LUIGI BARZINI
L'ARGENTINA
VISTA COME È
MILANO
Tipografia del _CORRIERE DELLA SERA_
1902
PROPRIETÀ LETTERARIA.
PREFAZIONE
Dall'Italia emigrarono nello scorso anno mezzo milione di abitanti.
L'emigrazione nostra, sorta, continuata e aumentata fino a queste
spaventose proporzioni in mezzo a troppa indifferenza, è venuta ad un
tratto ad imporsi alla nostra preoccupazione come uno dei problemi più
gravi, più complessi e più urgenti.
È questa emigrazione un indice della nostra forza, del bisogno
d'espansione nostro, o della nostra miseria, o della nostra ignoranza, o
di tutto un po'? Ubbidisce essa a leggi naturali e ineluttabili, o è--in
parte almeno--provocata artificialmente--profittando della credulità,
della duttilità e della ignoranza delle masse infime della nostra
popolazione--a scopo di lucro da parte di agenti d'emigrazione o a scopo
di rinsanguare e rinforzare della nostra forza e del nostro sangue
lontane nuove regioni? Nell'emigrazione non vi sarebbe forse un po'
della «tratta»? Le nuove condizioni nelle quali viene a trovarsi
l'emigrante italiano sono migliori o peggiori di quelle che lascia?
Quali sono i vantaggi o gli svantaggi diretti e indiretti che da tale
emigrazione vengono alla Madre Patria? Quali i rimedî possibili ai mali?
Ecco i quesiti la cui soluzione s'è imposta.
Il Governo ha creato nuove leggi sulla emigrazione, e il _Commissariato_
di recente istituzione, presieduto e amministrato con zelo e amore,
comincia a portare i suoi frutti. Ma indipendentemente da ciò l'opinione
pubblica, dalla quale tutto emana, non è restata più a lungo
indifferente. I mali sono giunti a tal punto che le lontane miserie di
tanti, di troppi nostri emigranti, hanno avuto un grido che è risuonato
fino qui, ed ha fermato imperiosamente il nostro pensiero su quelle
miserie, vecchie miserie e che ci sembrano nuove.
Il _CORRIERE DELLA SERA_ colse l'occasione della emigrazione italiana al
Canadà avvenuta l'anno passato, nella fine di marzo, per seguire passo
passo l'odissea dolorosa di quegl'infelici strappati alle loro case
dalle bugiarde lusinghe d'una speculazione infame, e abbandonati alla
miseria e agli stenti. Il nostro _Eugenio F. Balzan_, il quale unito a
quegli emigranti compì con loro il viaggio dall'Italia al Canadà, ossia
dall'illusione alla verità, rivelò gl'inganni, gli sfruttamenti, gli
abusi, i soprusi e le ingiustizie delle quali migliaia di nostri
concittadini sono state le vittime; e le sue relazioni ebbero una
profonda eco.
Questo nostro interessamento ci procurò l'onore d'una lettera del
senatore Pasquale Villari, con la quale l'illustre Presidente della
_Dante Alighieri_ incoraggiava un più vasto studio del fenomeno
emigratorio, e risolvemmo di affrettare l'esecuzione d'un antico nostro
progetto: esaminare da presso la vita dei nostri emigranti nel loro
nuovo ambiente, vedere la loro nuova situazione morale e materiale. E
cominciammo dall'Argentina, che è il paese dove vive il maggior numero
d'italiani, e dove per cinquanta anni si è diretta la più grande
corrente della nostra emigrazione.
Ecco l'origine e lo scopo delle lettere argentine del nostro redattore
_LUIGI BARZINI_, pubblicate nel _CORRIERE_ dal novembre dello scorso
anno al settembre di questo. Sono lettere oneste e coscenziose, che
presentiamo ora raccolte in volume perchè su tante verità è necessario
un po' insistere, e disgraziatamente gli articoli di giornale nascono,
vivono e muoiono nel corso d'una sola giornata.
Speriamo di non aver fatto opera completamente sterile, e di aver
portato, nel limite delle nostre forze, un contributo allo studio
dell'emigrazione che tanto ci sta a cuore.
Il CORRIERE DELLA SERA.
INDICE
PREFAZIONE Pag. III
L'addio » 1
Sfogliando una guida » 6
Qua e là per Buenos Aires » 13
Gli allucinati » 22
La crisi Argentina--Troppa Buenos Aires » 31
L'Argentina e il capitale inglese » 39
Le nostre lettere dall'Argentina--Continuando » 45
Le basi dell'oligarchia Argentina » 55
Il Governo in azione » 64
La giustizia Argentina » 73
La polizia Argentina » 84
L'esercito argentino » 93
Il lusso nell'Argentina » 102
Ricchezze e miserie » 113
Andando all'Estancia » 125
Vita mandriana » 134
Il lavoro italiano nell'Argentina » 144
Errori e difetti dell'emigrazione italiana » 154
Unioni e scissioni » 166
I figli degli italiani » 173
Nelle campagne argentine: «peoni» e «medieri» » 185
Nelle campagne argentine: i «coloni» » 194
La tutela della Madre Patria » 204
Concludendo sull'Argentina » 217
L'ADDIO.
[Dal _Corriere della Sera_ del 19 novembre 1901.]
Da bordo del _Venezuela_, 12 ottobre.
Chi può udire senza commozione profonda il grido che si leva da una nave
carica d'emigranti, nel momento della partenza, quel grido al quale
risponde la moltitudine assiepata sulle banchine, urlo disperato di
mille voci rauche di pianto? Gridano addio! E par che gridino aiuto!...
L'addio! Non c'è cosa più amara e più dolorosa. Tutta l'umana sofferenza
può essere espressa in questa parola: addio! In fondo ad ogni nostro
dolore possiamo trovare sempre un addio: a qualche cosa o a qualcheduno.
Io non dimenticherò mai la triste partenza di questo vapore che mi
trasporta al di là dell'Atlantico; forse perchè anche io, partendo, mi
sento un po' compagno agli emigranti che sono a bordo. E anche perchè
nella noia e nella disillusione dei viaggi vi sono due grandi emozioni,
due sole, alle quali nessuno può sottrarsi: la partenza e il ritorno.
*
* *
Quando si ode a bordo l'avvertimento: «Chi non è passeggiero, a terra!»
comincia un momento di strazio. Pare che soltanto allora chi parte abbia
nettamente il sentimento dell'irreparabile. Si direbbe che vi fosse in
ogni anima questo pensiero: potrei ancora non partire! Ciò dava
coraggio.
«Chi non è passeggiero, a terra!»--ripetono delle voci indifferenti di
marinai. Scoppiano i pianti fra la povera folla accampata sui ponti; si
annodano abbracci lunghi, violenti, disperati; le facce lacrimanti si
reclinano sulle spalle scosse dai singhiozzi; delle parole interrotte e
affannose s'intrecciano: Ricorda!... Scrivi!... Torna, torna!...
«A terra! A terra!»--ammoniscono crudelmente i marinai: e comincia per
la passerella la dolorosa processione di chi rimane. Non sono molti.
L'amaro conforto dei saluti non è per tutti. È una folla varia che si
dispone lungo la banchina, con le pallide facce attente alla nave,
aspettando.
Vi è qualche cosa di funebre in questa attesa. Infatti la partenza di un
emigrante per un lontano paese ha un po' della morte. Egli muore alla
sua vita consueta. Muore per i suoi, muore per il suo paese, sparisce
verso l'ignoto. Egli forse pensa vagamente ad un ritorno, è vero; la sua
morte ha una speranza di risurrezione. Ma nel momento del distacco il
turbine del dolore disperde ogni sogno. Egli ha l'occhio perduto e il
viso desolato di chi si trova di fronte all'abisso insondabile di
un'altra vita. Questa morte è peggiore della vera, dell'ultima, in ciò:
che qui vi è la desolazione di chi parte aggiunta alla desolazione di
chi rimane. Questi due dolori di fronte, dalla riva alla nave, si
nutrono l'uno dell'altro fino alla disperazione. Le anime legate
d'affetto sono come specchi che si mandino le immagini: ciò che vi passa
dentro si riflette centuplicato all'infinito.
Tutti tacciono perchè tutti sentono che parlare sarebbe piangere. Solo
qualche voce mormora ogni tanto: coraggio! E dei singhiozzi rispondono.
Un emigrante arriva in ritardo, correndo, seguìto da una donna. Hanno il
volto acceso dalla corsa e tutto bagnato di lacrime. Sul limite
dell'imbarcadero si abbracciano strettamente, senza una parola, mentre i
facchini pronti a ritirare la passerella gridano: Presto! Poi l'uomo si
svincola e si slancia a bordo, come fuggendo. Lo segue lo sguardo
desolato della donna che rimane immobile, stordita. Nessuno bada a
questa scena; il dolore rende egoisti, cioè crudeli; i dolori degli
altri sono spesso di conforto ai proprî.
*
* *
Nel silenzio si odono i comandi dall'alto della plancia: i fischi dei
segnali trillano degli ordini. Da tutto intorno viene intenso il tuono
della vita, il palpito della città indifferente. I trams elettrici
fuggono rombando lungo la via di circonvallazione e suonano allegramente
le loro campanelle. Il frastuono d'un treno in partenza si spegne nel
tunnel che va a sboccare nella luminosa San Pier d'Arena. Un mondo di
gente passa lontano senza fermarsi, senza volgersi, inconsapevole dei
mille drammi che lì a due passi hanno nella partenza imminente un unico
epilogo. Dalle colline scende il vento fresco e porta gli ultimi profumi
della terra. I giardini non sono mai stati così verdi e belli, così
crudelmente allettevoli. Il colossale Nettuno della villa Doria, guarda
dal folto degli alberi con profondo disdegno il suo regno antico, il
mare; pare che dica: Qui, qui si sta bene! Genova tutta sorride al
sole....
I preparativi fervono. Le grandi braccia lente delle gru hanno posto
nella stiva aperta le ultime casse. Erano bagagli d'emigranti, poveri
bauli di legno grezzo, cesti, vecchi cofani borchiati di ferro che
gemevano sotto la stretta delle funi. La passerella viene ritirata.
Nulla è più fra la terra e la nave. Si ode un comando. Gli argani di
prua si mettono a girare con frastuono: l'àncora sale, esce lentamente
dal mare bagnata e scintillante. Gli ormeggi si allentano. Sotto alla
poppa l'acqua comincia a ribollire, si forma un vortice da cui la spuma
fugge in tumulto spandendosi lontano: l'elica è in moto.
Gli emigranti si accalcano ai parapetti, si arrampicano agli attacchi
delle sartie, lottano per un posto, pallidi, silenziosi, risoluti.
Il piroscafo si sposta: lentamente lentamente scorre lungo la banchina.
La folla muta lo segue passo passo facendo dei segni d'addio. Qualche
fazzoletto sale agli occhi, ma per poco; non c'è tempo di piangere, si
vuol vedere, vedere fino all'ultimo, vedere fino che è possibile: i
momenti sono preziosi. Gli occhi non si distolgono un istante dalla
nave; occhi rassegnati e dolenti, nei quali con l'espressione della
sofferenza vi è tanta dolcezza d'implorazione. Chi soffre rassegnato ha
lo sguardo del vinto che domanda pietà, ed emana da lui tutta la poesia
della sconfitta. Una povera donna solleva sulla testa un bambino che
saluta con tutte e due le manine, ridendo.
Ad un tratto il vortice di spuma diventa tempestoso, l'elica comincia a
pulsare rapidamente facendo vibrare la nave tutta. La terra si scosta.
Allora delle voci si levano, dei pianti mal contenuti scoppiano. Poi,
improvvisamente, dai fianchi del piroscafo si sferra il grido disperato
che stringe il cuore, l'urlo che quasi non sembra più umano: Addio!! E
mille braccia si tendono verso la terra e si agitano quasi nell'inane
sforzo d'un ultimo amplesso.
*
* *
Addio! risponde la folla già confusa sullo scalo. Sopra di essa
biancheggiano i fazzoletti agitati, e ogni fazzoletto è riconosciuto da
bordo come se fosse un volto, è seguìto fissamente, avidamente. Quel
puntino bianco che sfarfalleggia sulle teste ripete ancora una volta
tutto quel mondo di cose inesprimibili che le anime sanno dirsi quando
il pianto rende muta la bocca.
Ogni cosa sparisce lontano; gli uffici doganali e i _docks_ del ponte
Federico Guglielmo non sembrano più che casette biancheggianti al sole.
Si passa vicino ad una nave-scuola, dalla quale arrivano le allegre
battute d'una marcia militare; dei ragazzi in uniforme marinaresca si
affacciano al parapetto agitando i berretti. Il nostro piroscafo
silenzioso si allontana scivolando sull'acqua calma e serena. Sopra un
carboniere, dei marinai in catena eseguiscono una manovra, e il loro
canto lietamente si spande nella quiete del porto. Si gira il Molo
Vecchio, dietro al quale spunta la foresta delle alberature veliere, un
intreccio folto di sartie, di scale e di pennoni che spicca sull'azzurro
immacolato del cielo; il mare scherza in mille modi sugli scogli intorno
alla lanterna. Allegri squilli di tromba vengono da due navi da guerra
ancorate al Molo Lucedio; dei canti lontani pare che si chiamino. I
gabbiani si rincorrono a fior d'acqua gridando, come per giuoco. Girando
il Molo Giano per uscire dal porto, Genova intera si apre allo sguardo,
vigilata dai forti, incantevole. Vi è per tutto una gioiosa aria di
festa!
Poco a poco ogni cosa fugge all'orizzonte e si annebbia. La faccia della
Patria impallidisce lontano, ma lungamente ancora corrono su di lei
fervide le ultime carezze dello sguardo nostro....
SFOGLIANDO UNA GUIDA.
[Dal _Corriere della Sera_ del 5 dicembre 1901.]
Da bordo del _Venezuela_.
Mi è capitato per le mani un opuscolo interessante. Lo ha trovato
interessante, prima anche di me, il Governo argentino, tanto che ha
creduto bene di autorizzarne la compera di quindicimila copie per farle
distribuire gratuitamente in Italia. Si tratta di una _Guida
dell'Emigrante Italiano alla Repubblica Argentina_.
È un opuscolo scritto con una certa sincerità, e perciò in fondo onesto,
e mi guardo bene di metterlo in un fascio con le infami pubblicazioni di
propaganda che circolano per certe nostre campagne dove più infierisce
l'epidemia dell'emigrazione. È appunto perchè è scritto con sincerità
che è interessante. L'Argentina, si capisce, vi è chiamato il «paese
ideale»; vi si dice che «non esiste nessun paese nel mondo dove
gl'italiani possano star meglio che nella Repubblica Argentina», nella
quale si sono date convegno tutte le benedizioni del cielo e della
terra. Ma fra la relazione di tante cose belle e seducenti si leggono
delle frasi, destinate forse a smorzare il disinganno, frasi che
dovrebbero far molto meditare gli emigranti nostri, se l'uomo preso dal
furore migratorio fosse un essere ragionevole.
Sono granelli di sincerità: «Gli operai debbono essere decisi a far di
tutto, ad andare da qualunque parte.... I loro lavori, come pure quello
dei campi, risulteranno pesanti, forse più pesanti che i lavori analoghi
che si fanno in Italia.... Gli emigranti debbono rassegnarsi a tutto
(nei primi tempi) e andare in America con l'idea che i principî saranno
duri e penosi... Il collocamento degli artigiani non è tanto facile
(paragonato a quello degli agricoltori) e più d'una volta non potranno
lavorare subito nel loro mestiere e dovranno rassegnarsi a fare
qualunque cosa per pesante che sia. Quando ciò succede, molti maledicono
l'ora in cui venne loro in mente d'imbarcarsi, abbandonandosi a sfoghi
del tutto ingiustificati... Gli emigranti a cui si offre un occupazione
fuori di Buenos Aires l'accettino subito ed abbiano la decisione di
andare dappertutto. In Buenos Aires è molte volte impossibile la
collocazione.... Gli emigranti si debbono rassegnare alle contrarietà
dei primi tempi, vivendo male, adattandosi a qualunque lavoro, senza
debolezze, nè abbattimenti. Altrimenti sarebbe meglio che non si
muovessero dal loro paese, perchè in qualunque nazione d'America si
dirigessero troverebbero di peggio.... Quelli che emigrano debbono
essere sempre persuasi che per aprirsi una strada, per vivere, e fare
alcuni risparmî, dovranno sopportare le fatiche più penose,
sottomettersi ai lavori più pesanti. Meglio per loro se la realtà sarà
poi meno fosca delle previsioni....»
*
* *
Tutto ciò è naturale. L'America come si presenta alle fantasie e alle
speranze di tanta povera gente non è mai esistita, neppure all'epoca dei
Guarany. In tutti i paesi del mondo sono i forti che resistono e che
trionfano dopo lunghe lotte e fatiche: anche in America. Ed è questo che
dovrebbero capire gli allucinati che continuano ad essere attratti
laggiù dal sogno di facili ricchezze.
Dovrebbero capire che «rassegnandosi a viver male, adattandosi a
qualunque lavoro, senza debolezze, nè abbattimenti», potrebbero ben
restare nella loro Italia che è pur sempre «il paese del mondo dove gli
italiani possano star meglio»--senza offendere la Repubblica Argentina.
Dovrebbero capire che se facessero in patria quanto la necessità fa far
loro laggiù, se profondessero nel loro paese tutte le energie con le
quali fanno ricchi quei lontani paesi, se i sacrificî e il lavoro
bestiale ai quali li spinge, una volta emigrati, la disperazione come
una sferza sanguinosa, li riserbassero per la bella terra che li ha
visti nascere, se le iniziative che essi trovano quando lontani e
perduti il bisogno li stringe, le avessero a casa loro, troverebbero
bene in Italia la loro America, ma quella delle leggende, e più bella, e
più cara.
Ma è la miseria che li spinge ad emigrare: lo dice anche la _Guida
dell'Emigrante Italiano alla Repubblica Argentina_. Pare quasi che la
giovane America ci stenda una mano caritatevole, a noi vecchi
miserabili, prendendoci un po' di braccia. Ah! la nostra miseria, noi la
gridiamo. E la miseria d'America, della terra promessa? E gli scioperi
argentini? E i diecimila disoccupati di Buenos Aires? E coloro che
tornano da laggiù sfiniti, con la volontà spezzata? E quelli che non
possono nemmeno tornare perchè non ne hanno la forza? E coloro che
finiscono nell'_atorrantismo_, la forma più abbietta e vilipesa della
povertà? Di fronte agli arrivati che conosciamo, quanti caduti, ignoti,
lontani, dimenticati?
La _Guida dell'Emigrante_, parlando delle fortune fatte da molti
lavoratori italiani nell'Argentina, dice:
«Sappiamo che fra gli emigranti ve ne sono che soffrono ogni genere di
angoscie, contrarietà e privazioni prima di trovare una via meno aspra,
se pur la trovano, ciò che non a tutti succede.» Ma tuttavia, diamine,
c'è chi arriva a farsi una bella posizione, e «si suol citare, come
esempio, in Buenos Aires, un fabbro che finì per possedere una gran
fonderia e un gran numero di case.» Ebbene, un fabbro è poco, e poi il
fabbro di Buenos Aires, non lo abbiamo noi in cento e cento edizioni?
Non vediamo in tutte le nostre città operai industriosi e intelligenti,
uomini di volontà e di costanza che arrivano a mettersi alla testa di
industrie, e che giungono ad avere la loro «fonderia con gran numero di
case?»
E via, rompiamo l'incanto che circonda ancora l'America nella mente del
nostro popolo. L'America è un paese dove si soffre, dove si piange e
dove si soccombe, come in tutto il mondo. Laggiù la lotta è meno
disciplinata ed è perciò violenta, terribile: alla _curée_ della
ricchezza corrono mastini forti ed agguerriti. E non sono di quei
mastini che possa fornire l'emigrazione nostra. L'emigrazione italiana è
un'emigrazione di muscoli. Questa _Guida dell'Emigrante_, dice: «Oltre i
deboli rachitici, gli sconciati e i vecchi, non debbono emigrare coloro
che hanno studiato, che hanno ricevuto un'educazione più o meno scelta.»
Nè muscoli infermi, nè teste sane dunque. Sono buone braccia che si
vogliono da noi, ma niente altro che buone braccia. E noi le diamo.
Quest'opuscolo che sfoglio, sulla cui copertina, come una vidimazione
ufficiale, spicca il bollo del «Consulado de Milan», è una chiara e
facile esposizione di consigli, alla portata delle intelligenze
semplici. Dalla lettura di questi consigli all'emigrante italiano si
forma a poco a poco la netta visione di che cosa sia veramente
l'emigrazione laggiù: come dai consigli del medico si capisce il male.
L'emigrazione non è l'effetto naturale della legge della domanda e
dell'offerta di lavoro, come asserisce la prefazione dell'opuscolo. Nei
centri argentini vi è pletora di mano d'opera, specialmente a Buenos
Aires che attraversa una crisi non indifferente, e la _Guida_ infatti
cerca in ogni pagina di persuadere l'emigrante ad internarsi nei campi,
risolutamente, senza paura della distanza, e subito. Nella
colonizzazione è la ricchezza del paese, il quale ne risente i vantaggi,
mentre tutto il passivo di vite, di lavoro e di denaro grava sui
pionieri dispersi nelle _estancie_ delle Pampas. Si vuole un'emigrazione
stabile: la _Guida_ trova assai più vantaggiosa per gli emigranti
«l'emigrazione con carattere definitivo» e consiglia loro di «mettere in
ordine i loro affari come se non dovessero tornar più» prima di partire.
Li pone in guardia contro il dolce mal della patria; «bisogna guardarsi
da questi sentimentalismi che causano malessere e inquietudini e
inducono a commettere leggerezze di cui più tardi ci si pente»; la
leggerezza, si capisce, è il ritorno. «Queste vacillazioni recano un
danno enorme agli emigranti.» «Del resto hanno la loro poesia e le loro
attrattive anche le pianure argentine con i loro orizzonti infiniti.»
«Per fortuna gli italiani sono quelli che più facilmente si radicano
nella Repubblica Argentina; i più, nondimeno, tardano a convincersi che
devono considerare l'Argentina come loro residenza definitiva, come loro
seconda patria.» Coloro che non hanno tali debolezze «ottengono un
immenso vantaggio su quelli che solo pensano al ritorno».
È logico. La _Guida_ vede l'emigrazione francamente e nettamente dal
punto di vista argentino, soprattutto quando, parlando dei risparmî
degli emigranti, consiglia «coloro che hanno qualche maggiore conoscenza
di queste cose» a comperare titoli degli imprestiti interni della
Nazione, perchè «i tracolli e le sospensioni di pagamento di altri tempi
non si ripeteranno». Ma dal punto di vista italiano? Non è doloroso e
umiliante? Questa sottrazione continua delle nostre forze vive, questa
trasfusione del sangue nostro per la rigenerazione di paesi lontani,
dovuta principalmente alla ignoranza delle nostre masse, non è cosa ben
triste?
E non siamo troppo ottimisti sui vantaggi riflessi che la madre patria
può avere dalla emigrazione: lo stato civile dei Consolati c'insegna che
l'italianità normalmente si perde alla prima generazione: e tutti
gl'italiani che da cinquant'anni sono passati nell'Argentina hanno
procurato alla loro madre patria solo un terzo della esportazione che ha
l'Inghilterra laggiù; e non vi sono che ventimila inglesi
nell'Argentina. Inglesi, beati loro, da padre in figlio e da figlio in
nipote, come se vivessero in pieno Regno Unito.
*
* *
La _Guida dell'Emigrante_ se la prende un po' col Governo italiano
perchè intende d'occuparsi dell'emigrazione. «Tutte le nazioni
d'Europa--dice--hanno dell'emigrazione, in scala maggiore o minore: ma
l'Italia è l'unica nazione dove si parla continuamente di misure, di
protezioni, di leggi, di colonie (che poi non sono tali)». Se la prende
col Governo «perchè insomma con tanto parlare di _colonie_ e di
protezioni non si fa che irritare suscettibilità attendibili e creare
diffidenze e sospetti».
Sì, tutte le nazioni hanno degli emigranti: ma sopra 1,765,784 emigranti
europei sbarcati nell'Argentina dal 1857 al '98 1,093,112 erano
italiani. Abbiamo diritto di occuparcene. E poi che cosa ha fatto il
Governo italiano con la sua nuova legge per l'emigrazione e il relativo
complicato, burocratico e fiscale regolamento? Ha reso più facile il
viaggio, ha provveduto perchè gli emigranti abbiano a bordo tanta carne,
tanto pane e tanti metri cubi d'aria respirabile durante il tragitto.
Come se il complesso fenomeno dell'emigrazione consistesse in quei venti
giorni di navigazione!...
QUA E LÀ PER BUENOS AIRES.
[Dal _Corriere della Sera_ del 24 dicembre 1901.]
Buenos Aires, novembre.
La più grande caratteristica di Buenos Aires è quella di non avere
nessuna caratteristica. Buenos Aires è un po' di tutto. Un Santos Dumont
capitato qui, supponiamo, con la macchina per volare, si troverebbe
estremamente imbarazzato a giudicare, dall'alto, in quale paese del
mondo il vento, o il motore, lo avessero condotto.
Sulla piana e sterminata distesa di case vedrebbe delle guglie tedesche
ornate di trafori in ferro, come certi tetti della vecchia Norimberga,
vicino a basse terrazze candide e disordinate ricordanti Cadice!
Scorgerebbe le cinque cupolette tradizionali di una chiesa russa e più
lontano due campanili spagnuoli: e cupole italiane gettanti la loro
ombra sopra le _mansardes_ di un casamento parigino: e palmizi come alla
Favorita e platani come all'«Avenue des Champs-Elisées.» Volta a volta
si crederebbe arrivato in tutti i paesi d'Europa, l'infelice aereonauta!
Buenos Aires si può dire infatti una specie di campionario di capitali
europee; nemmeno la più piccola sfumatura di colore locale. Vien quasi
voglia di chiedere, come _er re de Spagna portoghese_ dei sonetti di
Pascarella:
_Ma st'America c'è? ne sete certo?_
Si esce da una brutta copia di «boulevard» parigino--chè tale è
l'_Avenida de Mayo_, la principale via della città--e si trova nella
«Plaza de la Victoria», un perfetto _square_ londinese, ombroso e verde
con la sua fontana che getta acqua nei giorni solenni, e il suo bravo
monumento equestre, una specie di «cavallo di spade», rappresentante il
generale Belgrano. Di fronte al generale biancheggia quel curioso
obelisco celebre sotto il nome di «Piramide de Mayo», eretto per
«perpetuar el glorioso pronunciamiento de independencia», funzione che
esso, per quanto composto di stucco, compie coscienziosamente da
novant'anni. È il capolavoro d'un povero mastro muratore italiano, un
certo Podestà, divenuto architetto per bisogno. Si sa, l'italiano
_Er talentaccio suo se l'ariggira._
L'opera dell'oscuro nostro compatriotta è ingabbiata da un'armatura
costellata da lampadine elettriche che si accendono nelle sere di festa:
una volta all'anno si dà al tutto una buona mano di vernice. Questo è il
più antico e il più sacro monumento della Repubblica Argentina, intorno
al quale si compiono le cerimonie patriottiche e le dimostrazioni; mèta
dei corteggi e dei pellegrinaggi, tribuna dell'eloquenza commemorativa.
La manìa d'ingombrare i monumenti con il permanente preparativo della
luminaria è generale. L'illuminazione pare considerata qui come una cosa
importante, indispensabile, che bisogna aver sempre pronta sotto mano
per ogni circostanza. Oh! «sangre español!» Anche la cattedrale, per
esempio, che sta nello stesso _square_ incastonata fra un paio di
Banche, ha i capitelli e le colonne del suo brutto portico corinzio
percorsi da grossi tubi di gas neri che sembrano fasce di lutto.
Eppure--chi lo direbbe?--questa chiesa, e i suoi tubi, formano
l'orgoglio dei bonearensi. Un ex-ministro argentino, grande uomo,
celebre per aver mangiato molti milioni sulle opere di salubrità durante
l'indimenticabile presidenza di Juarez Celman, davanti al Pantheon a
Roma, esclamò: «Muy bonito, si, però, nuestra catedral es mas bella y
grandiosa!» Egli di tali sue impressioni geniali ha composto dapprima
delle corrispondenze europee al più diffuso giornale di qui, la
_Prensa_, e poi anche un libro, dove ha trovato modo di dichiarare che
San Pietro e i Palazzi vaticani con le relative loggie e musei non
valgono la Galleria delle Macchine dell'Esposizione di Parigi. Davanti
alle Pinacoteche fiorentine ha avuto questa meditazione: Quanti milioni
gettati via, mentre oggi la fotografia rende così bene la verità della
vita!
Sembrano scherzi, ma no, si tratta di cose scritte, e soprattutto lette,
sul serio. L'ottimo ex-ministro rispecchia abbastanza fedelmente
l'opinione dei suoi concittadini. Qui si pensa così della nostra arte,
delle nostre grandezze, delle nostre glorie!
*
* *
Lasciato lo _square_ dall'obelisco patriottico per entrare in certe vie
laterali, pare trovarsi nella _City_, parlo della City londinese, col
suo asfalto, le sue Banche, le sue agenzie e la sua folla. _Calle
Reconquista_ somiglia a Lombard Street. Banco di Londra e Rio della
Plata, Banco di Londra e Brasile, Banco britannico dell'America del Sud,
poi Banco Anglo-Argentino, e lì presso il «River Plate Trust», la «Loan
y Agency Comp.», e la «New Zealand and River Plate Lond Mortgage Comp.»,
e la Società Ipotecaria Inglese, una quantità d'istituti finanziarî
inglesi fra i quali le altre Banche francesi, spagnuole, tedesche,
argentine e italiane, stentano a formare la maggioranza numerica. Biondi
commessi in soprabito e cilindro, con le cartelle dei valori sotto il
braccio, vi vengono addosso, vi urtano e si allontanano gettandovi un
frettoloso: «I beg your pardon!»--Si odono dei rapidi: «Good
morning!»--«Good bye!»--«Come è l'apertura del London Exchange?»--«All
right!»
Qui le mani inglesi manipolano le finanze della Repubblica. Gl'inglesi
sono i veri padroni dell'Argentina; essi hanno tutte le ferrovie, il
porto, le opere colossali dell'acqua potabile, i _trams_, tutte le
principali imprese; un investimento di un seicentocinquanta milioni di
franchi, senza contare i prestiti allo Stato. La capitale finanziaria
dell'Argentina è Londra. Dal London Exchange viene tutti i giorni la
parola d'ordine. Nei nebbiosi dintorni della Mansion House può
decretarsi la sorte di questo Stato, che esiste solo in grazia dei
capitali inglesi e delle braccia italiane.
Gl'inglesi a Buenos Aires formano proprio l'«imperium in impero», anzi
direi meglio l'«imperium in... repubblica.» Essi formano una potenza a
loro. Vivono completamente separati. Chiusi gli ufficî, alla sera, essi
corrono alla stazione del «Retiro», e i «dinner trains», pronti per
loro, li portano a Belgrano e a Flores, ameni quartieri pieni di
giardini e di villette inglesi, che rammentano vivamente i gentili e
melanconici sobborghi aristocratici di Londra. A traverso le cancellate
dei parchi, profumati da superbe magnolie fiorite, i passanti possono
seguire le partite di _lawn-tennis_, di _cricket_, di _foot-ball_ che si
svolgono sull'erba dei prati; e alla sera, dalle verande aperte,
intravvedono il pranzo di famiglia, silenzioso e cerimonioso come in
pieno West-End; un'eletta raccolta di _gentlemen_ in abito da società e
di _ladies_ in _décolletée_. Oh! Quell'abito! Vi sono degli inglesi che
vivono all'interno, in _estancie_ lontane dal consorzio umano, soli,
nella pampa, e che si mettono in frack per andare a tavola!
Quando gl'inglesi hanno voglia d'un po' di spettacolo, si fanno
concedere il Teatro dell'Opera, vi mettono in scena una produzione
inglese, e loro se la recitano, se la cantano, se la ballano e se
l'applaudiscono, infischiandosene del mondo intero. Giusto adesso essi
danno all'Opera un'operetta popolare inglese, il «San Toy», nella quale
si possono ammirare delle rispettabili _ladies_ che ballano il passo a
due con pudibonda grazia, e delle venerande _misses_ dagli occhiali e i
denti rilegati in oro, le quali, vestite da cinesi, cantano:
«Siamo le mogli dell'Imperator!
«Ma qualche volta facciamo del... flirt!...»
Lettori, fuggiamo!
*
* *
Due quadri a ponente della City si trova una via che per il suo aspetto
ricorda il Corso di Roma: è la Calle Florida, il centro dell'eleganza
bonearense. I lettori comprenderanno il significato di quei «due quadri
a ponente». Essi sanno bene come Buenos Aires sia--a somiglianza di
tutte le città moderne--costruita a quadrigliato; le strade, tutte
eguali in modo desolante, s'intersecano ad angolo retto, alla stessa
distanza, formando dei quadri: una cosa più noiosa della nebbia. Il
quadro è la base delle distanze, l'unità di misura: gl'indirizzi vengono
indicati così: tanti quadri a destra e tanti a sinistra e siete
arrivato. Par di camminare sopra una scacchiera; infatti per andare
alla Posta io debbo fare il «salto del cavallo»; per andare alla Banca
marcio come la «torre», sempre dritto; e vado al _club_ seguendo le
regole dell'«alfiere». Roba da diventar matto, anzi... scacco matto!
Calle Florida dunque è la via dello _chic_; lì sono i negozî più ricchi,
i _bars_ e i caffè più in voga, lì gli eleganti portano a spasso le loro
cravatte e le eleganti le loro ultime _toilettes_ parigine. Calle
Florida è tributaria in tutto a Parigi; sì, dall'epoca della penultima
Esposizione mondiale. Da allora Parigi--unica fra le città europee--gode
della stima presso gli argentini. Il «hijo del pais»--il figlio del
paese--quando vuol visitare il nostro vecchio ed arretrato continente
non ha altra mèta che Montmartre; esplora il «Moulin Rouge», lascia i
suoi _pesos_ nei dintorni della place Blanche, e ritorna in patria
completamente soddisfatto. A Parigi vivono sempre degli argentini, il
cui numero varia anche a seconda della situazione politica; in certe
circostanze, per esempio, quando c'è la minaccia d'una guerra col Cile,
il viaggiare esercita qui un'attrattiva irresistibile.
Parigi è l'unico termine di paragone con Buenos Aires; giorni sono, al
«Grand Prix» di trentamila _pesos_ all'Ippodromo, un diplomatico--che
potrebbe anche essere italiano--diceva ad una signora argentina moglie
del direttore d'uno dei migliori giornali bonearensi, accennando
all'elegante concorso: È un bellissimo spettacolo che forse nemmeno da
noi è dato di vedere spesso! La dama si volse sdegnosamente rispondendo:
«Sappiate, signore, che soltanto a Buenos Aires e a Parigi si può
ammirare una simile cosa!» Poche signore bonearensi avrebbero dato altra
risposta. Parigi è nella loro mente il compendio di tutto il bello e di
tutto il buono che possegga l'Europa.
Esse non hanno altra ambizione che di rassomigliare a delle parigine.
Tutte, senza eccezione, cominciano col trasformare la loro bruna
carnagione con l'impiego, senza economia, di tutte le colorazioni che
la chimica ha escogitato a questo scopo, dal bianco per il collo al
rosato per le gote, dal carminio per le labbra al livido per gli occhi;
s'inondano di profumi; s'abbigliano con quanto la moda _boulevardière_
lancia di più vivace e di più ardito. E riescono nel loro intento. Lo
straniero che non è ancora al corrente della strana manìa universale,
rimane _choqué_ del gran numero di... parigine che vede.
Alla sera tutto questo mondo si ritrova nel parco di Palermo sulle verdi
rive del Rio della Plata; lungo le avenide, bordate di palme rigogliose,
gli equipaggi sontuosi sfilano lasciando fra i pedoni una scìa
d'ammirazione e di maldicenza. Al di là del parco, delle villette e dei
giardini si seguono; nel silenzio della campagna, la vita tumultuosa si
spegne. La pampa incomincia; essa porta l'infinita e squallida
uniformità della pianura fino alla città: Buenos Aires è come un'isola
circondata da questo oceano erboso. Nulla viene a rompere la linea
sterminata dell'orizzonte, fuori degli innumerevoli elevatori a vento
dei pozzi artesiani, grandi ruote a palette sopra armature d'acciaio,
che fanno pensare a scheletri di fuochi d'artificio rimasti da un
immenso e misterioso festival.
*
* *
Dal lato opposto della città gli eleganti non vanno mai. Vi è la Boca
del Riachuelo, uno strano rione, un paese quasi, dalle piccole case di
legno, di ferro zincato, di casse da petrolio; qualche volta anche di
mattoni. Dalle vie sterrate, sulle quali il vento solleva il polverone a
vortici, si scorgono piccoli recinti pieni d'immondizie, depositi di
vecchi cerchi di botte, di mobili a pezzi, di cenci, di roba d'ogni
genere raccolta certamente per la strada e radunata non si sa perchè,
forse per quella strana manìa collezionista che accompagna talvolta la
miseria. In alcuni cortiletti al piede di alberi rachitici bruciati dal
sole, vegetano pomodori ed erbaccie fra i quali razzolano i polli. In
certi punti il terreno è paludoso; le vie sboccano in veri pantani. Qui
le case sono costruite sopra palizzate, come quelle dei villaggi
lacustri; l'acqua marcisce intorno alle abitazioni, tutta coperta da
muffe verdi. In alcune strade meno frequentate pascolano liberamente dei
buoi, che gettano al vento il loro muggito lamentoso. Per ogni dove
piccoli negozî oscuri di _almacen_ dove si vende di tutto; povere mostre
polverose coperte di mosche; osterie dalle quali esce il tanfo caldo del
vino come dalla bocca d'un ubbriaco; loschi caffè dove non si prende il
caffè...
La Boca migliora in prossimità del fiume; vi si vedono dei grandi
depositi di legname e di ferro, delle agenzie, degli ufficî. I
caseggiati si serrano uno contro l'altro in disordine, come se si
affollassero verso lo scalo per osservare curiosamente le golette, i
brigantini, i trealberi, i velieri d'ogni forma che ancora preferiscono
dar fondo al Riachuelo per antica consuetudine.
La Boca del Riachuelo è genovese. Qui l'aspro dialetto ligure è la
lingua comune. I genovesi sono pressochè i soli italiani che vivano
riuniti in Buenos Aires, che abbiano formato una comunità separata, e
che s'impongano talvolta anche alle autorità ora per avere una «Calle
Ministro Brin», ora per reclamare il diritto ad un corpo di pompieri
speciale, italiano. Sono marinai e figli di marinai, gente che vive
sempre del mare; scaricatori, piloti, battellieri, qualche armatore di
velieri: alcuni passati poi al commercio e divenuti grossisti,
almacenieri; e osti e mestieranti. Solo gli arricchiti lasciano la Boca.
Tutti gli altri italiani--ve ne sono più di duecentomila in Buenos
Aires--vivono dispersi per l'immensa città. Oh! ma non è difficile
trovarli!
I venditori ambulanti che trascinano la loro triste vita sui marciapiedi
sono tutti italiani. Questo si dice ufficialmente avere in mano il
piccolo commercio. Sono italiani i terrazzieri che scavano le fogne, i
lastricatori delle vie, i muratori arrampicati sui ponti, tutti coloro
che compiono i lavori più rudi, gli operai in genere. Basta correre là
donde viene il batter d'un martello, dove stridono delle macchine, dove
romba un lavoro qualunque esso sia, dove si fatica, per trovare
gl'italiani. Non v'è pietra, si può dire, che non sia stata messa a
posto da mani italiane; dalle mani italiane è uscita la Buenos Aires
d'oggi con i suoi casamenti tedeschi e francesi e le sue ville inglesi.
No, non è difficile trovarli i nostri connazionali! Fra i palazzi
sontuosi, anche nelle più belle _calles_ e _avenidas_--con quella
promiscuità che caratterizza questo _caos_ che è Buenos Aires--vi sono
delle porticine ai cui stipiti la miseria ha lasciato la sua sudicia
traccia. Sono gl'ingressi ai _conventillos_, le case immonde dove vivono
ammassati i poveri. Anche lì si parla italiano!
Fortunatamente vi sono palazzi e ville abitati da molti connazionali
nostri, e ciò conforta. Ma lì, lettori miei, normalmente non si parla
più italiano; la nostra lingua vi è bandita.
Lì generalmente «se habla la lengua del pais!...»
GLI ALLUCINATI.
[Dal _Corriere della Sera_ del 13 gennaio 1902.]
Buenos Aires, dicembre 1901.
Vengono e vengono gli allucinati, sempre, a migliaia e migliaia, tutti i
giorni. Essi seguono follemente il loro miraggio, abbacinati; non sanno
nulla, fuori che questa è la terra dove «si fa fortuna»; ignoranti e
incoscienti, senza volontà e senza idee, spinti da una forza misteriosa
e mostruosa, quasi un esercito di ipnotizzati, attirati da questa terra
come i vascelli dall'isola fatata nella leggenda araba.
È inutile che i giornali onesti gridino al mondo la grande crisi che
affligge questo paese: essi vengono. È inutile che le ricerche
imparziali facciano conoscere che nella sola città di Buenos Aires
quarantamila operai almeno sono senza lavoro; che tanta parte e migliore
della campagna ha perduto i raccolti, tanto che lo Stato distribuisce le
sementi; che il malgoverno ha rovinato i commerci, distrutto il credito,
paralizzato lo sviluppo industriale, colpito a morte la libertà e la
giustizia: essi vengono. È inutile che ogni giorno le liste dei
ricercati dai Consolati dimostrino la scomparsa di migliaia e migliaia
di emigrati, dispersi, spariti nelle solitudini delle pampas forse,
perduti in lontane _estancias_, finiti non si sa dove, non si sa come:
essi vengono. È inutile che i consoli, di fronte alla immensa miseria
che chiede tutti i giorni il loro aiuto, sconsiglino l'emigrazione: essi
vengono. Vengono, increduli al male, quasi convinti che il volerli
dissuadere significhi solo il volerli escludere dalla loro parte di
fortuna, sostenuti e consigliati non si sa da quale demonio.
Ogni nave che arriva ne scarica migliaia sulle banchine del Porto
Madero. Il loro numero è pubblicato vicino alle note di carico: essi
sono una merce d'importazione. Dal gennaio ne sono sbarcati
sessantacinquemila. Nel solo mese di ottobre sono arrivati dodicimila
emigrati, dei quali diecimila italiani. In questi ultimi tre giorni sono
arrivati tremila e ottocento emigrati, in gran parte nostri
connazionali.
L'«Hôtel de Inmigrantes» è gremito. Il lavoro di sparpagliamento di
questa gente per tutta le Repubblica procede alacremente. Annesso al
ricovero per gli emigrati v'è l'«Oficina de Trabajo» che riceve le
domande di mano d'opera e distribuisce il lavoro; gli emigranti con le
famiglie sono trasportati sul posto del lavoro a spese dello Stato.
Teoricamente l'organizzazione è bella, ma il suo funzionamento è troppo
spesso inumano. I lavori per i quali si richiede la mano d'opera sono
ben sovente temporanei; quando sono finiti, gli operai vengono
licenziati; i miseri rimangono senza risorse in mezzo ad un paese
sconosciuto, soli, inascoltati, ignorati. E non possono tornare
indietro; l'emigrante può viaggiare gratis su tutte le linee della
Repubblica, ma solo in una direzione: avanti, verso la periferia.
L'Argentina ha bisogno di dicentrare la popolazione; la legge è
sapiente, ma spietata. Giunti all'interno, gli emigranti sono
praticamente prigionieri del paese. Alcuni tentano il ritorno a piedi
fra disagi gravi ed anche pericoli. Non sono molti giorni che una
famiglia italiana di quattro persone, fra cui una bambina, è tornata a
Buenos Aires da Tucuman (milleduecento chilometri) a piedi, traversando
il terribile deserto delle Salinas. Inoltre l'«Oficina de Trabajo» non
si cura di esaminare le capacità degli individui per distribuirli
logicamente secondo i climi o i lavori. La personalità sparisce, un
emigrante vale l'altro, gli uomini diventano cose, macchine che non
costano nulla e che arrivano in abbondanza. Si domandano cento uomini
per il raccolto dello zucchero nel Salta o nel Chaco? Ebbene, si mandano
i primi cento che capitano a compire quel lavoro al quale gl'indi stessi
si rifiutano. Gli emigranti possono non accettare, è vero, ma questa
povera gente sente nominare il Chaco per la prima volta!
Nell'«Hôtel de Inmigrantes» sono accampati come un'armata alla vigilia
della battaglia. Il paragone viene naturale. Di fronte a tanta forza
incosciente si prova quella pietà profonda che solleva la vista di
soldati partenti allegramente per la guerra. Quale sorte li aspetta?
Queste sono le ultime ore che trascorrono insieme: il bastimento
rappresentava ancora un pezzo di patria; questo rifugio continua ancora
la vita di bordo. È un immondo lazzaretto della miseria, ma li tiene
uniti. Fra poco saranno dispersi a centinaia di leghe da qui e non
sapranno, nemmeno vagamente, dove si troveranno. Non potranno--come il
Maomettano che prega volgendosi alla Mecca--volgersi verso un punto
dell'orizzonte pensando: l'Italia è là. Non ho trovato che un solo
emigrante, sopra tanti che ho interrogato, capace d'indicarmi l'America
sopra una carta geografica che presentavo loro!
È questa immensa ignoranza che li rende docili, sicuri e preziosi per il
paese. Dove cadono si attaccano e producono, come il seme. L'idea della
prosperità che verrà li rende rassegnati a tutto, come una volta l'idea
del paradiso; poi, nell'ora del disinganno, sono rassegnati per
abitudine. Essi formano la vera ricchezza del paese; non esiste un «hijo
del pais» che coltivi la terra: per lui c'è l'impiego, l'affare, la
speculazione, il giuoco. È il lavoro dello straniero--e dicendo
straniero si può quasi significare italiano--che ha sviluppato le
risorse della terra, che ha reso possibili le industrie, attivato il
commercio, creato in mezzo secolo l'Argentina d'oggi.
Questo Governo conosce il valore inestimabile dell'emigrante, la massima
dell'Alberdi «gobernar es poblar» è sempre applicata: l'emigrazione è
incoraggiata con opuscoli, con pubblicazioni, con conferenze tenute
all'estero e principalmente in Italia; la diminuzione dell'emigrazione
ha destato allarmi, provocato provvedimenti. Eppure, questa merce umana
così preziosa, è ricevuta e trattata qui con molta meno cura dell'altra
merce, quella in balle! Per le casse di carta o di cotone vi sono dei
grandi edifici in muratura, dei _docks_ superbi ventilati e asciutti,
muniti di ascensori, ben situati sugli scali fra larghe vie in cemento.
Per gli emigranti vi è una grande baracca di legno cadente e infetta,
nella quale vengono condotti come mandrie all'ovile da inurbani
impiegati.
*
* *
L'«Hôtel» degli emigranti (lo chiamano Hôtel!) sorge su quella landa
indefinibile, irregolare, fangosa, che sta fra il torbido e tempestoso
Rio della Plata e la città, una striscia di terra che si direbbe la zona
neutra fra il possesso delle acque e quello degli uomini. Tutto intorno
dei pantani putridi coperti da una superba vegetazione acquatica mettono
un po' di verde sul piano squallido e un po' di miasmi per l'aria.
L'«Hôtel», di legno, ha una forma strana, sembra un gasometro munito di
finestre. Dei tetti bassi, neri e irregolari gli si aggruppano intorno.
Nel mezzo all'edificio principale, al gasometro, vi è un cortiletto
circolare, oscuro, umido, una specie di pozzo, sul quale si aprono le
porte delle camerate. Un sistema di logore scalette di legno, che dà
all'ambiente l'aspetto d'un retroscena, permette l'accesso ai piani
superiori. L'acre odore dell'acido fenico non riesce a vincere il tanfo
nauseante che viene dal pavimento viscido e sporco, che esala dalle
vecchie pareti di legno, che è alitato dalle porte aperte; un odore
d'umanità accatastata, di miseria.
L'infinito armento umano ha lasciato sulle cose, nell'aria, per ogni
dove le sue tracce. Le pietre delle soglie sono consunte; gli angoli
sono smussati, scavati, allisciati e anneriti dalle centinaia di
migliaia di mani che vi hanno strisciato su. Più in alto, all'altezza
dei volti, le tavole serbano dei segni più vivi di questo doloroso
passaggio: li direi le tracce delle anime. Sono nomi, date, frasi
d'amore, imprecazioni, ricordi, oscenità raspati sulla vernice o segnati
colla matita, talvolta intagliati nel legno. Il disegno più ripetuto è
la nave; il loro pensiero guarda indietro!
Il cortile, l'andito, gli spiazzi fra le baracche, le quali circondano
l'edificio a gasometro, sono affollati d'emigranti. Vestono gli abiti
migliori, messi il giorno dell'arrivo per un curioso sentimento di
dignità. Alcuni, sdraiati rinfusamente sui sacchi dei loro cenci,
sonnecchiano o pensano; altri passeggiano a gruppi discutendo, si
affollano alla porta dell'«Oficina de Trabajo» col cappello in mano,
rispettosamente: altri giuocano; delle ragazze si pettinano l'una con
l'altra; dei bambini macilenti giuocano sul pavimento gridando; delle
donne allattano. V'è il disordine triste d'un bivacco zingaresco: si
grida, si ride, si canta e si piange. Ma i più restano immobili e
silenziosi, stupiditi, indifferenti, stanchi, con gli occhi senza
sguardo, aspettando. La nostalgia li afferra, quella nostalgia
istintiva della bestia catturata, un torpore doloroso. Sulle faccie sono
i segni non dubbî d'un viaggio penoso, in alcuni occhi brilla la febbre.
Ma ecco che si sente il suono d'un organetto, di quella fisarmonica che
è l'istrumento prediletto dei nostri contadini; molti fanno cerchio,
qualcuno balla. Una donna singhiozza.