duecento voti. A Barracas al Sur compaiono mille voti prima della
formazione del seggio. A Lomas de Zamora quattrocento elettori producono
mille e duecento voti. In tre seggi non c'è stato concorso, ma hanno
tuttavia figurato tremila e duecento voti. In altri quattro seggi è
avvenuto lo stesso miracolo. A Patagones una persona ha contato ventidue
elettori concorrenti alle urne: voti mille e centocinquantatre. Infine
si calcola a trentamila la somma dei voti fraudolenti in queste elezioni
(parziali, per fortuna). Il _Pais_--giornale _pellegrinista_--rimprovera
alla _Nacion_--che è _mitrista_--queste oziose inchieste, rammentandole
che i _mitristi_, in certe altre elezioni, crearono a Buenos Aires un
vero _atelier_ con _sedici_ scritturali per la fabbricazione di registri
elettorali falsi, in base ai quali stabilirono il loro trionfo. Queste
sono cose, del resto, consuetudinarie. Una Commissione, che per incarico
d'un _Comité Demòcrata_, ha voluto rivedere alcune liste elettorali a
Buenos Aires, ha trovato che in un seggio il falso ammontava al 47%, in
un altro al 58%, in uno al 79% e nel resto del distretto al 45%. I
giornali _El Tiempo_ e la _Prensa_, che pubblicano l'inchiesta, ne
offrono tutte le prove. Ma chi bada a queste piccolezze?
Questa profonda e radicata immoralità rivela molto più di una semplice
stranezza di costumi politici: le sue cause sono gravissime, e le sue
conseguenze hanno un'influenza disastrosa sull'intera vita della nazione
argentina.
*
* *
Spieghiamoci. Laggiù la politica è una professione. È la professione
naturale del «figlio del paese», la quale gli offre il modo di
vivere--con uno splendore relativo ai di lui mezzi intellettuali e alla
sua _viveza_--fornendogli una rendita sotto forma di stipendio per un
impiego qualsiasi, oppure facilitandogli guadagni d'ogni genere per via
d'influenze. Così si vedono degli impiegati che non hanno la necessità
d'andare all'ufficio, ed altri che non sanno precisamente in che cosa il
loro impiego consista.
Perciò la lotta politica non è altro che la lotta di gente che vuole
degli impieghi per diritto di nascita contro gente che non se li vuol
lasciar sfuggire, in nome dello stesso diritto. È una «lotta per la
vita»: e trattandosi della vita si capisce che ci si... ammazzi, qualche
volta. «La vera lotta elettorale è oggi, come sempre, circoscritta alle
rivalità di clientele ristrette, per non dire di pochi uomini,
aggruppati in due fazioni avverse per la impossibilità di mettere tutti
contemporaneamente il muso nella stessa mangiatoia»--scriveva il 31 del
marzo passato la _Patria degli Italiani_.
È chiaro che questa politica di speculazione vive della ricchezza
pubblica come di una preda legittimamente conquistata, invece di esserne
la tutrice vigile e sapiente. Ora, la ricchezza è prodotta dal lavoro;
il lavoro è in massima parte straniero; è quindi precisamente a danno
degli stranieri che si alimenta l'enorme pianta parassitaria della
politica, che ha più ramificazioni d'un'intera foresta di baobab.
Gli stranieri si vedono completamente esclusi dalla cosa pubblica. Il
paese risulta nettamente diviso in dominatori e in dominati. Questo non
sarebbe un gran male, se una tale politica non avesse logicamente la più
perniciosa delle influenze su tutte le amministrazioni pubbliche--nelle
quali si sazia--e, quel che è peggio, sulla giustizia; di modo che i
dominati si trovano esposti--privi delle armi del diritto politico--a
tutte le violenze, ai soprusi, agl'inganni, alla ingiustizia senza
limiti.
Come si vede, la politica argentina, per quanto in sè stessa priva
d'interesse per noi, assume una importanza capitale in quanto serve a
spiegare e illustrare la situazione dei nostri connazionali laggiù. E
permettetemi di parlarvene a lungo. Del resto, l'argomento non è noioso:
avvengono nella politica di questo paese delle cose tanto strane!...
*
* *
La lotta politica ristretta alle persone, animata da bassi interessi,
isolata nei varî centri provinciali, prende spesso alimento dagli odî
personali, e diviene di una brutalità selvaggia. Si combatte con tutte
le armi, con la frode, con la corruzione e col terrore. Da una parte
l'arbitrio, dall'altra la violenza. Avvicinandosi un Comizio, i crimini
politici diventano cosa di tutti i giorni, specialmente nelle provincie
interne. La cronaca registra giornalmente minaccie a mano armata,
arresti e condanne arbitrarie eseguiti contro gli oppositori,
persecuzioni poliziesche, maltrattamenti, ferimenti, assassinî. A
prestar piena fede ai giornali i più diffusi vi sarebbe da inorridire.
Dai luoghi desolati dalle elezioni arrivano loro notizie di treni
assaltati dalla polizia per arrestare gli avversarî del Governo che vi
viaggiano, di prigionieri posti alla tortura dei ceppi, di spedizioni di
soldati armati di remingtons inviati in tutti i dipartimenti di una
provincia con l'ordine di non lasciarsi sfuggire l'opportunità di
fucilare gli avversarî (_Prensa_, 11 e 12 febbraio).
Certo è che in questi periodi di fermento politico la vita pubblica si
svolge sotto il più tirannico dei regimi. In certe provincie è un vero
regime del terrore. I giornali di opposizione sono talvolta assaltati,
le macchine spezzate, i redattori minacciati di morte, come è avvenuto a
Chacabuco e durante le ultime elezioni di San Juan. La mancanza di
giustizia rende possibile ogni violenza. Durante queste elezioni, che
hanno fatto versare tanto sangue, la polizia ha assassinato nel suo
stesso domicilio il direttore del giornale _El Censor_, colpevole di
reato d'opposizione. Questi delitti hanno fatto sfuggire al più
autorevole giornale argentino una frase caratteristica: «Dalla frode e
dalla tranquilla _esploitation_ delle posizioni ufficiali non è
ammissibile che si passi al regime del terrore, alla legge del pugnale e
della corda» (_Nacion_, 8 gennaio). Pare che la frode e la tranquilla
_esploitation_ siano... ammissibili!
Intanto si procede alla formazione delle liste elettorali. Mancando uno
stato civile in regola, le iscrizioni si fanno volta per volta, alla
domenica a mattina, nell'atrio delle chiese parrocchiali, dove il
registro è depositato sopra un tavolo fra due _vigilantes_ che
sonnecchiano e i membri d'un Comitato. Gli elettori iscrivendosi
dichiarano a quale partito appartengono. Lo scopo di questa usanza è
chiaro: le sole iscrizioni bastano a dare la più ampia idea della
situazione, e le _manovre_ poi si possono fare a ragion veduta. Se il
partito «legale» è un po' deboluccio, si rinforza con un po' di nomi. Se
alle elezioni non si presentano gli elettori, si fanno figurare
gl'iscritti come votanti. Nel marzo passato, nelle elezioni di Santiago
de l'Estero, a Quebrachos concorsero alle urne il giudice di pace, il
commissario di polizia e suo figlio e vi lasciarono.... mille e tanti
voti. Il falso diventa usuale. Non c'è controllo: i giudici si guardano
bene dall'ascoltare i reclami di illegalità perchè essi stessi nascono
quasi sempre dall'illegalità.
*
* *
E si viene alle elezioni. Qui entrano in scena i _caudillos_, uomini
che, per il prestigio della criminalità, godono di ascendenti sulla
parte infima della popolazione _criolla_, la quale forma quasi
esclusivamente la massa elettorale. Il _caudillo_ porta in campo le sue
forze al servizio di questo o quel partito, come un capitano di ventura.
Queste forze vengono dalla campagna, dalla prateria, spesso
semiselvaggie, _gauchos_, ignoranti sempre, che considerano le elezioni
come un carnevale, un'epoca di godimento e d'impunità (se stanno dalla
parte governativa). Arrivano nelle città ostentando il loro armamento di
rivoltelle e di coltelli intorno alla cintura, e incomincia il terrore
dei pacifici cittadini. Tipi sinistri percorrono a cavallo le vie,
insultano i passanti, spingono la cavalcatura sui marciapiedi e talvolta
nei negozî. Spesso si fermano a mangiare e bere nelle _fondas_, poi non
pagano, bastonano chi protesta e se ne vanno gridando: _Viva el
Gobernador!_--il grido che è il _sesamo apriti_ della circostanza.
È poco tempo che Santa Fè, Rosario e tutte le città della provincia,
come più recentemente San Juan, hanno attraversato un periodo elettorale
con il relativo accompagnamento di morti e di feriti. Le scene che si
sono svolte in questi luoghi non sembrano dei nostri tempi. I negozî si
chiudono, la gente per bene si tappa in casa con le provvigioni, come
per un assedio in regola; e l'illusione è perfetta quando--e non di
rado--si sentono echeggiare attraverso le imposte serrate i colpi delle
armi da fuoco. La _Prensa_ ha riportato da un giornale di San Juan
questa descrizione d'ambiente: «Le famiglie non escono per nessun
motivo, nessuno si mostra per le piazze, e ad ogni momento si aspetta di
sentire il rumore d'una scarica che ponga termine alla vita d'un
cittadino, o il galoppo d'uno squadrone di polizia che sciaboli senza
pietà. Non si domanda che resultato ebbe questa o quella elezione, ma
quanti morti si ebbero. Da ogni parte si parla di domicilî che saranno
assaltati. Le versioni sono fondate perchè abbiamo visto il popolo
indifeso sciabolato per le vie di pieno giorno e assassinare miseramente
e vigliaccamente...» È certo che in queste descrizioni, che potrei
riportare a sazietà, vi è di quell'esagerazione che è propria di queste
riscaldate fantasie ispano-americane; ma non molta. I crimini esistono.
Non vi è forse che Buenos Aires dove tali miserie siano meno visibili,
perchè si perdono nella vastità e nel cosmopolitismo.
In prossimità dei seggi elettorali si vedono talvolta dei veri bivacchi
di questi _gauchos_ armati, accoccolati intorno ai barili della _caña_ e
all'arrosto che si va cuocendo all'aria aperta, il tradizionale _asado
electoral_. Questi bravi elettori si aggruppano a seconda dei partiti
nei posti prestabiliti di fronte al sagrato della parrocchia--dove si
tiene l'elezione--in attesa d'essere chiamati ad esprimere i voti della
coscienza del popolo.
L'appello viene fatto partito per partito. Si comincia dal partito
governativo, il quale in caso di dubbia riuscita adopera tre sistemi di
guerra che si potrebbero chiamare: il pacifico, il semi-pacifico e il
bellicoso. Il primo è semplicissimo; si fa l'appello tanto lentamente
che giunge l'ora stabilita per la chiusura prima che gli avversarî--che
votano dopo--abbiano avuto il tempo di votare.
Il secondo consiste nel sollevare degli incidenti ad ogni voto
avversario, domandando la prova della personalità. L'adito è aperto
all'arbitrio; si fanno votare dei partitarî due o tre volte, si
stabiliscono officine di falsificazioni, si fa di tutto.
Quando ciò non basta per assicurare la vittoria, entrano in campo i
remingtons della polizia che circonda le urne e che sta appostata
persino sui tetti delle case vicine. È il sistema bellicoso. Nelle
recenti elezioni di San Juan, intorno ad un'urna sono caduti sei morti e
venti feriti. Questo non ha impedito al vice-governatore di scrivere un
rapporto dove diceva: «Le elezioni si sono svolte _tranquillamente e in
completo ordine in tutti_ i Comizî; solamente in Pocito...., ecc.!» Oh!
una cosa da nulla!
All'inganno d'un partito risponde, naturalmente, l'inganno dell'altro,
alla frode la frode, e alla violenza la violenza. Il resultato è la più
mostruosa mistificazione della volontà popolare.
*
* *
Su queste elezioni poggia l'oligarchia che strema le forze
dell'Argentina e ne prostra le promettenti energie. Dalle elezioni nasce
la piovra governativa, e viceversa: come la storia dell'uovo e della
gallina. È un circolo chiuso, la cui anacronica esistenza è spiegata
dalla esclusione della vita politica di quella grande parte della
popolazione che più lavora, produce e paga, la quale avrebbe
precisamente il più grande interesse ad una politica onesta: alludo agli
stranieri.
Con questa straordinaria organizzazione, elettorale viene a mancare
completamente il controllo del popolo nel complesso organismo
governativo. Una macchina senza regolatore.
Appurate così le origini della disorganizzazione, vedremo prossimamente
fino dove ne arrivano le ineluttabili e disastrose conseguenze.
SULL'ARGENTINA: IL GOVERNO IN AZIONE.
[Dal _Corriere della Sera_ del 29 maggio 1902.]
L'ultima volta, mio buon lettore, abbiamo osservato l'allegra _parodia
electoral_--per dirla con la frase del paese--argentina. Vediamo oggi
che cosa ne viene fuori--che, come vedremo, è per noi italiani il più
interessante.
E prima di tutto vediamo chi ha il monopolio del Governo nell'Argentina.
Un giurista, il prof. Martinoli, in una sua monografia sul Diritto
argentino, calcola che tolti gli stranieri, i loro figli ancora in
minore età, le donne e i bambini, che se figurano nel censimento non
sono per ora nelle liste politiche, e tolti gl'indiani, i semibarbari, i
_gauchos_ e tutti i detriti in dissolvimento delle razze inferiori, i
quali non sono che «docili e incoscienti strumenti di qualunque
_caudillo_, rimangono pochi argentini padroni del campo politico.» «Gli
argentini, dunque, atti al Governo--egli scrive--sono in franca
minoranza, in dichiarata insufficienza, chiamati ad amministrare
interessi in enorme proporzione alieni, senza controllo da parte degli
amministrati, senza che essi sentano in carne propria il peso principale
dei tributi, con tutti i vantaggi in cambio delle cariche pubbliche, e
con tradizioni finanziarie ed economiche che non li fan certo
raccomandabili come modelli di reggenti ordinati e scrupolosi: formano
cioè una vera oligarchia.» Un'oligarchia i cui difetti sono aggravati
dalla «infaticabile sfruttabilità dello zio che in questo unico caso è
quello di.... Europa.» Si pensi alla gravità di queste parole scritte da
un uomo colto e imparziale, straniero, ma strettamente legato alla vita
del paese, in posizione elevata, e coprente cariche onorifiche, il quale
le ha scritte in una pubblicazione di carattere ufficiale fatta per
conto della nostra Colonia.
Il campo dove l'oligarchia--spazia--stavo per dire.... pascola--è
straordinariamente vasto. Per averne un'idea basti rammentare che
nell'Argentina vi sono tanti Governi indipendenti quante regioni, ossia
quattordici Governi, quindici col Governo centrale.
Ciò significa: quindici Camere di deputati, quindici Senati, quindici
Ministeri, ossia un battaglione di eccellenze, quindici capi di Stato,
quindici polizie, un numero sterminato di giudici che brandiscono la
bellezza di trenta Codici di procedura; insomma quindici di tutto. Gli
stipendî sono generosi; gli onorevoli deputati e senatori dei Governi
regionali hanno 500 _pesos_ al mese (ossia 1250 franchi circa mensili);
quelli del Governo federale ne hanno mille (2500 franchi al mese circa),
e vi sono gl'_incerti_, che poi sono quasi sempre.... certi. E pensare
che noi troviamo qualche volta troppo un Parlamento solo: e non lo
paghiamo! In proporzione, col sistema argentino, noi in Italia dovremmo
avere più di cento Parlamenti. Orrore!
Vi sono varie provincie, come quelle di Catamarca, della Rioja, di San
Luis, di Santiago de l'Estero, le cui risorse sono insufficienti a
pagarsi il lusso di un _gobierno_; e si capisce. Questo faragginoso
organismo governativo, ammessa anche l'onestà più scrupolosa negli
uomini di governo, non può che spossare il paese per il solo fatto della
sua esistenza. Ma la correttezza, per di più, non è una moneta
straordinariamente corrente laggiù.
*
* *
Gl'impieghi non sono divisi sempre fra i più degni. «Sono i
collaboratori nella lotta elettorale che si presentano a reclamare il
premio pagato col tesoro pubblico sotto forma di stipendio per
deputazioni, seggi senatoriali, posti di governo, incarichi diplomatici,
affari, concessioni, posti di favoritismo, persino frodi doganali,
decretati a forza d'influenze ben compensate.» (Giornale _La Prensa_).
L'idoneità non è più così la qualità necessaria per essere chiamato al
disbrigo d'un ufficio pubblico. Un deputato federale argentino, che
porta uno dei nomi più illustri della Repubblica, il Belin Sarmiento, ha
scritto coraggiosamente su questo argomento: «L'idoneità è scomparsa di
fronte alla camerateria e al nepotismo, al punto che il talento stesso
non avrebbe assicurata la carriera senza l'intrigo e la compiacenza; si
creano posti inutili per dare una paga al parente e al partitario.» A
molti funzionarî pubblici manca perciò la capacità necessaria e la
preparazione; basta intrigare; la frode politica apre tutte le porte.
«La politica qui fornisce un vero _cursus honorum_, attraverso il quale
si può sempre vivere del bilancio e senza far niente con tutto decoro,
per divenire infine una specie di Pericle buono a tutto, ambasciate,
alte funzioni giudiziarie, direzioni di banchi, rettorati universitarî,
grasse missioni finanziarie, confezioni di codici, anche... generali.»
(Professore _Martinoli_).
Infatti il giornale _El Diario_, parlando del Congresso, ha rivelato che
«una terza parte, non uno di meno dei deputati, accumulano stipendî per
Commissioni speciali, direzioni di banchi, di università, di collegi e
di altri incarichi pagati in modo eccezionalmente lauto; e più d'un
terzo dei senatori (per non essere da meno) hanno oltre ai mille _pesos_
al mese, altre somme dagli ottocento ai mille _pesos_ per incarichi
ufficiali»--circa 5000 franchi al mese!
Da un tale genere di funzionarî, che, come scriveva recentemente la
_Prensa_, «si considerano padroni dei loro posti per diritto di
conquista e che li disimpegnano a loro piacere sicuri dell'impunità per
le loro colpe e per i loro errori», deriva la più estesa irregolarità in
tutti i campi dell'amministrazione pubblica. L'interesse personale
produce un'influenza disastrosa. «Ciò contribuisce a rendere la politica
un affare, a farne non l'occupazione altruistica e nobile, e quasi
onoraria d'una classe scelta, ma invece _una vasta Tammany Hall_, un
pugillato per l'esito, una _curée_ di sensalismi, e a dare ad ogni
ambizione un predominante fondamento d'interesse che tutto degrada e
materializza e che corrompe parimenti governanti e governati.» (Prof.
_Martinoli_).
*
* *
La corruzione si propaga infatti. Lo _standard_ della morale pubblica si
è modificato sotto questo regime. Quando l'eccezione diventa regola, la
regola diventa eccezione. Avviene in morale quel che ci succede in
ottica quando entriamo in un ambiente illuminato da una lampada
colorata; al principio si trova tutto strano, falso, curiosamente
colorato; poi l'occhio s'abitua, il ricordo della luce pura svanisce
dalla retina, ogni cosa si normalizza al nostro sguardo. Così laggiù si
è abituata la coscienza pubblica alla strana luce della moralità
ufficiale.
«Supponendo che certi fatti che vediamo giornalmente siano successi in
altri paesi, ed immaginando lo scandalo che produrrebbero, abbiamo la
norma del livello morale della nostra società, che non si commuove
considerandoli quotidiani e comuni. Basterebbe collezionare ogni
scandalo che si rivela giornalmente per formare il museo degli orrori.»
(_Belin Sarmiento_).
Nella lingua stessa, che è come lo specchio dell'anima di un popolo,
rimangono le traccie della strana clemenza con la quale si giudicano
certe colpe. L'indelicatezza non si chiama più così: si chiama....
vivezza--_viveza_. Un uomo senza scrupoli da noi si dice un furfante;
laggiù un _uomo vivo_! Ed è quasi un complimento.
Quale tempra adamantina d'onestà non occorrerebbe per sottrarsi alla
influenza dell'ambiente, alle seduzioni dell'interesse? «Sarebbero
uomini eroici, superiori all'umano coloro che elevati al potere dai
_nostri_ politici potessero lottare contro i loro amici, contro il loro
proprio interesse, lottare contro i sofismi che da ogni parte fioriscono
intorno al potere, lottare infine contro tutti i proprî contemporanei, e
rifarli come lo scultore riammassa l'argilla quando è scontento della
sua prima concezione.» (_Belin Sarmiento_).
Il male che deriva da tanta bruttura è reso più grave dalla curiosa
condizione di complicità in cui si trovano moltissimi funzionarî
pubblici, complicità dalla quale deriva quell'impunità cui allude la
_Prensa_ nel brano citato più sopra. Essi debbono la loro posizione alla
loro unione di partito, cioè a dire ad una colpa comune. Naturalmente
non si può sempre punire un funzionario che abbia troppa.... _viveza_,
perchè sarebbe come trasformarlo in un avversario politico. E poi è
difficile punire uno per colpe che sono troppo comuni, peccati divenuti
veniali, condannare in lui sè stessi, e i proprî sistemi, i proprî
interessi e la propria morale. La catena gerarchica così si spezza, la
disciplina è svanita. Come il potere si basa sul fascio enorme di
irregolarità elettorali commesse dagli adepti al partito trionfante,
ognuno di questi fattori del Governo, conquistato un impiego, sente di
avere il sacrosanto diritto ad una parte del potere. Ogni funzionario
diventa un tiranno nella sfera della sua influenza. Il meno che può fare
è di non compire il suo dovere seguendo l'esempio di tanta parte dei
parlamentari che sono in un quasi perenne sciopero legislativo.
Si aggiunga ancora, come ultimo e non minore incentivo al mal fare, la
poca stabilità degli impieghi. Quando s'insedia un nuovo partito è un
nuovo esercito d'impiegati che occupa gli uffici, mentre l'esercito dei
vecchi si ritira--per prepararsi ad un altro assalto--si ritira in armi,
e soprattutto.... in bagaglio. Un'elezione andata male o una
rivoluzioncella andata bene bastano a sbalzar tutti dal posto; la vita
non è assicurata, il tempo stringe, bisogna prendere ciò che capita,
diamine!
*
* *
Al di fuori di questa straordinaria organizzazione governativa, di
questa formidabile associazione tirannicamente dominatrice, stanno gli
stranieri, i veri sfruttati, perchè sono quasi i soli che lavorino, che
producano, che trasformino. Sono essi, in fondo, che pagano. E «ad essi
viene a mancare ogni autorità sulle autorità anche inferiori: essi
debbono sopportare senza possibile reazione le facili prepotenze dei
funzionarî, specialmente nelle campagne dove l'abuso è così comune.»
(Prof. _Martinoli_). Vedremo in seguito, dettagliatamente, quali e
quanti sono questi abusi e queste prepotenze che gli stranieri soffrono,
e più specialmente coloro fra di essi che l'ignoranza, la miseria e
l'isolamento vengono a rendere più deboli e più umili.
Ora ne abbiamo visto le origini che tutto spiegano a filo di logica. Nel
«museo degli orrori», di cui parla l'on. Belin Sarmiento, il lettore ora
forse non troverebbe nulla che potesse meravigliarlo troppo. Alla meglio
gli ho spiegato la formazione e la natura del vasto organismo
governativo, che forse non completamente a torto è stato chiamato una
_Tammany Hall_ politica. Dalle sue ruote si capisce come cammina.