,

nell'aggiungervi ornamenti d'argento, staffe di corno intagliato, nastri

colorati, fiocchi di seta; il _recado_ è il suo orgoglio.

Il domatore tocca con la mano carezzevole il collo dell'animale, che dà

un balzo, fremendo, quasi pieno di orrore e di disgusto più che di

paura; il disgusto di un sovrano prigioniero che si senta toccare da

mano plebea. I lacci si tendono nello sforzo unito dei sei uomini; in

questo momento la sella scivola dolcemente sulla groppa del cavallo.

L'animale si getta a terra in un parossismo di furore.

Gli uomini gli si precipitano addosso. È una lotta di pochi istanti,

dopo la quale il cavallo scalpitando si leva in piedi, completamente

bardato, il suo muso sporco di polvere e di sangue è ingabbiato

nell'immonda testiera dal largo morso e all'addome è accinghiato

strettamente il _recado_ variopinto. Ma ha un'aria così minacciosa, con

la criniera eretta, gli occhi ardenti, le narici aperte e sbuffanti, che

gli uomini rinculano in giro come i _capeadores_ intorno al toro ferito

che si risolleva muggendo. Non hanno però abbandonato le redini, e

cautamente, con l'aiuto di cavalli addestrati, vecchi complici che lo

sospingono, è condotto all'aperto.

Allora, lentamente, con un fare noncurante e dinoccolato, il giovane

indiano si appressa alla bestia. Dà una calma occhiata investigatrice

alle fibbie e ai nodi della bardatura, si stringe sui fianchi l'alta

cintura ornata d'argento e poi risolutamente balza in sella d'un colpo

afferrandosi alla criniera.

Il cavallo resta per un momento immobile, come stordito da tanto ardire,

con i garetti tesi, i muscoli contratti. Quindi si solleva sulle zampe

posteriori e si rovescia a terra. Dopo un istante fra i folti nembi di

polverone si vede il cavallo di nuovo in piedi scalpitante. Spicca salti

terribili, furibondo, ma sulla sua groppa rimane l'uomo, curvo sulla

criniera, impavido, saldo. Improvvisamente il cavallo prende la fuga e

si allontana in un galoppo infernale verso l'orizzonte infinito, che il

miraggio abbellisce di tremuli laghi sui quali i lontani boschetti di

eucaliptus si specchiano nitidamente.

Pochi minuti dopo torna al piccolo galoppo, tutto intriso di schiuma,

con gli occhi smorti e la bocca insanguinata, umile, obbediente alla

volontà di quel fanciullo attaccato alla sua groppa: domato.

Povero sovrano della prateria! Chi sa che non sarà proprio lui a

ricondurmi tra qualche mese--attaccato ad una modesta vettura di

piazza--all'imbarco sulle banchine del Porto Madero!

*

* *

Abbiamo continuato il nostro giro per l'estancia, sotto un sole torrido

che accecava e stordiva. Ed ho un ricordo vago di quella corsa per prati

senza fine. Rammento delle grandi tettoie presso un boschetto, sotto le

quali ingrassano dei buoi colossali e delle pecore che sembrano enormi

batuffoli di lana bianca, destinati a figurare in non so quale

esposizione di bestiame: e delle scuderie divise in _boxes_, dai quali

sporgono le teste di nobilissimi cavalli inglesi la cui genealogia mi

veniva illustrata da un _trainer_, inglese puro sangue anche lui, che da

venti anni è nell'Argentina e non parla spagnuolo. «Non parlo _ancora_

castigliano, _not yet_»--mi ha detto flemmaticamente.

--Oh!--ho risposto--è questione di tempo!

Rammento un _toril_ dove sultaneggiano dei tori mastodontici venuti

dall'Inghilterra, i quali hanno ai loro ordini servi e scudieri;

rammento numerose famiglie di struzzi che fuggivano davanti al nostro

galoppo, simili a gruppi di piccoli cammelli con due sole gambe.

Dopo sei ore di cavallo ho cominciato ad accorgermi che la sella

indigena è deplorevolmente incomoda; che il sole del gennaio

sud-americano dà dei punti a quello del nostro agosto; che la pianura

sconfinata ha--come il mare--le sue attrattive, ma che qualche gruppo

d'alberi--come un po' di terraferma in navigazione--sarebbero d'una

comodità indiscutibile.

Ma la fatica, il caldo e la sella incomoda ho presto dimenticato laggiù

nel fresco _patio_ della villetta rosa, dondolandomi nell'amaca. E

pensando alla vita della prateria ho provato una grande compassione per

me stesso che andavo a rituffarmi nella vita sociale, laggiù a Buenos

Aires.

Bella cosa esser _gaucho_! Perchè, vedete, il cavallo selvaggio, il toro

furioso, la tormenta della Pampa, il sole tropicale sono tutte cose

pericolose, non c'è dubbio; ma, non è forse peggio, qualche volta, quel

mostro che chiamiamo... «il nostro simile?»

IL LAVORO ITALIANO NELL'ARGENTINA.

[Dal _Corriere della Sera_ del 29 giugno 1902.]

In una voluminosa pubblicazione, edita or sono tre anni per cura d'un

Comitato della «Camera Italiana di Commercio» di Buenos Aires,

pubblicazione di carattere ufficiale che è una specie di bilancio

dell'opera nostra nell'Argentina, al capitolo dell'industria si legge:

L'Argentina vista come è · 第 9 / 15 段