Le camerate sono silenziose. Lì cercano rifugio i solitarî: coloro che

vogliono nascondere il dolore. Dalle fessure delle pareti sconnesse

entra sibilando il vento, questo freddo e polveroso _pampero_, e

l'edificio ne è scosso. Nella penombra s'intravvedono delle figure umane

immobili, sedute o distese sugli immondi tavolacci. Nel vedere entrare

un estraneo, gli uomini si levano lentamente in piedi con impacciato

rispetto. Nella loro paziente aspettativa, l'arrivo d'un estraneo porta

sempre un po' di speranza. Un pover'uomo tiene in braccio un bambino

evidentemente malato. Il piccino abbandona la testa sulla spalla del

padre, respira affannosamente e chiede da bere con voce lamentosa.

L'uomo è un meridionale muratore; interrogato sul suo piccino, risponde:

--La notte fa freddo qui, s'è perduto il nostro bagaglio e non abbiamo

di che coprirci... Tanti bambini sono malati!

--Come s'è perduto il vostro bagaglio?

--Non lo so: veniamo da Salerno: all'imbarco un signore ha domandato a

me e ad alcuni miei compagni le ricevute del bagaglio. Arrivati qua, non

abbiamo trovato più niente.

--E non avete più le ricevute?

--No, niente!

Si tratta di uno dei soliti furti agli emigranti. Alcuni di questi

poveretti sono stati derubati a bordo; per essi i compagni di viaggio

hanno raccolto fra loro delle piccole somme, offrendo quel poco che

potevano. E questi poveri parlano della loro elemosina con una

semplicità sublime.

*

* *

La sera scende triste su questo luogo di miserie. Essa, come una

vecchiaja quotidiana, porta tutta la melanconia, la stanchezza, il

disinganno della giornata trascorsa. Il magro pasto--un pezzetto di

_puchero_ galleggiante in acqua sporca che dovrebbe essere brodo, e un

pezzo di pane--è divorato in silenzio. I quattro cinque impiegati

dell'«Oficina de Trabajo» se ne vanno; un «vigilante» indiano, legittimo

discendente degli antichi _timbues_, e ora rappresentante il potere

esecutivo, gira i cortili ispezionando; il direttore del ricovero, cioè

dell'Hôtel, un ometto calvo, barbuto e mellifluo, succhia il _mate_

sulla porta del suo ufficio e sorveglia distrattamente lo sfilare degli

emigranti che entrano nelle loro camerate. Si accendono qua e là delle

lampade alla cui luce rossastra la scena prende un aspetto sinistro.

Nell'oscurità si è spenta ogni gaiezza. Nessuno più ride o canta, non si

parla nemmeno: si bisbiglia. La notte è scesa anche negli animi. Pare

che la speranza non sia visibile che alla luce del sole. Se un chiarore

improvviso diradasse queste ombre non si scorgerebbero che volti mesti,

pensosi, attoniti o piangenti. In un angolo lontano la fisarmonica

riprende sottovoce, timidamente il suo suono asmatico e singhiozzante.

Il legittimo discendente degli antichi _timbues_ la fa tacere. Nelle

camerate si dorme o si sospira.

Nel fetido cortile a pozzo, divenuto deserto, il pompiere di guardia si

arrotola una sigaretta e se l'accende. La penombra lascia appena

scorgere tutt'intorno dei cartelli con la scritta: _Es prohibido fumar_.

Dalla vicina stazione del Retiro arrivano gli urli laceranti delle

sirene. Il rumore della città, come il muggito d'un mare, viene ad

infrangersi contro queste solitudini tetre. È l'ora in cui Buenos Aires

comincia a divertirsi. L'orizzonte è tutto rischiarato dal crepuscolo

livido della luce elettrica.

*

* *

Alcuni emigranti hanno qui dei parenti o degli amici: possono trovare

consiglio e appoggio; il loro collocamento è meno difficile e meno

cattivo. Altri--meridionali in gran parte--vengono in questa stagione

per lavorare ai raccolti, e a febbraio tornano in Italia. Molti di essi

hanno l'abitudine a tale emigrazione periodica, come le rondini;

conoscono il paese, guidano gl'inesperti, si lasciano condurre a spese

del Governo argentino senza spendere un _centavo_, e raggranellano

qualche cosa. Gli altri, la grande massa, sono venuti qua alla cieca,

con le loro famiglie, senza sapere nulla. Sono gli allucinati. La sorte

che li aspetta in questo momento, in cui antichi emigranti lasciano

certe regioni divenute ingrate al lavoro, può essere terribile. Un

ministro argentino diceva giorni sono: «L'emigrazione è necessaria, ma,

dato il momento, sono preferibili diecimila emigrati di meno che

diecimila disoccupati di più!»

Dissipata un po' la diffidenza, abituale nel contadino, ho domandato a

molti emigranti:--Perchè siete venuti in America?

I più rispondono:--Per tentare la sorte!--oppure:--Tanti vi hanno fatto

fortuna, proviamo anche noi! Per essi l'America è una lotteria;

giuocano, e mettono la vita per posta. L'idea di venire qua li prende

come un'ossessione, s'impadronisce di loro per contagio. Molti vengono

perchè hanno conosciuto della gente venuta prima di loro, semplicemente.

Un campagnuolo veneto che emigrava, faceva gli addii; un amico gli

disse:--To', voglio partire anche io!--E tutti e due con le loro donne

sono venuti in America, come si fosse trattato di far due passi. Un

contadino piemontese mi ha detto:--Ho emigrato perchè v'è qui mio

fratello.

--Meno male! E dov'è tuo fratello?

--Non lo so. Ci scrisse tanti anni fa dalla Terra del Fuoco dove era

occupato a tagliar boschi, poi non ha scritto più.

E quest'uomo, che non sa nemmeno cosa sia la Terra del Fuoco, che non

conosce la sorte di suo fratello, lascia tutto e viene qua con i suoi

figli, attirato dall'ignoto. Nessuno si è informato delle condizioni

dell'Argentina oggi--già per molti America, Buenos Aires e Argentina

sono sinonimi!--nessuno ha pensato a chiedere dei consigli alle

autorità. Hanno tutti una grande diffidenza dei consigli, li ascoltano

con l'aria di crederci e non crederci. La paura d'essere ingannati è

caratteristica in loro; ad essa sola del resto i contadini debbono

l'immeritata fama di scaltri. In ogni cosa che si dice temono un

tranello. I più franchi domandano:--Ma voi che interesse avete a dirci

così e così?

--Per il vostro bene!

Essi scuotono la testa increduli--e disgraziatamente non a torto--che il

loro bene stia a cuore a qualcuno. Sono imbevuti di false idee

leggendarie sulle favolose ricchezze del paese, la incredibile fecondità

del suolo, la cortesia e bontà degli abitanti, sempre le stesse, che

basterebbero da sole a provare l'esistenza di agenti catechizzatori.

Bisognerebbe ricercarne alcuni dopo un anno di America e rimandarli al

paese nativo a narrare sinceramente le loro avventure. Sarebbe il

miglior rimedio contro questa emigrazione cieca e disordinata, senza

organizzazione, senza guida, senza protezione, che è per la Madre Patria

un grande dolore, e una ancora più grande umiliazione!

LA CRISI ARGENTINA--TROPPA BUENOS AIRES.

[Dal _Corriere della Sera_ del 14 gennaio 1902.]

Buenos Aires, dicembre 1901.

L'Argentina è in preda ad una grave crisi; crisi di tale estensione che

parlare di essa significa parlare di tutto. L'intera vita della

Repubblica ne è affetta. Non è la malattia d'un organo; è la malattia

dell'organismo. Ne soffrono tutti: è come se l'aria a poco a poco fosse

divenuta meno respirabile; i ricchi come i poveri sentono l'affanno

della soffocazione.

Il debito pubblico è difficile a precisarsi; si conta a miliardi, non a

centinaia di milioni; cioè ammonta a una cifra spaventosa rispetto alla

popolazione del paese. L'alto cambio sull'oro rende gravosissimo il

pagamento degli interessi dei prestiti esteri, il quale pagamento, del

resto, non è regolare che sui preventivi. Ordinariamente si pagano

questi interessi con nuovi prestiti a breve scadenza. Si allarga il

male. Il dissesto è generale. Agli impiegati ora si paga lo stipendio se

si può. Vi sono degli impiegati che debbono avere fino a tre mesi di

stipendio. Le somme dovute dallo Stato a privati--riconosciute con

regolari mandati di pagamento--non vengono pagate. Occorrono pressioni,

inframmettenze extra-legali, _pots de vin_. Questa ritrosia del Governo

al pagamento dei debiti ha persino fatto sorgere un nuovo mestiere:

quello di _tramitador_. Il _tramitador_ è una persona che vende la sua

influenza; egli s'incarica di far pagare dalla tesoreria i mandati di

pagamento dei clienti, e si prende perciò il venti o il trenta per cento

sulle somme. L'immoralità diventa abituale. Non basterebbe un libro ad

enumerare le mangerie, i furti, le irregolarità che si verificano

abitualmente nelle amministrazioni del Governo argentino, ai quali si

deve non poco l'aggravamento della situazione generale.

Passando dallo Stato alle altre amministrazioni pubbliche si trovano gli

stessi mali nella stessa proporzione. La Municipalità di Buenos Aires

naviga in pessime acque. Il Governo ha dovuto creare una specie di

Comitato amministratore per evitarle il fallimento. Naturalmente anche

qui gli impiegati non sono pagati. Non è molto che gli spazzini

pubblici hanno fatto una dimostrazione ostile alla Intendenza

municipale--brandendo le scope--per reclamare il pagamento degli

stipendî arretrati. I maestri non sono meglio trattati degli spazzini.

Immaginate da questi indici la miseria che si nasconde sotto la

splendida vernice di questa grande Metropoli.

Vi sono migliaia e migliaia di persone in assoluta miseria. Al Consolato

d'Italia è una processione continua di sventurati che vanno a domandare

l'elemosina dei dieci e dei venti _centavos_ per mangiare. Il minimo

numero di disoccupati è calcolato a quarantamila; ma sono certamente di

più.

L'industria langue, il commercio è arenato. La media totale degli affari

commerciali è diminuita della metà. Avvengono dei fallimenti per

milioni; cadono dei colossi. La somma dei fallimenti arriva a circa

venti milioni di franchi al mese. A questa statistica fa riscontro

quella dei suicidî. Uno dei più forti commercianti stranieri,

interrogato sulla gravità della crisi, mi ha detto:--La crisi è tale che

non potrebbe essere di più!--Un altro commerciante, alla stessa domanda,

mi ha risposto:--Immaginate che in seguito ad un male non curato

sopravvenga la cancrena. Ebbene, la crisi del novantuno era il male;

quella di oggi è la cancrena!

Questa è la situazione descritta in poche parole. Il male è tanto più

grave in quanto che è profondo. Le cause sono molte; recenti e lontane,

passeggiere e durevoli. Le lontane e le durevoli sono le principali, e

perciò la guarigione è difficile.

*

* *

Una delle cause della crisi è l'accentramento a Buenos Aires di grande

parte della vita argentina. Questa Repubblica dà l'idea d'un mostro che

abbia un corpo piccolo e debole, ed una grande, smisurata testa. La

popolazione della capitale è di più che 800,000 abitanti, e tutto il

resto dello Stato non ha nemmeno quattro milioni. La sproporzione è

enorme.

In un paese che, come l'Argentina, non ha altra vera ricchezza che la

produzione agricola, che non possiede o quasi industrie, questa

mostruosa capitale tanto popolata significa non solo che un'infinità di

gente è completamente sottratta all'unico lavoro proficuo--quello dei

campi--ma che tutta questa gente vive interamente alle spalle degli

altri, e di una vita enormemente dispendiosa. Buenos Aires assorbe

troppe risorse argentine. È un lusso, una «spesa di rappresentanza» che

solo potrebbe permettersi un ricco popolo di cento milioni d'uomini.

Buenos Aires occupa più di diciottomila ettari, ossia supera Parigi di

settimila e Berlino di seimila e trecento ettari. Ha edifici grandiosi,

grandi _boulevards_, parchi, ha centoquaranta chilometri di

pavimentazione in legno, un porto che è unico nel suo genere, un

impianto d'acqua potabile che è fra i primi del mondo, dei servizî

pubblici straordinarî. L'esistenza di questa città è un fenomeno

puramente americano, di quelli che sfuggono in parte alla nostra

analisi.

La Buenos Aires d'oggi è sorta sull'antica città così, come un'impresa,

come una speculazione ben lanciata, in forza di uno di quegli

inesplicabili delirî collettivi che afferrano talvolta i popoli davanti

alla prospettiva della rapida ricchezza. L'Argentina appariva il paese

incantato che avrebbe pagato tutto e tutti, e la sua prosperità avvenire

venne ipotecata in una febbre di affari, i quali non avevano altra base

che delle speranze assurde. Le fonti della prosperità vennero trascurate

per delle speculazioni fantastiche: l'Argentina vera fu perduta di

vista.

Il credito illimitato apriva le Banche a tutti. Si creavano delle

fortune in poche ore. Si costruiva, si costruiva come se l'Europa intera

avesse dovuto rovesciarsi qua. I terreni aumentavano di valore fino

all'incredibile. L'affarismo escogitava delle imprese favolose. Si

arrivò a costruire qui vicino una città, La Plata, i cui terreni furono

pagati fino a 150 volte il costo attuale. Ora La Plata è morta, e si

visita come Pompei. I capitali e le braccia stranieri affluivano

attratti da rimunerazioni enormi. L'oro correva a rivi. Il Rio della

Plata meritava il suo nome. La disonestà trionfava. S'ipotecava per

centomila lo stabile che valeva mille. Ogni sentimento d'onestà, di

giustizia, di dignità, d'amor patrio erano travolti dalla febbre della

ricchezza. I governanti arricchivano e lasciavano arricchire le loro

clientele.

La _corrida_, come fu chiamata, cioè la corsa di depositanti alle

Banche, cominciò nel 1890 e finì nel 1891 col fallimento generale. Le

Banche argentine fallirono. Il Banco della Provincia di Buenos Aires

fallì per due miliardi. Era il terzo istituto di credito del

mondo--prima di divenirne il primo istituto di.... discredito. Centinaia

di milioni di sudati risparmî dei nostri emigranti furono perduti.

In quel violento, turbinoso accentramento d'affari e di lavoro si formò

la Buenos Aires d'oggi, che così cara costa alla Repubblica. Alla sua

vita manca la base.

Gl'interessi della capitale sono in contrapposizione a quelli delle

provincie. Con ciò che è costato l'abbellimento, il lusso e la comodità

di Buenos Aires, l'Argentina poteva mettersi comodamente in condizioni

da vincere in tempo la concorrenza di quei paesi che hanno la stessa sua

produzione: gli Stati Uniti, il Canadà, l'Australia, e fra poco si potrà

aggiungere la Siberia.

Invece all'Argentina manca il primo elemento di successo, che sarebbe

una viabilità a buon mercato e facile. La canalizzazione delle acque, la

navigazione dei grandi fiumi che vengono tutti a riunirsi, come le

stecche di un ventaglio, all'immenso Rio della Plata, hanno uno sviluppo

insufficientissimo. Le ferrovie, tutte in mano di Compagnie inglesi, per

il costo esagerato dei noli rappresentano uno sfruttamento rovinoso per

il produttore. Le ferrovie hanno poi una sfera limitata d'azione lungo

il loro percorso, tanto più ristretta quanto più elevato è il costo dei

trasporti; e non esistono strade. Se si esce da Buenos Aires non si

trovano comunicazioni. Tempo fa i soldati della guarnigione per recarsi

ad un nuovo campo di manovre, qui vicino, smarrirono la strada. Dai

grandi _boulevards_ in asfalto illuminati a luce elettrica si passa al

niente.

*

* *

La conseguenza è che certi prodotti argentini portati qui vengono a

costare come i prodotti analoghi europei sbarcati e sdaziati (e i dazî

sono molto forti). Il vino di Mendoza, per esempio, costa quasi come il

vino italiano.

In alcuni luoghi si lasciano i raccolti sulla pianta per l'impossibilità

del trasporto. Si prende ciò che necessita per l'uso locale. Un

diplomatico che ha visitato l'interno recentemente, mi raccontava delle

enormi quantità di grano abbandonato che marcisce nei pressi delle

stazioni ferroviarie per mancanza delle grandi somme necessarie al

pagamento del trasporto.

La difficoltà delle comunicazioni rende lento e poco proficuo il lavoro

di colonizzazione in tanti territorî, che per la loro fertilità si

presterebbero a culture fortunate, ma che si trovano situati lontani

dalle linee ferroviarie. La zona sfruttata deve essere forzatamente

limitata. L'Argentina non può estrinsecare tutte le sue energie. È come

un albero, ricco di frutti splendidi ma posti troppo in alto per

arrivarvi con le mani. E mancano le scale.

Vi sono dei prodotti necessarî, per esempio il legname da costruzione, i

quali vengono importati dal Canadà, dagli Stati Uniti, e persino dalla

Norvegia, e che si trovano in enorme abbondanza nel paese. Il trasporto

ne è impossibile. Si è costretti a comperare ciò che si ha in casa, e

che si potrebbe anche vendere.

La produzione argentina si trova perciò in condizioni d'inferiorità sui

mercati; il margine di guadagno è minimo. Basta che sopravvenga un

ribasso nei prezzi perchè si verifichi un ristagno disastroso, come

avviene ora nel commercio della lana, la quale forma una delle più

grandi produzioni del paese. Vi sono sul solo mercato di Buenos Aires

dodici milioni di chili di lane giacenti.

L'Argentina, immensa e varia, avrebbe delle risorse inesauribili. Con

tutte le condizioni difficili create al suo commercio, la sua

esportazione ha superato, nel solo corso di quest'anno, l'importazione

di circa cinquanta milioni di _pesos_ oro, ossia duecento cinquanta

milioni di lire. Ma la situazione creata a questo paese è tale che tutti

questi milioni di _superavit_ attivo bastano appena ad impedire un

peggioramento economico. Essi tornano all'estero sotto forma di

dividendi e di interessi.

*

* *

È Buenos Aires il centro della rovina argentina. Essa ha stornato dai

campi la ricchezza. Per un lungo e recente periodo l'affarismo ha fatto

di questa città come un'immensa bisca: da ogni parte si accorreva a

giuocare. Si giuocava sul valore dei terreni, degli edifici, sui

prestiti, sulle azioni dei Banchi, sulle azioni delle imprese più varie

e più assurde. L'enorme movimento del denaro aveva creato una prosperità

favolosa, ma fittizia. Lo sperpero era enorme. Lo _standard_ di vita

generale giunse ad un lusso senza riscontri. Il bisogno del lusso portò

alla disonestà sistematica. Una disonestà inaudita.

Le opere pubbliche di Buenos Aires sono state pagate molto ma molto al

disopra del loro valore. Centinaia d'intermediarî vi si sono arricchiti.

I ministri divenivano arcimilionarî. Si davano concessioni di favore ad

imprese d'ogni genere--le ferrovie, per esempio, e i lavori delle «Acque

correnti»--pur di guadagnarci sopra, abbandonando così il paese, mani e

piedi legati, allo sfruttamento straniero, senza speranza di redenzione.

«Après nous le déluge»--pareva che dicessero, come altrettanti Re Soli,

i governanti argentini!

E il «déluge» non s'è fatto aspettare. È caduto sotto forma di crisi

universale. Lo stato dell'Argentina è grave, ma non disperato. Solo

spaventa questo: che se la prosperità effimera creata dalla speculazione

epilettica, è scomparsa, non sono però scomparsi il lusso e altri

malanni che ne furono la conseguenza. I quali quando si attaccano ad un

uomo come ad un popolo mettono troppe radici per guarire presto.

Specialmente se non sono curati. E qui non lo sono, almeno quanto

occorrerebbe.

L'ARGENTINA E IL CAPITALE INGLESE.

[Dal _Corriere della Sera_ del 16 gennaio 1902.]

Buenos Aires, dicembre 1901.

L'Argentina è finanziariamente nelle mani dell'Inghilterra. Tutte le

imprese più remunerative sono inglesi. Due di esse, la ferroviaria e la

bancaria, rappresentano da sole i coefficienti principali dell'attivo

nazionale: l'una comanda alla produzione, l'altra ai trasporti, ossia

alla commerciabilità della produzione. Esserne padroni significa avere

nelle mani la vita della nazione.

L'Argentina lavora per l'Inghilterra: tutta la differenza attiva fra

l'esportazione e l'importazione, ossia il guadagno, va a Londra sotto

varie forme. Il problema è troppo interessante per noi, che qui

rappresentiamo il lavoro, per non esaminarlo con attenzione.

*

* *

È nel periodo più nefasto della speculazione--giunta al parossismo sotto

la presidenza di Juarez Celman--che la egemonia inglese sugli affari si

affermò. Gl'inglesi hanno dimostrato una volta di più di essere degli

uomini pratici. Essi hanno saputo mantenersi estranei al delirio che

aveva afferrato tutti i latini arrivati qui, e profittare delle

circostanze con una antiveggenza sorprendente. E prima di tutto seppero

profittare ammirabilmente della corruzione governativa per ottenere

concessioni di favore, le cui condizioni stupiscono profondamente chi

non sa a quale punto di cecità e di, diciamo, mancanza di scrupolo erano

arrivati quei governanti.

Così si formano le Compagnie ferroviarie inglesi, le quali sono oggi

padrone di 12,684 chilometri di ferrovie, ossia di tutto il transito

della Nazione. A queste Compagnie il Governo garantisce un minimo di

utili sopra un capitale fissato, e non ha nessun diritto d'intervento se

non quando l'utile risultasse superiore a un elevato per cento. La

Compagnia ha mano libera su tutto, sui noli, sulle velocità, sugli

orarî, sugli stipendî agli impiegati, sui movimenti del personale. Gli

affari vanno benone. Vi sono delle linee che fruttano il dodici, altre

il quindici, altre anche di più: i noli si mantengono fortissimi, e

tuttavia il Governo non può intervenire: deve assistere indifferente a

questo sfruttamento enorme della produzione. Ed ecco perchè:

Le Compagnie, oltre al capitale fissato come base per i rapporti col

Governo, si sono riservate l'emissione di «titoli non commerciabili» al

4 e al 5 per cento, emissione che per una sapiente scappatoia può essere

illimitata. Gl'interessi su questi titoli gravano al passivo della

Compagnia e servono a ridurre gli utili alle proporzioni necessarie per

togliere al Governo ogni diritto d'intervento. Così in apparenza l'utile

è sempre inferiore alla percentuale sopra cui comincia la partecipazione

dello Stato, ma in realtà è maggiore, perchè i possessori di questi

titoli non sono che gli stessi azionisti della Compagnia.

Al Governo argentino è dunque tolto ogni e qualsiasi controllo sulle

proprie ferrovie. In forza di questo stato di cose, si è potuto vedere

in certe linee i noli aumentare nella proporzione da 45 a 92, e tuttavia

scemare gli utili. In forza di questo stato di cose, gli stipendî agli

impiegati inglesi possono arrivare a delle cifre principesche.

La produzione argentina intanto trova nei trasporti il più grave

ostacolo ad uno sviluppo rapido. Le Compagnie ferroviarie se ne curano

poco: esse sono in una botte di ferro.

*

* *

Ma se si esamina il funzionamento delle Banche nell'Argentina, si rimane

ancora più meravigliati. Leggere di cose bancarie argentine è divertente

quanto il leggere dei romanzi inverosimili. C'è del fantastico.

Osserviamo un Banco inglese--osservarne uno è come osservarli tutti--;

il «River Plate Bank ltd». Nell'89 aveva sessantamila azioni con un

capitale versato di seicentomila sterline, ossia di dieci sterline per

azione. Alla fine di quell'anno gli utili furono del 40 per cento, di

cui il 15 venne dato come dividendo e il 25 per cento fu capitalizzato,

di modo che l'azione da dieci sterline passò a rappresentare un capitale

di dodici sterline e mezza. Nell'anno appresso si ebbe un dividendo del

15 per cento sul nuovo capitale, ossia del 18.75 per cento sul capitale

versato, più un altro 25 per cento capitalizzato, e l'azione rappresentò

un capitale di quindici sterline. Nel 91 arrivò la catastrofe generale,

il fallimento delle Banche argentine, la moratoria concessa a tutti con

legge del Parlamento: fu un anno disastroso. E tuttavia il nostro «River

Plate Bank» ebbe un dividendo del 9.16 per cento sul capitale totale,

ossia del 13.75 per cento sul capitale versato. I dividendi hanno

continuato ad aumentare con un crescendo che non ha certo un riscontro

con l'aumento degli affari, che invece sono in pieno ristagno. Nel 92 si

ebbe il 18.75 per cento, nel 93 il 18.75 per cento, nel 94 il 22.50 per

cento, nel 95 il 24 per cento, nel 96 il 27 per cento, nel 97 il 30 per

cento, nel 98 il 30 per cento, nel 99 il 30 per cento, nel 1900 il 50

per cento. In dodici anni si ebbe dunque il 298.50 per cento di

dividendi, più il 116 per cento del fondo di riserva--che oggi arriva al

milione di sterline--ossia un 514.50 per cento di utili netti. Il 42.87

per cento all'anno!

L'Argentina vista come è · 第 2 / 15 段