inetta e dissipatrice, di una _Chartered_ che sperperi, che amministri
in modo disastroso, che sfrutti ciecamente la ricchezza, che faccia dei
debiti enormi. Intorno alla miniera d'oro si finirebbe per soffrire la
fame. E la fame si soffre ora nell'Argentina.
La responsabilità degli uomini che reggono i destini di quel paese
appare più grave ai nostri occhi se si paragona ciò che è l'Argentina
oggi a ciò che potrebbe essere; se la tristissima e squallida miseria
alla quale centinaia di migliaia di stranieri sono condannati, si pone a
confronto delle prosperità che quella terra avrebbe potuto dar loro, in
meritato compenso dei sudori e delle virtù che vi hanno prodigato.
*
* *
La prima ricchezza dell'Argentina è la vastità. L'Italia potrebbe
esservi contenuta dieci volte; la Germania sei. Dalle regioni tropicali
del Gran Chaco e di Missiones si svolge fino alle nevi eterne dello
stretto di Magellano ed ai _fiords_ ghiacciati della Terra del Fuoco;
quasi tutti i prodotti della terra potrebbero esservi coltivati. Essa
offre tutti i climi e tutte le altitudini. Le sterminate pianure delle
Pampas, quell'oceano di terra, potrebbero offrire il grano per mezzo
mondo. Gl'immensi fiumi Uruguay e Paranà, il Rio Colorado, e più giù
nella Patagonia il Rio Chubut, il Rio Senger, il Rio Deseado potrebbero
alimentare l'irrigazione di territorî sconfinati, e servire di via ad un
immenso traffico fluviale che colerebbe nei porti marini per ripartirsi
sulla terra. Nei boschi impenetrati del nord, quasi fuori del dominio
umano, si celano i legni preziosi, il cautciù, la china, e nei boschi
della estrema Patagonia e della Terra del Fuoco crescono gli abeti
colossali e i pini che potrebbero essere la grande riserva dei legnami
da costruzione del mondo. È vero che a dieci leghe da una ferrovia o da
un imbarco il valore dei prodotti è assorbito dal trasporto; ma è anche
vero che pochi paesi come l'Argentina si prestano a gettarvi attraverso
delle strade ferrate, rapidamente e a buon mercato. Infine sulle pianure
argentine pascolano ventidue milioni di buoi, quattro milioni e mezzo di
cavalli, settantaquattro milioni di pecore. Pensate quale eldorado
potrebbe essere questo infelice paese, dal quale tanti emigrati fuggono!
Quelle cifre hanno pur sempre un grande fascino per chi le considera
astrattamente senza tener conto di tutte le circostanze che abbiamo
esposto. Di quelle cifre si parla all'estero, e non si parla del resto.
Il quadro descrittivo dell'Argentina è sintetizzato così: due milioni e
mezzo di chilometri quadrati, dei quali ottocentomila coltivabili, cento
milioni di animali da pascolo e meno di cinque milioni d'uomini; è una
ricchezza senza riscontri nel mondo. Tutto il resto appare transitorio;
i popoli si modificano, i cattivi governi passano, gli uomini muoiono, e
la terra resta con i suoi tesori inesauribili. L'avvenire dell'Argentina
è fulgido e sicuro! Correte a prendere i primi posti o folle di
emigranti! perchè indugiate? correte presto; e che importa se voi e
anche i vostri figli morrete soffrendo prima che si alzi il sipario!
Pensate alle future civiltà neo-latine, e correte....
È bello fantasiare sul futuro, ma noi non possiamo uscir fuori della
vita attuale per mirarne la storia attraverso la seducente prospettiva
dei secoli. Non possiamo fissare unicamente, impassibili, i lontani
successi d'una guerra senza vedere nè voler vedere la infinita schiera
dei caduti, senza sentirci chiamati dal disperato appello dei loro
gridi, senza sentirci trascinati a lenire le loro sofferenze, sopra
tutto quando si tratta di nostri fratelli, e la guerra è per altri
paesi: e specialmente poi quando riconosciamo che le vittime cadono non
per la fatalità ineluttabile, ma per le inettitudini e le colpe di
altri!
Nell'Argentina bastavano i caduti nella conquista della terra selvaggia,
nella tenace lotta contro la natura che difende strenuamente i suoi
possessi incontaminati. I nostri lavoratori hanno forte il cuore come
forti le braccia; essi accettano con l'animo lieto di speranza quella
lotta pericolosa la quale porge poi bene spesso il conforto e il
compenso del trionfo.
Ma tutti gli altri caduti? Tutti coloro che dopo anni ed anni di tenace
lavoro debbono abbandonare la terra da essi vinta alla Pampa, flagellati
dalla miseria che ha tolto loro persino gli attrezzi del lavoro, che li
ha sorpresi deboli e sfiniti, sfruttati e spremuti, alla prima
avversità? Vedremo il seguito come da Entre Rios, da Cordoba, da Santa
Fè, da ogni parte giungano le notizie della nera miseria di quegli
infelici, che sono oggi più poveri di quando giunsero laggiù perchè non
posseggono più il fatato tesoro della speranza.
Più volte nelle campagne ho incontrato piccole carovane d'emigranti, col
volto logorato dalla sofferenza, curvi sotto il fardello dei cenci, e
percorrenti così intere regioni per centinaia di chilometri in cerca di
lavoro, domandando ricovero nelle capanne, arrestati spesso dalla
sfinitezza, sferzati sempre dalla fame! Parlando particolarmente
dell'emigrazione dovrò disgraziatamente intrattenere l'amico lettore su
questi fatti, che sono mostruosi in un paese dove pascolano cento
milioni di animali.
Cinquecento italiani disoccupati a Bahia Blanca hanno pubblicato un
manifesto che dice: «Ci troviamo senza pane nella più squallida miseria.
Molti di noi da due giorni non mangiano; le nostre mogli e i nostri
figli hanno fame. Noi non chiediamo che della terra da lavorare!...».
Non è inesplicabile questo nel paese che ha quasi un milione di
chilometri quadrati di terra che aspettano il lavoro?
Il numero dei disoccupati che veniva calcolato a centoquarantamila tre
mesi or sono, ora si ritiene aumentato di un buon terzo a causa
dell'inverno australe che porta anche in tempi normali un rallentamento
in molti lavori. A Buenos Aires oggi i disoccupati sarebbero
ottantacinquemila, secondo notizie degne di fede. A tanto è ridotta
quella terra promessa, da tutti quei mali che conosciamo. L'immensa
piovra della politica oligarchica la tiene sotto le spire dei suoi
tentacoli, e le assorbe il sangue della ricchezza. L'Argentina ha
dissipato molto più di quanto ha prodotto, fino a stremare alcune fonti
della sua stessa prosperità, a indebolire la sua attività produttrice.
Perchè in fondo le ricchezze del suolo argentino, che sono immense,
fanno pensare ad un tesoro chiuso in una cassa forte della quale non si
è buoni a girare la chiave. Il tesoro c'è, ma non si può contare certo
su di esso per un immediato sollievo. È inutile che l'Argentina sia
sconfinata e varia; il ricco deserto oggi non conta che come un insieme
di nomi e di segni geografici; l'Argentina vera sulla quale pesa tutta
la miseria del presente è relativamente piccola, e non sorpassa i
confini della parte sfruttata. Questa parte sopporta tutti i mali; e
poniamoci bene in mente che ogni espansione rappresenta uno sforzo che
il paese non potrà mai fare finchè non si sarà sollevato dalla
prostrazione che lo accascia. È il problema del presente che s'impone
dunque; esso si deve studiare fin dalle sue origini, e lasciamo le
splendide fantasticherie dell'avvenire all'avvenire!
*
* *
I governanti argentini vedono le cose semplicemente: la produzione
risulta insufficiente di fronte alle spese? Aumentiamo dunque la
produzione. E come? Con nuova immigrazione. Così si assiste al curioso
spettacolo del Governo argentino che chiede emigranti persino al
Transvaal, mentre più di duecentomila operai nella Repubblica stessa
domandano inutilmente lavoro.
Bisogna guarire prima! Le trasfusioni di nuovo sangue rendono forti i
deboli ma non sanano i malati! Si faccia una diagnosi accurata della
Repubblica Argentina.
I suoi debiti con lo straniero, debiti molteplici e complicati, si
aggirano intorno a quattrocento milioni di _pesos_ oro, ossia due
miliardi di franchi; e con questo l'Argentina non è padrona delle sue
ferrovie che per una parte insignificante. Vi sono poi i debiti interni
dello Stato, e i debiti delle singole provincie, i debiti dei Municipî,
che formano un cumulo enorme di passività. Il pagamento degli interessi
per i prestiti all'estero, più il pagamento dei dividendi dei capitali
stranieri impiegati nel paese, rappresenta un impoverimento che il
_superavit_ attivo formato dalla esportazione sull'importazione--circa
cinquanta milioni di _pesos_ oro all'anno--non basta a compensare. Poi
vi sono le spese ordinarie, enormi, sproporzionate, dato il carattere
dell'amministrazione argentina; e vi sono le spese straordinarie; e gli
armamenti. L'economia nazionale è caduta in uno stato d'acuta anemia. La
produzione non ha trovato più i suoi compensi: i suoi sforzi poderosi
sono fiaccati. Il peso delle imposte è divenuto troppo grave; e meno le
imposte rendevano per l'impoverimento progressivo, e più sono state
ampliate per la necessità dei bilanci. «L'imposta interna è
esorbitante--scriveva l'8 di febbraio la _Prensa_, il più grande
giornale argentino--e vi sono regioni da essa rovinate; la massa della
popolazione la sente come un carico insopportabile, sempre più pesante».
Un sistema di protezionismo feroce ha colpito il commercio, che in
nessun posto ha tanto bisogno della libertà massima quanto nei paesi in
via di sviluppo. Scemati gl'introiti doganali si è aggiunto una
percentuale alle tariffe: si sono create delle tasse d'esportazione. I
rimedî sono peggiori del male; si fa dell'empirismo finanziario, il
quale non impedisce che le entrate non corrispondano più esattamente
alle previsioni. L'impoverimento ha un termometro quasi sicuro nel
cambio dell'oro che è salito sopra al 240. Le produzioni sono colpite,
il lavoro deprezzato. «Gli uomini i più intraprendenti e animosi non
trovano un campo dove applicare le loro iniziative; parrebbe che
l'Argentina vigorosa e piena d'energia sia stata trasformata in un paese
estenuato, esaurito, avente appena tanta vita da fornire lo scarso pane
quotidiano.» (_Prensa_).
La crisi si allarga, invade tutto. «Chi non sente il disastro? Non v'è
un solo fenomeno della multipla attività nazionale che non attesti la
crisi. Nelle campagne come nelle città, nelle imprese agricole come
nelle officine, nell'ufficio dei grandi negozianti, come nello spaccio
del venditore, nella casa della famiglia benestante come nelle
abitazioni dell'operaio, si sente lo stesso malessere, si parla con
paura e con angustia delle penose difficoltà che vi sono per provvedere
alle prime necessità della vita»--scriveva lo stesso giornale, che cito
a preferenza, oltre che, per la sua importanza anche perchè è stato
quello che più mi ha gridato la croce addosso per le mie prime lettere
argentine. Si giunge al punto che mancano i fondi per pagare i piccoli
stipendî. «Per la prima volta da venticinque anni»--scriveva _El Pais_,
noto giornale portavoce del finanziere senatore Pellegrini--«si arriva
al primo del mese senza che la tesoreria abbia i fondi necessarî per
pagare gli stipendî dell'amministrazione.»
A Buenos Aires i pensionati delle amministrazioni restano otto mesi
senza ricevere un soldo. Il Governo non paga talvolta nemmeno gli
operai, che pure non hanno altre risorse fuori del loro lavoro. Vediamo
gli operai del porto di Riachuelo--tutti italiani--rifiutarsi al lavoro
perchè da due mesi non sono pagati. Lo sciopero ha per effetto il
licenziamento immediato di molti, ma non certo l'immediato pagamento.
Nello scorso mese di maggio centocinquanta italiani che lavoravano alla
costruzione di caserme a Mendoza si sono posti in sciopero, perchè dal
primo di gennaio non avevano ricevuto un _centavo_ di paga, e vivevano
di piccoli debiti caritatevoli fatti presso dei fornitori, trascinando
una esistenza di miserie indescrivibili. Dopo alcuni giorni di
trattative hanno ricevuto tre mesi di paga e sono stati licenziati
tutti. Il direttore dei lavori, un tenente, gridò ai soldati di
cacciarli sulla via, e se resistevano di prenderli a bastonate--a
_garrotazos_. Durante gli arrolamenti per la marina, fatti nel tempo
delle ultime difficoltà diplomatiche col Cile, vennero contrattati
qualche centinaio di macchinisti e fuochisti per la squadra, in massima
parte italiani. Cessato il pericolo d'un conflitto, le navi passarono in
disarmo e gli arrolati vennero sbarcati e congedati, ma senza pagare
loro la mercede stabilita; una lettera sulla _Patria degli Italiani_ del
30 marzo fa sapere che in quel giorno ancora non erano stati soddisfatti
quegli impegni.
*
* *
E se questo fa il Governo centrale, figuratevi quello che fanno i
governi provinciali. Nel febbraio passato il Governo della Plata doveva
più di tre milioni di lire di stipendî arretrati; e s'intende di piccoli
stipendî dovuti a stranieri, oppure a impiegatucci che per la loro
situazione non hanno peso nell'organismo elettorale--come, per esempio,
i maestri. I grossi stipendî corrono sempre, cascasse il mondo. E per
parlare di maestri soltanto ecco qualche dato: i maestri di Salta
debbono avere più di un anno di stipendio; quelli di Chacabuco, quattro
mesi; quelli di San Juan, quattordici; quelli di Entre Rios, nove. A
Paranà si è festeggiato un centenario; il corpo insegnante, invitato
alle cerimonie, ha rifiutato per non avere vestiti.
I Municipî stanno peggio dei Governi. Il Municipio di Buenos Aires, in
stato di semi-fallimento, e posto perciò sotto una specie d'ufficio di
tutela, è divenuto quasi insolvibile per la massa dei suoi
fornitori--quasi tutti stranieri--molti de' quali, visti i loro
contratti violati, hanno inviato alla Intendenza di finanza una
protesta, che è una vera requisitoria contro l'amministrazione. Gli
spazzini municipali e tutti gli altri operai giornalieri, quasi tutti
italiani, debbono avere quattro mesi di paga! Essi hanno inviato alla
_Patria degli Italiani_ una lettera che commuove tanto vi traspare
l'orrore della loro situazione.
Da questi dati s'indovina il resto. Alle disastrose condizioni delle
amministrazioni pubbliche fanno riscontro quelle delle amministrazioni
private. I fallimenti si seguono continuamente; cadono dei colossi.
Nella città di Mendoza, che aveva fama di essere fra le più prospere
della Repubblica, in sessanta giorni hanno chiuso gli sportelli quattro
Banche. Le lettere di credito subiscono uno sconto dal 25 al 40%. Tutti
i commerci e tutte le produzioni sono più o meno in crisi; in Entre
Rios, a Cordoba, a Santa Fè c'è la crisi agraria, a Mendoza e a San Juan
la crisi dei vini, a Tucuman la crisi degli zuccheri. I suicidî
aumentano; «il fatto caratterizza la crisi tremenda che attraversa la
Repubblica»--ha scritto la _Patria_.
La tendenza purtroppo naturale a sfruttare il lavoro straniero, trova
facile incitamento nelle ristrettezze finanziarie. In certi casi è stata
negata agli operai la mercede pattuita, dopo lunghi mesi di pesante
lavoro compiuto nelle _estancias_, sui campi, in qualche fabbrica di
zucchero; e intanto quegl'infelici vivono di fame! Conosco varî di
questi casi interessanti concernenti più di cinquecento operai; e dovrò
tornare a parlarne diffusamente.
La _Patria degli Italiani_, giornale certo non sospetto d'idee
sovversive, e nemmeno d'animosità contro il Governo argentino, scriveva
il 12 aprile: «Noi riceviamo quasi ogni giorno dei lagni e dei reclami
da parte di nostri umili compatriotti, che ci denunciano le ingiustizie
di cui sono vittime, le frodi che si compiono in loro danno da persone
che calpestano le leggi, francheggiati dall'impunità loro garantita da
autorità dimentiche dei loro doveri e destituite di senso morale. Noi
vediamo non solo svolgersi un sistema di sfruttamento iniquo, ma
violarsi altresì le leggi che dovrebbero garantire le mercedi. Così si
commettono le più nere ingiustizie, così si ruba di bocca il pane a chi
suda per guadagnarselo, così si perpetua uno sfruttamento infame delle
classi lavoratrici. Noi non siamo disposti a renderci complici con un
silenzio compiacente, il silenzio della stampa argentina più autorevole,
di questo stato di cose, che è una ignominia per la Repubblica e che
nessuna onesta penna deve tollerare.»
Ora nelle campagne migliaia di _peones_--braccianti--lavorano per la
sola _comida_--il cibo--e che comida! In alcune colonie i contadini
mancano di pane: a Sunchales, per esempio, ed a Sant'Agostino. Un
corrispondente scriveva da San Luis alla _Patria_ nel febbraio: «Se sono
vere le notizie che arrivano, non solo i bestiami sarebbero morti per
fame in questi dintorni--il che era noto--ma anche persone. Si ebbero
casi di famiglie perite di miseria.» Se la notizia non era esatta era
però, come si vede, tale da trovar credito, e fra le genti del luogo e a
Buenos Aires, e sulle colonne dei giornali. Dalla stessa località arriva
questa notizia: «la moneta ha completamente emigrato, e perciò il
commercio funziona col sistema del cambio delle merci!» È un passo
indietro verso le forme primordiali della civiltà.
*
* *
Tutto questo ci mostra quali sono le maggiori vittime del contraccolpo
della crisi generale. Possiamo quasi dire che se tutto il male è
argentino, gran parte del dolore che esso provoca è italiano. Le masse
degli umili, dei poveri--che sono disgraziatamente le masse dei nostri
emigranti--pagano di borsa e di persona le spese di tanti errori.
E quale rimedio si escogita? Quello di fomentare nuova immigrazione! È
come se per salvare una nave in pericolo si tentasse d'aumentare il
numero degli imbarcati! La nave argentina è buona ed ha in sè la forza
di salvarsi; ma è necessario che dal ponte di comando si veda la rotta,
che si sondi il pericolo, si fugga dai paraggi torbidi e tempestosi. Il
mare libero è là, infinito, luminoso, splendido, che invita a correrlo
verso i lontani lidi d'una migliore civiltà, ai quali gli altri Stati
volgono la prora in una gara sublime. Su via, una forte mano al timone,
e si viri di bordo!
ANDANDO ALL'ESTANCIA.
[Dal _Corriere della Sera_ del 22 giugno 1902.]
San Jacinto de Mercedes (Argentina).
Sono arrivato a Mercedes di notte, dopo tre ore di ferrovia a traverso
una campagna ignota, della quale nel buio intuivo l'immensità uniforme,
come si _sente_ l'immensità del mare navigando nell'oscurità e nella
calma.
Nel compartimento, pieno di ricca gente di campagna che tornava
all'_estancia_ dagli affari di Buenos Aires, si fumava e si gridava. Con
una vivacità tutta argentina, la discussione s'era fatta generale; la
crisi delle lane, la chiusura dei mercati inglesi ai bestiami argentini,
la questione cilena, la guerra boera, fornivano argomenti inesauribili.
Ogni tanto dai finestrini spalancati entravano dei buoni soffî di vento
fresco, ristoratore, impregnato del sano odore del fieno, che
dissipavano il fumo azzurro delle sigarette e, come per incanto,
sedavano le conversazioni. Pareva che dalla campagna arrivassero delle
folate di silenzio. La discussione talvolta nasce dal caldo come una
fermentazione di parole.
Di tanto in tanto, in mezzo all'oscurità, avanti a noi, lontano,
scorgevamo gruppi di luci verdi e rosse, i quali facevano pensare a
piccole e strane costellazioni cadute sulla terra. Il convoglio vi
arrivava in mezzo sbuffando. Erano stazioni perdute nella solitudine.
Sembravano inglesi, per la costruzione, e talvolta anche per il nome,
come Cowland, Open Door.
Durante le fermate si udiva il trillo dei grilli--quel rumore che nulla
toglie al grande silenzio dei campi addormentati--sonoro e ritmico come
un tintinnìo lontano di sonagliere agitate da cavalli stanchi d'un
viaggio senza fine.
Poi, Mercedes. Una stazione più grande delle altre circondata da
colossali eucaliptus neri, dalle foglie inquiete perennemente come
quelle dei nostri pioppi. All'uscita, delle vetture in fila che
ricordano le nostre antiche diligenze, dei ragazzi creoli che si
precipitano sulle valigie, dei _cocheros_ che offrono il loro _coche_
anche per l'indomani, per il dopodomani, per qualsiasi tempo e momento,
per la città e per il campo. Poi una cittadina dalle vie ampie e
sterrate e dalle case minuscole e bianche. Finalmente l'albergo, un
antico albergo, con le camere a pianterreno in giro a un _patio_ fresco
e delizioso tutto ornato di piante. Quest'antica architettura _criolla_
dà alla casa una dolce aria d'intimità. È una delle cose migliori che la
Spagna abbia lasciato quaggiù; ed è una cosa araba!
Alla mattina alle cinque un _coche_ mi portava a gran trotto verso San
Jacinto, una delle più belle _estancie_ della Repubblica.
*
* *
Un viaggio delizioso. L'aria fresca del mattino mi batteva in faccia
nell'impeto della corsa portandosi via tutte le tristezze che la città
lascia sempre addosso.
La campagna si svolgeva intorno a me, tutta piana come un mare. Sulla
cima delle alte erbe la brezza spingeva verdi ondate, che fuggivano via
rincorrendosi con allegro fruscìo. Intorno intorno si levavano isole di
eucaliptus, di pioppi americani, di acacie, che ombreggiavano i
_puestos_, le capanne dei pastori. Sul verde mandrie di buoi, mandrie di
cavalli, mandrie di pecore, di guanachi, di nandù, tutta una popolazione
pascolante, sparsa e immobile da far credere che fosse cresciuta su
dalla terra come i cardi giganteschi che costellavano i pascoli.
Da ogni parte recinti di fil di ferro: centinaia di miglia di filo di
ferro--d'_alambrado_, come si dice qui--che sostituiscono la nostra
bella siepe. L'_alambrado_ e il primo lavoro umano sui campi vergini, è
la presa di possesso. Molte proprietà non consistono ancora che in terra
selvaggia e _alambrado_ tutt'intorno.
Questo recinto raddoppia il valore della terra; in alcuni luoghi il
recinto costa più della terra a cui serve da limite. Il ministro
d'agricoltura diceva giorni sono ad un amico che il filo di ferro dei
campi argentini basterebbe a pagare i debiti provinciali, ciò che
significa che è un valore fantastico.
L'aria era piena d'un festoso pispiglio d'uccelli che a nuvole si
levavano al passaggio della vettura, e in tale quantità da mandare in
visibilio un cacciatore. _Viudes_ dal petto rosso come un rosolaccio,
canarini che si confondono con le stoppie giallastre, pernici dal volo
rumoroso, gabbiani di terra schiamazzanti, e fenicotteri e trampolieri
d'ogni razza immobili sull'orlo dei fossati e dei pantani, gru in fila
come soldati, ferme sopra una zampa e meditative, grosse cicogne
dall'elegante volo dritto e lento, civette che a gruppi di tre o quattro
corrono a posarsi in cima ai pali dell'_alambrado_ per inchinarsi
grottescamente quasi salutando chi passa, aironi dal ciuffo, neri e
bianchi da sembrare in marsina. E tutto un mondo di uccellini che non
conoscono ancora la persecuzione e non temono l'uomo, che si allontanano
quanto basta per non rimaner schiacciati, che si posano a sciami, come
le mosche, sulle pazienti schiene dei buoi e delle pecore per nettare il
becco sul pelo lucido o per cercare i semi rimasti fra la lana. Vi è
tanta cacciagione che la caccia è quasi sconosciuta. In alcuni luoghi le
_martinette_--specie di pernici--sono uccise dal _gaucho_ a colpi di
bastone; il fucile è inutile.
La via correva dritta fra due recinti di filo di ferro, interminabile,
grandissima, accidentata, piena di erbe e di sterpi, di viottoli, di
fossi, di pozze. Le vie nell'Argentina non sono--quando ci sono--che
striscie di campagna, sulle quali è permesso di passare. La vettura al
gran trotto dei suoi quattro cavalli tirava dritto su tutte le asperità
della via, a urtoni, sobbalzando, inclinandosi dalle parti, dandomi la
perfetta illusione di viaggiare sopra un affusto d'artiglieria lanciato
alla posizione.
Il vento sollevava la giubba del _cochero_ lasciandomi scorgere il suo
grosso coltellaccio _gaucho_ dal manico d'argento cesellato, infilato
alla cintura sulle reni, e la rivoltella sul fianco. Ma il mio uomo
aveva una faccia bonaria d'indio mansueto che contrastava singolarmente
col suo armamento. Si volgeva ogni tanto a darmi delle indicazioni
minuziose, pensando forse che più le indicazioni sono minute e più la
mancia invece è grossa.
--_Este puesto se llama La Bella!_
--Perbacco!
--_Si, señor, y aquel humo blanco_ è un treno della ferrovia del
Pacifico.