Un'altra causa d'indisciplina è la donna. Come il Creatore commosso

dalla noia d'Adamo gli diede la donna, il Governo argentino ha dato la

donna al suo soldato. Forse lo guidò l'idea d'evitare peggiori

insubordinazioni, a meno che non sia stato invece il legittimo e antico

desiderio di aumentare la popolazione con i... «fils du régiment!» I

reggimenti fuori della Capitale hanno cinquanta e quelli di Buenos Aires

dieci, diciamo così... _attachées_ militari, le quali vivono nel recinto

della caserma, o a cinquanta metri dall'accampamento, seguendo i soldati

ovunque.

Questa istituzione dovuta certo ad un resto di uso indiano--poichè le

donne si trovano in tutte le armate primitive--portata nell'esercito

argentino dai numerosi indiani che vi hanno fatto parte, è fomite di

mali disciplinari, sui quali è degno sorvolare.

Molto gravi sono le conseguenze di tutte queste svariate cause. Il

soldato argentino è generalmente capace di coraggio e di audacia, ma non

ha sufficienti doti militari. Marcia pochissimo, e sarebbe appunto la

marcia, in una guerra fra la Pampa, l'arma più formidabile.

L'artiglieria, creazione nuova, libera dei tristi mali originali, è

buona. La cavalleria non riceve quasi istruzione di maneggio, non

conosce il servizio d'esplorazione, che sarebbe il suo primo còmpito, e

questo avviene anche perchè, in un paese di cavalli, la cavalleria non

ha sempre i cavalli! I reggimenti della Capitale, si può dire che siano

i soli regolarmente montati; quelli ai confini normalmente sono... a

piedi. Quando c'è necessità si manda loro una _cavallata_--una

mandria--si montano, e via!

Il Commissariato è allo stato embrionale; i servizî logistici non sono

organizzati. Le condizioni dell'esercito scemano il valore delle cifre

nei quadri della difesa nazionale. Ai dodici battaglioni di fanteria,

agli undici squadroni di cavalleria, alle sei batterie di artiglieria

che comprendono 8691 soldati, si aggiunge la fantastica cifra di 438,894

uomini della Guardia Nazionale, ma tra _mausers_, _remington_ e carabine

non vi sono armi che per la metà circa, riducendosi così alla metà anche

il valore numerico.

L'Argentina deve preoccuparsi seriamente di questo esercito che le costa

tanti e tanti denari, deve rintracciare le vere cause dei suoi mali e

delle sue deficienze per sanarli.

E qui viene naturale il paragone fra l'esercito argentino e la marina.

La marina, sorta da poco, non ha tabe originali, non ha sofferto per le

vicissitudini delle ingloriose lotte politiche. Ha avuto una direzione

omogenea ed una organizzazione senza troppi rimpasti, dovute alla mente

del Rivadavia che fu molto coadiuvato dall'italiano Muscari. Per quanto

anche qui si riscontrino errori e colpe di dolorosa memoria, tuttavia il

progresso è rapido e sicuro. Una marina non s'improvvisa, perchè non

bastano le navi formidabili quando mancano gli uomini da mettervi sopra:

e la marina argentina ha bisogno ancora di tempo per creare tutti gli

uomini che le necessitano, per non ricorrere, come ora, al personale

straniero. Ma la strada che essa ha rapidamente percorso è certo una

buona garanzia per l'avvenire suo.

Il paragone fra le forze di terra e quelle di mare ricorre molto sui

giornali argentini. «Perchè--domandavasi giorni sono la _Prensa_--le

nostre forze di terra decadono, mentre si migliorano invece le navali?»

Si potrebbe rispondere forse con le sue stesse parole:

«Perchè la marina ha la fortuna di stare in un campo dove non ci sono

governatori, nè elezioni. La sua influenza si salva dal contagio

corruttore della oligarchia, e può svolgere intanto le sue attitudini, e

perfezionarsi!»

IL LUSSO NELL'ARGENTINA.

[Dal _Corriere della Sera_ del 12 giugno 1902.]

Il popolo _criollo_, che si trova quasi estraneo alle assorbenti cure

del lavoro, che ha a portata delle sue mani le facili ricchezze

alimentate dalla inesauribile sorgente del lavoro straniero, che--con

un'esagerazione che le teorie dell'atavismo giustificano--ha ereditato

dai suoi padri spagnuoli insieme alle virtù della fierezza e

dell'orgoglio anche i difetti della tendenza spendereccia, della manìa

delle apparenze, dell'amore alle grandiosità--come ha ereditato dalle

antiche madri aborigene la passionalità e la dolce mollezza--non poteva

resistere alla piacevole malattia del lusso. «Il lusso sterile si è

subitamente introdotto nei nostri costumi--ha scritto un saggio

argentino--; ma la ricchezza male acquisita va lasciando dietro di sè

molte rovine morali; poichè l'oro è come l'acqua d'un fiume, che desola

e rovina se inonda subitamente, mentre porta in ogni dove la fecondità e

la vita se giunge lentamente per mille condotti.»

In trenta anni o quaranta dalla tradizionale semplicità della vita

_campesina_ si è giunti al più assurdo lusso, assurdo perchè il meno

sapiente, un lusso che si è infiltrato a poco a poco in tutte le

classi, che si rivela negli atti più semplici della vita, che è divenuto

quasi una necessità. Nelle epoche dei grandi guadagni e delle

speculazioni colossali, che sono così recenti e sembrano favolose, si

sono create delle abitudini che resistono tuttavia, e resisteranno pur

troppo fino a che sarà facile _sacar plata_--trovar denari--a chi ha il

privilegio di vivere nell'immensa rete dell'intrigo politico.

Il primo sintomo caratteristico della malattia del lusso, lo straniero

l'osserva appena sbarcato, prima di vedere e sapere nulla, niente altro

che allo scorgere il modo con il quale l'argentino porta in tasca il suo

denaro. Noi abbiamo la meschina abitudine del portafoglio che, se i

borsaioli lo rispettano, serve a conservare i nostri biglietti di banca

ben piegati e classificati. Qui il portafoglio per il denaro è una

gretteria che fa sorridere di disprezzo fin l'ultimo _almacenero_;

l'argentino porta la sua carta monetata insaccata nelle tasche dei

pantaloni. Qualunque somma è portata così, come il fazzoletto. Per

pagare si tira fuori un pugno di biglietti, se ne getta uno tutto

spiegazzato al venditore con un'inimitabile aria di disdegno, e si

ripone il resto con noncuranza nella solita tasca, picchiandoci sopra un

colpetto per diminuirne il volume.

Questa strana ostentazione di disprezzo per il denaro, forma una

caratteristica argentina veramente rivelatrice. È una questione di amor

proprio, di orgoglio curiosamente sentito; in fondo è una contraddizione

patente che costa molto e che forma da sola una delle principali spese

di lusso. Non si guarda alla spesa purchè il gesto sia bello. C'è sempre

una certa ricerca dell'effetto. Ho visto una sera in un caffè a Buenos

Aires un giovanotto, un _compadrito_ (teppista elegante), il quale,

ferito alla testa da una bastonata consegnatagli da un suo buon amico,

si asciugava la ferita con biglietti da un _peso_--i più correnti--che

gettava via insanguinati, e questo perchè non aveva un fazzoletto. Era

sublime; ma certo quel bravo ragazzo avrebbe semplicemente domandato una

salvietta al cameriere se nessuno fosse stato lì a guardarlo.

Al caffè, al _restaurant_, se si è in un gruppo di amici, è sempre uno

che paga per tutti, per legge inviolabile. Si va al teatro in comitiva?

Chi è più vicino allo sportello dei biglietti compera le poltrone,

gl'ingressi, i programmi per tutti; e guai allo straniero che tenta il

modesto rimborso. Il più umile impiegato della municipalità pone le mani

in tasca con l'aria di un Grande di Spagna; salvo poi, tornando a casa

solo, a fare i conti sotto un lampione di quanto costa la grandiosità.

Ho cominciato dall'accennare a queste minuzie perchè sono sintomatiche,

e fanno già comprendere il carattere del lusso argentino. Non è il lusso

d'un paese che col migliorare delle sue condizioni economiche sente

aumentare i bisogni e si adatta progressivamente ad un maggiore

_comfort_; il raffinamento della sensibilità in un popolo ha un processo

molto lento, e la prosperità argentina sorse in pochi anni d'affari

tumultuosi. È il lusso sterile di chi spende per spendere, per

«figurare», di chi poco conosce il costo del denaro; ed è il lusso

più pericoloso perchè non ha una norma fissata dal livello

dell'intellettualità del popolo, la quale ha un limite, ma è invece

regolato dall'ambizione e dallo _snob_ che non hanno limiti.

La conseguenza principale--dal nostro punto di vista di stranieri

cointeressati--è uno sperpero inutile d'enormi ricchezze, il quale

fatalmente non può non indebolire le resistenze morali alla corruzione.

Ricercando le cause dei mali argentini, per i quali tanti italiani

soffrono, non possiamo tralasciare il lusso, e tutto quanto il lusso si

trascina appresso, le cui conseguenze materiali e morali sono vaste e

profonde.

*

* *

Il lusso infesta tutti i campi, come una splendida ortica, e vegeta

persino sul bilancio di Buenos Aires. La Capitale si comporta come una

signora un po' civetta, la quale comperi un cappellino che costa un

occhio a chi.... lo paga, per la sola ragione che qualche amica ne ha

comperato un altro. Si fanno _boulevards_ perfettamente inutili perchè

Parigi ne ha; si creano parchi e giardini dispensabilissimi per non

essere al di sotto delle grandi capitali; si gettano milioni in un

giardino zoologico, dove le scimmie abitano villini arabi e i leoni

dimorano in tempî greci, solo per poter dire che il _Zoo_ di Londra non

è così bello; facendo un grande serbatoio d'acqua potabile si è voluto

che la costruzione rappresentasse un grandiosissimo palazzo del

rinascimento francese, tutto ricoperto di maioliche inglesi, spendendo

due milioni e mezzo per la pura e semplice ornamentazione. Non si è mai

pensato che tutta la popolazione dell'Argentina non arriva a cinque

milioni e che un popolo di cinque milioni deve spendere un poco meno di

quelli sette o otto volte più grandi; si è detto e scritto che Buenos

Aires avendo quadruplicato il numero dei suoi abitanti in ventotto anni,

«raddoppia di popolazione ogni quattordici anni», e non si è pensato

all'assurdo di una tale premessa, secondo la quale fra cinquanta anni

Buenos Aires dovrebbe avere dieci milioni di abitanti. Si è speso sempre

basandosi sul fantastico, ipotecando un lungo avvenire, senza far mai i

conti con le risorse del paese, ripetendo eternamente che il paese è

vasto e ricco e che pagherà tutto. L'importante è che Buenos Aires

mantenga il suo posto di «segunda ciudad latina del mundo»--la prima,

si sa, è Parigi--e poco preme che le finanze si rovinino, che i debiti

crescano in proporzioni spaventose. Nulla importa purchè «il gesto sia

bello»! La collettività fa lo stesso lusso dell'individuo, sterile,

inutile lusso, in modo assurdo e sproporzionato alla potenza finanziaria

del paese.

L'apparenza è tutto. Quel serbatoio d'acqua potabile diventa quasi un

simbolo: il simbolo della esteriorità argentina. Un ricchissimo sfarzoso

castello scintillante di ceramiche policrome, all'esterno;

all'interno... acqua potabile!

Non si fa del lusso in proporzione a ciò che si è, ma a ciò che si vuol

parere; lusso esagerato negli edifici, negli arredi, negli abiti, in

ogni cosa. Non si ha idea, per esempio, delle somme che si spendono

laggiù per le _toilettes_. La stagione dell'Opera viene preventivata

venti o trentamila _pesos_ nelle famiglie della buona società. Nei

negozî principali di mode si ottengono delle rivelazioni interessanti

sulle spese femminili. Conti di quaranta e cinquantamila _pesos_ sono

pagati correntemente dalle signore, cioè volevo dire dai mariti,

dell'aristocrazia portegna. Tutto quanto è moda costa caro perchè tutto

è importato. Parigi, questa fata morgana dell'Argentina elegante,

assorbe per le sue mode e i suoi gingilli, in proporzione, due volte e

mezza più di ricchezza dal Sud che dal Nord-America. Ah! quella Parigi

si è fatta una gran clientela di repubbliche, esportando i diritti

dell'uomo e poi i.... cappellini della donna!

Non parliamo di quanto si spende in feste, feste pubbliche, private,

religiose, di beneficenza; non parliamo del lusso nei _clubs_, nei

teatri, in ogni dove. Vi è in tutto questo qualche cosa d'una immensa

_mise en scene_; si sente il fittizio.

Le spese eccessive portano un dissesto endemico nei bilanci domestici,

che vengono a rispecchiare così il bilancio dello Stato in proporzioni

ridotte. Lo sperpero cieco del denaro conduce per conseguenza ad una

caccia altrettanto cieca al denaro, la quale ha per forma più mite il

giuoco. La questione del giuoco è così grave che ora tutta la stampa

argentina unanime a grandi gridi ne invoca la estirpazione. Ma non è con

dei saggi articoli di fondo che, specialmente ora, potrà svellersi la

mala pianta del giuoco, i cui sottili viticchî, si può dire, avvolgono

ogni anima.

La folla giuoca alla «loteria nacional»--che è una specie di lotto

colossale--con un accanimento incredibile.

Le corse di cavalli offrono un altro sfogo alla manìa del giuoco. Vi

sono a Buenos Aires sopra a _trecento_ agenzie dette «casas de sport»,

specie di totalizzatori, dove tutti corrono a giuocare sopra i risultati

delle corse che hanno luogo una volta alla settimana all'Ippodromo; e

notate che queste «casas de sport» sono colpite da una tassa proibitiva

di _duecentomila pesos_ all'anno. Queste agenzie ricevono per ogni

giorno di corsa 180,000 giuocate. 100,000 ne riceve il «Jockey Club» sul

campo delle corse, e ciò porta ad un totale di circa mezzo milione di

_pesos_ per giornata, ossia ventiquattro milioni di _pesos_ all'anno,

eguali a _sessantadue milioni_ di lire circa (giornale _El Pais_, 28

marzo). Sessantadue milioni puntati dalla sola Buenos Aires in un solo

giuoco d'azzardo!

*

* *

Ma il giuoco che ha le conseguenze più disastrose per il paese è quello

di Borsa. Alla Borsa di Buenos Aires si giuoca accanitamente. Le

oscillazioni nei cambî prodotte dalla speculazione mettono spavento; si

è visto il cambio dell'oro passare da 240 (ossia che ci vogliono 240

_pesos_ in carta-moneta per ogni 100 in oro), a 238, poi a 241 e infine

a 246 tutto in uno stesso giorno. Immaginate quali liquidazioni! Questo

giuoco si basa sulla politica. Durante la questione col Cile si sono

visti dei gelosi segreti diplomatici immediatamente propalati e discussi

sui giornali provocando rialzi dell'oro di molti punti. Quando un

giornale pubblicava un bollettino speciale troppo allarmante, bastava

fare alla Borsa un'inchiesta dissimulata per sapere che il direttore di

quel giornale aveva comperato in quel giorno, per mezzo dei suoi agenti,

quaranta o cinquantamila _pesos_ d'oro. Ricordo che quando venne

ritirato il ministro plenipotenziario Portela da Santiago, io, con un

certo orgoglio di pubblicista bene informato, osservai ad un signore mio

conoscente, il quale gode relazioni politiche, che sapevo la notizia dal

giorno prima; ed egli mi rispose sorridendo:

--E io ero prevenuto quattro giorni fa!

--Impossibile!

--Ecco la prova--e mi mostrò il conto del suo agente di cambio che

attestava la compera di non so quante decine di migliaia di _pesos_

d'oro fatta precisamente quattro giorni prima.

La speculazione non ha limiti. Con una politica incerta e convulsa come

in generale sono sempre le politiche americane, col desiderio smodato in

troppa gente di profittare delle occasioni per il proprio interesse, e

con l'aggravante d'una crisi che ha molto assottigliato l'adipe della

nazione rendendola più vivamente sensibile alle variazioni economiche di

qualsiasi genere, l'influenza della speculazione di Borsa così

esercitata è veramente disastrosa. Si sa bene, pur troppo, che in tutte

le Borse si specula, come del resto in tutti gli ippodromi si giuoca; ma

sono la natura e l'estensione del giuoco e della speculazione che qui

rendono il male spaventoso. Rovinati dai cambî, molti negozianti cercano

di rifarsi sui cambî, giuocando e alla Borsa di Buenos Aires vi sono

nientemeno che quattromilacinquecento soci; una popolazione! Le grandi

oscillazioni rendono più allettevole il giuoco; un solo colpo buono può

essere una fortuna. Il giuoco poi per un fatale concatenamento mantiene

grandi le oscillazioni. Sapendo le grandi somme che l'Argentina deve

pagare all'estero, in oro, per gl'interessi dei prestiti non fosse

altro, si comprende quanto il cambio fittizio fissato dalla speculazione

sia rovinoso. Senza contare i disastri provocati da ogni liquidazione un

po' fuori della media prevista, senza contare la sfiducia e il

discredito che vanno sempre più circondando nell'Argentina quanto è

materia di finanza!

Che dire poi del giuoco vero, il giuoco classico e genuino che si fa

intorno al tradizionale tavolo verde? Le bische sono innumerevoli. La

città, i sobborghi, i paesi dei dintorni, i luoghi di villeggiatura e di

bagni sono pieni di bische. Non ho cifre esatte sulle bische di Buenos

Aires, ma si può immaginare quante mai potranno essere, sapendo che

nella piccola città di Cordoba, la città detta la Santa e anche la

Dotta, si conoscono _quattrocentoventiquattro_ bische. In proporzione

Buenos Aires dovrebbe averne diverse migliaia.

Sono queste bische che impensieriscono tanto oggi i Catoni della stampa,

dei quali non pochi fanno come quel padre che, accorso in una casa di

giuoco per sorprendervi il suo figliuolo scapestrato, e trovatolo ad un

tavolo di _baccarà_, gli gridò con accento indignato:--Disgraziato, che

fai? perchè, perchè... prendi carta sul cinque? Guarda come si fa--e si

assise severamente al suo fianco.

La stampa non risparmia accuse veramente gravi e precise alle autorità

che dovrebbero sorvegliare alla esecuzione della legge, la quale

colpisce severamente le bische come le «casas de sport» con tasse

proibitive. Ma chi ci bada? Il giornale _Los Principios_ è arrivato

persino a denunziare un commissario di polizia come... proprietario di

una bisca!

Quanti milioni non passano giornalmente sui tavoli da giuoco? Non

dimentichiamo poi di aggiungere alle bische i _clubs_ dove si giuoca

tremendamente. Cito un dato: il _Club_ del «Progresso» incassa per le

sole tasse di giuoco, ossia per la sola vendita dei mazzi di carte--il

cui prezzo può variare a seconda l'entità del giuoco fino a quindici

_pesos_--incassa, dico, dagli otto ai dodicimila _pesos_ al mese; ossia,

in un _club_ solo i giuocatori pagano più di centomila _pesos_ all'anno

(250,000 franchi circa) per i mazzi di carte. Quale disordinato

spostamento di ricchezze non deve portare un tale giuoco nella società

bonearense?

A poco a poco tutto tende a diventare giuoco, dalle imprese alla

politica; la via del lavoro è sempre più schivata come mezzo per

raggiungere la prosperità e la ricchezza, perchè è una via troppo lunga

e aspra e difficile in confronto delle altre. Si spende rapidamente; è

necessario guadagnare rapidamente. Ne viene uno squilibrio nelle

manifestazioni della vita sociale. La compagine morale della società

s'indebolisce: e guai quando si rallenta o cessa di funzionare quel

potente regolatore delle azioni umane che è la coscienza!

*

* *

Fra i mali che sono causati dal lusso e dal giuoco ve n'è uno che a noi

interessa di più perchè ha un'influenza diretta sulle transazioni di

denaro e perciò sugli affari. Intendo parlare dell'usura. I saggi

d'interesse sono normalmente alti nell'Argentina (l'interesse legale

ipotecario è del 12%) per la richiesta di capitale dovuta al rapido

sviluppo della produttività del paese, ma ancora più per le diffidenze

dei capitalisti, per i rischi provenienti dalla «indelicatezza»

commerciale, ecc. Sono poi resi enormi quando a tutto questo si aggiunge

la ricerca disordinata del denaro provocata dal lusso e dal giuoco.

L'usura diventa una cosa normale. Un'infinità di famiglie va avanti

impegolandosi sempre più nei debiti in attesa della _volada_--un colpo

di fortuna--o di una nuova pioggia di ricchezze, come nel '90.

Gl'impiegati che sono al corrente dello stipendio spesso lo scontano ai

primi del mese; quelli che da mesi non lo possono ritirare vendono il

loro credito verso il Governo la Municipalità per i due terzi o per la

metà.

Nel piccolo prestito il 50% si chiama un interesse onesto. L'«interesse

onesto» però non è comunissimo. Secondo le circostanze si vede applicato

un tasso dell'80, del 100, del 200%. L'interesse si calcola a mesi, e si

dice perciò modestamente il 5, l'8, il 10%. Ciò che in realtà è il 60,

il 96, il 120%. Pullulano gli ufficî di prestito su pegni e su garanzie

che fanno operazioni dal 4-1/2 per cento in su (al mese, s'intende). Il

male è così vasto che non si nasconde più. Si «opera» alla luce del

sole. Si vedono degli avvisi agli angoli delle vie, sui giornali,

nell'interno dei _tramways_, sui siparî dei teatri, che dicono:

«_Dinero! Dinero!_ Chi ha bisogno di denaro vada in via tale, numero

tale, ecc., succursali in tutta la città». Sono stabilimenti molto

riconosciuti! La _réclame_ applicata all'usura è l'ultima parola del

progresso. L'usuraio diventa una persona per bene, un essere

rispettabile e rispettato, bene accolto. Se ne incontrano per tutto, nei

_clubs_, nelle Società e persino nelle redazioni dei giornali. Alla

domanda: Chi è quel signore?--vi rispondono con indifferenza: uno

strozzino--come vi dicessero un avvocato, un ingegnere, un dottore.

Vedremo, parlando dei nostri connazionali, la rovina che l'usura porta

nella campagna. Le sue conseguenze sulla prosperità generale sono

evidenti.

Il lusso, il giuoco e l'usura formano tre anelli d'una stessa pesante

catena che cinge le braccia della Repubblica Argentina. In essi troviamo

ancora una ragione concomitante della gravissima crisi presente, e non

certo la più lieve. E per questo male non v'è che una guarigione: il

lavoro. Il lavoro domina le manìe dissipatrici.

Gl'italiani, nell'Argentina, sono generalmente tacciati d'avari. Essi

conoscono troppo quanto costa il denaro per poterlo gettare, poichè lo

pagano col sudore della fronte, che è quanto di più sacro e di più

prezioso possa dare un uomo!

RICCHEZZE E MISERIE.

[Dal _Corriere della Sera_ del 17 giugno 1902.]

Nel mese di aprile l'esodo di emigranti dalla Repubblica Argentina ha

superato l'arrivo di 3032 individui, secondo le statistiche dalla

_Direcion de Emigracion_. La differenza fra i partiti e gli arrivati

sembra che aumenti di mese in mese in proporzione geometrica; il sintomo

non è equivoco; l'Argentina è stata finora uno dei paesi che hanno

assorbito la maggiore quantità di emigrazione europea, e debbono essere

ben vaste e profonde le perturbazioni che oggi creano un tale rigurgito

nella regolare corrente immigratoria che si era formata.

Questo solo fatto basterebbe a dare la misura delle gravissime

condizioni della Repubblica Argentina, le cause delle quali abbiamo

sommariamente e alla meglio rintracciato negli articoli precedenti,

esaminando la politica, il governo, la giustizia, l'esercito e la

società di quella giovane nazione.

A queste cause, che sono pur troppo permanenti, si aggiungono anche

cause occasionali e transitorie--come ora la deficienza dei raccolti--le

quali trovano l'organismo della nazione già spossato, incapace di

resistere, e producono danni enormi, come quelle malattie di stagione

che non danno che un leggero malessere ai forti, e colpiscono a morte

gl'indeboliti. Mi diceva un giorno il governatore Freyre--il quale è

salito da poche settimane al Governo di Santa Fè con un programma largo

di promesse--che «se ci fosse un buon governo nell'Argentina

basterebbero soli tre anni di raccolto sopra cinque per star bene.» Anzi

l'eccellente uomo--il quale naturalmente trovava che il suo governo

faceva eccezione alla regola--dopo un istante di riflessione ha

soggiunto che «due soli anni di buon raccolto ogni cinque sarebbero

tuttavia sufficienti alla prosperità del paese.»

In fondo, salvo l'esagerazione ottimista che ogni uomo di governo prova

in presenza di un giornalista straniero, egli diceva la verità. Le

sciagure argentine vengono dagli uomini e non dal paese. Il paese è

ricco.

L'Argentina vista come è · 第 7 / 15 段