L’Agnus Dei.
Il marchese si alzò, e trasse da uno stipo un piccolo astuccio
di prezioso lavoro, che durante la narrazione andava rivolgendo
macchinalmente fra le mani senza aprirlo. Così principiò a dire:
— La contessa Claudia Bentivoglio mia zia era ancora a quarant’anni
una donna leggiadra, galante, e gioconda qualche volta fuor di misura.
Se vivesse oggidì, non piangerebbe di santa compassione alle lettere
pastorali di Pio IX, e non darebbe il suo obolo al danaro di S.
Pietro. Malgrado ciò, aveva un legame di amicizia coll’abbadessa delle
Salesiane, e andava sovente a trovarla nel monastero. Pareva strano che
una donna tutt’altro che ascetica se la intendesse con una claustrale
consacrata a Dio. Alcuni dicevano che l’abbadessa era una mondana
nell’anima, e che si compiaceva di conversare con chi le parlasse di
cose non monacali. Altri opinavano invece che volesse convertire la
Bentivoglio alla vita divota e contemplativa. Io non so dove stesse il
vero. Un giorno manifestai alla zia il mio rincrescimento che fosse
vietato agli uomini di entrare nel convento delle Salesiane, e che
pertanto non potessi contentare il mio desiderio di vederne l’interno.
Ella mi rispose ridendo che potrei appagare questo desiderio qualora
sapessi prestarmi ad una metamorfosi, e sostenerla debitamente.
Assicurata che ne sarei capace, mi condusse nel suo gabinetto, e
coll’ajuto delle cameriere mi trasformò in fanciulla così al naturale
da illudere coloro stessi che mi conoscevano più distintamente. Io
aveva allora sedici anni, e tutta la freschezza dell’adolescenza.
Guardandomi nello specchio, poco mancò che io medesimo non credessi
aver cambiato sesso, e pensai a Tiresia. Montati in carrozza, noi ci
recammo al monastero. La zia mi presentò come figlia di una sua amica,
e la badessa, dopo i complimenti, chiamò una conversa che mi condusse
a vedere i luoghi, cioè la chiesa, le scuole, il refettorio e i
dormitorj. Era l’ora che le educande si trastullavano sotto i chiostri,
nei cortili e sull’erba di un praticello. Quale spettacolo nuovo e
delizioso mi offrirono quegli stormi di vispe creature folleggianti
e susurranti qua e là con iscoppi di risa festose, con esclamazioni e
canti di voci argentine, con battimani e moti di vivacità guizzante.
Quale incanto nel vedere spiritelli gentili per vezzi nascenti, per
forme tenere e aggraziate che si rivelavano sotto le vesti goffe e
dissimulatrici, volute dalle rigide norme conventuali. In quegli occhi
neri e cerulei, brillanti e soavi, in quelle boccuccie di corallo, in
quei volti dove candidi e dove bruni, in quelle fisonomie variamente
espressive si andavano sviluppando e compiendo bellezze squisite d’ogni
tipo.
— Qual anima, qual fuoco, Eccellenza, nell’esprimere le sue
reminiscenze giovanili.
— Per lo più i fanciulli sono rozzi e sgarbati quando giuocano. Le
giovinette all’incontro ci hanno un fare grazioso che spiegano perfino
negli sdegnuzzi e nelle petulanze loro. La mia scorta mi condusse
per un corridojo largo e lungo, in fondo al quale si vedeva dipinta
sul muro una Santa Teresa in estasi. Dinanzi a noi andavano preste e
giulive due educande con piene le mani di narcisi, di giacinti e di
giunchiglie, seminando una dolce e casta fragranza. Arrivate a quella
specie di altare, si occuparono a distribuire i fiori nei vasi e nelle
ampolle per adornarlo. Una di esse era maravigliosa, incantevole
a vedersi. Aveva quattordici anni, e tutto il bello che la natura
può creare. Io rinuncio a descriverla, perchè ne darei una immagine
sbiadata e lontana dal vero. Dirò soltanto che possedeva due occhi
grandi, fulgidi e voluttuosi nella loro innocenza; due occhi neri come
la sua capigliatura fina e abbondante, che luceva sotto un raggio di
sole primaverile cadente da un’alta finestra. Ella fu prima a sorridere
e chinare il capo verso di me in atto di saluto, cui risposi con
alcune parole timide e, credo, col rossore sul volto. Continuando la
sua geniale occupazione, spiegava in tutte le movenze della persona e
nell’agire delle belle manine una grazia incomparabile. Io stetti un
minuto a guardarla assorto in tale estasi, che quella di Santa Teresa
lì vicino era una distrazione in confronto. La fanciulla, collocati
a posto i fiori, mi si accostò confidente e come presa da simpatia
per me. Lodò la mia toeletta elegante, e abbassò lo sguardo un po’
mortificato alla sua umile veste di saja turchina. Ci avviammo di
conserva lungo il corridojo, discorrendo intorno alla vita e le regole
del monastero. Quando fummo in capo alla scala, si fermò accennando
di congedarsi e voltare per altra parte. Si tolse dal collo un Agnus
Dei ricamato in oro sopra il raso bianco, e me lo donò dicendo che era
quello un suo lavoro, e che lo tenessi per memoria di lei. Vedetelo
qua, aggiunse il marchese commosso, aprendo l’astuccio.
— È una gentile cosettina, disse il dottore dopo averlo esaminato.
— Io lo custodisco da trentacinque anni, e non lo darei per qualunque
tesoro. La fanciulla, nel farmi questo regalo, mi baciò.... ed io la
corrisposi. Un brivido di dolcezza sentii andarmi per le vene. In vita
mia non ho mai provato una commozione così cara, un turbamento così
dilettoso come nel ricevere e nel ricambiare quel bacio. Discendendo la
scala, mi si offuscò la vista e mi tremarono le gambe. Io non pensava
all’inganno della giovinetta, la quale aveva creduto di baciare una
sua eguale. Come io mi considerava quello che era veramente, così per
una stolida e temeraria illusione parevami che ella pure mi avesse
considerato similmente, sicchè io attribuiva ai due baci il medesimo
valore. Alla zia non feci motto dell’avventura. Non si sarebbe già
scandalizzata, ma ne avrebbe riso allegramente; il che io non voleva,
perchè la cosa era troppo seria per me.
Mio padre mi mandò a viaggiare col pedagogo, e l’Agnus Dei viaggiava
secretamente con me. Io era preoccupato e malinconico; nulla
m’interessava nè mi divertiva di quanto ci offrivano i paesi da
noi visitati. Nei templi, nei musei, nelle pinacoteche, dinanzi ai
monumenti e agli edificj più grandiosi io era distratto e sbadigliava.
Con indifferenza, o poco meno, vidi la Torre di Londra; il Louvre e
l’Escuriale. Solo mi stava nel pensiero l’immagine della giovinetta,
e la memoria dei baci. Don Petronio si sdegnava contro il suo allievo
così svogliato d’istruirsi alla scuola dei viaggi. Dopo due anni
rimpatriai senza portare a Roma altre impressioni che quella con
cui era partito, e divenuta più profonda nell’assenza. Avrei voluto
trasformarmi ancora in fanciulla e penetrare di nuovo nel convento, ma
questi scherzi non si fanno due volte, e poi mi era spuntata un po’ di
barba al mento e alle guancie.
Da così strano accidente ecco in me generato un amore, che la giovanile
immaginazione rendeva, carezzandolo, ognor più vivo e più intenso.
Benchè avessi varcato il diciottesimo anno, il pedagogo, secondo la
moda dei tempi, mi teneva ancora sotto la sua potestà e sorveglianza.
Io gli augurava il malanno per diverse ragioni, ma principalmente
perchè egli non voleva andare, nelle nostre passeggiate, verso il
convento delle Salesiane, dicendo che le strade di là non erano amene,
mentre per me conducevano al paradiso. Sì, il solo vedere quelle mura e
quella porta, il respirare l’aria di quei dintorni mi faceva palpitare
il cuore e fantasticare giojosamente.
Un giorno confessai tutto alla zia, e le dissi piangendo che se io
non otteneva in isposa l’oggetto del mio amore, sarei morto d’affanno
e di disperazione. La zia, che mi voleva un gran bene, ascoltò
con interessamento la mia confessione, e mi promise che si sarebbe
adoperata per consolarmi. La fanciulla era Eleonora de’ Gigli, di
nobilissimo e dovizioso casato. A mio padre si presentavano per me
i più ragguardevoli partiti di Roma, senza contare una principessa
partenopéa, e la figlia di Don Manuele Linares y Aranda y Madruso
Grande di Spagna.
— Vostra Eccellenza era il più bel giovane degli Stati Pontifici.
— Io non era più bello di molti altri, ma la mia famiglia possedeva
cinquemila jugeri nella Comarca, e novemila nella delegazione di
Macerata. Io ricusai la mano di qualunque fanciulla, insistendo per
quella di Eleonora, che finalmente ottenni dopo superate non poche
difficoltà, perchè alcuni giovani di gran conto aspiravano essi pure
alle sue nozze. Come orfana e sotto tutela, Eleonora rimase in convento
fino all’epoca del matrimonio. Ah, dottore, io non saprei dirvi quanto
fosse divenuta più bella. Essa credeva di vedermi per la prima volta, e
rapidamente mi amò. Perdonatemi questa vanità.
— Il signor marchese, per farsi tosto amare, aveva un talismano potente
nelle grazie del volto, e in quelle dei modi e del discorso.
— Dite piuttosto che il mio amore, a lei secreto, traboccò quando
fu mia in tale espansione da generare, come per miracolo, il suo e
farlo adulto d’un tratto. Un giorno ella mi disse vezzosamente: Noi
ci siamo subito amati senza aver avuto tempo di conoscerci — Ma noi
ci conosciamo da lungo tempo, le risposi fra serio e scherzoso; anni
fa noi ci siamo anche baciati, non ti ricordi? Eleonora mi guardò
coll’aria di chi trova scipita, anzi buffonesca una celia. Allora io le
posi sott’occhio questo Agnus Dei, che ella riconobbe per sua fattura
e suo dono ad una fanciulla da lei incontrata nel monastero. Alle
mie spiegazioni, fattele ridendo, cessò di essere stupita, e tinse le
guancie del più amabile rossore in memoria dell’innocente abbandono,
a cui la sua semplicità l’aveva condotta. Ingannatore! mi disse con un
accento ed uno sguardo pieni di dolcezza, e mi strinse fra le braccia.
Dopo due mesi di matrimonio, si manifestò nella mia sposa
un’alterazione di salute. Essa impallidiva da un momento all’altro,
e perdeva tratto tratto il sonno e l’appetito. Qualche volta veniva
sopraffatta da un leggero tremito convulsivo. Voi non eravate per
anco il medico della mia famiglia; quello d’allora giudicò essere
tali incomodi effetto della gravidanza. Una certa malinconia velò
dappoi la naturale gajezza di Eleonora, e per distrarla io la
condussi a Napoli ed a Palermo. Sembrando che il viaggiare le fosse
di giovamento, noi andammo in Ispagna, ma sbarcati a Barcellona,
dovemmo colà sostare, perchè il male si voltò subitamente al peggio.
La mia sposa languiva e dimagrava un giorno più dell’altro. I medici
credettero d’avere scoperto il morbo, che battezzarono con due dei
vostri nomi tecnici, e curarono senza costrutto. Il ricondurla a Roma
in quello stato era impossibile. Mi fecero sperare che dopo il parto si
sarebbe riavuta, ma la speranza fu vana. Eleonora partorì un bambino
di così trista apparenza che somigliava un aborto; in seguitò ella
precipitò miseramente agli estremi. Io non l’abbandonai un istante, e
l’abbracciava con amore e cordoglio disperati. Era uno scheletro, ma
io vedeva sempre in lei quel portento di bellezza che mi aveva rapito,
e che mi stava indelebile nel cuore. La sua angelica bontà e i suoi
sentimenti religiosi la fecero rassegnata a separarsi dalla vita e da
me, il cui affanno la impietosiva e le dettava parole soavi e sante per
consolarlo, parole che invece lo incrudivano di più appunto per la loro
soavità e santità. La bocca donde uscivano stava per essere muta in
eterno; io doveva perdere per sempre colei che sapeva trovare, benchè
invano, tali argomenti di conforto al suo trambasciato compagno. La
cara infelice si spense nel mentre le nostre labbra erano congiunte;
io bevvi il suo ultimo respiro. Anima desolata come la mia, e piena
di raccapriccio e di furore compresso, e sitibonda di vendetta non
vi fu mai sopra la terra. Interrogando un giorno l’inferma circa
alcuni particolari della sua vita nel monastero, io aveva convertito
in certezza il più orrendo dei sospetti. Coi miseri avanzi mortali
della mia sposa, co’ miei servi e con una nutrice catalana per mio
figlio m’imbarcai per Civitavecchia, dove giunsi dopo cinque giorni di
navigazione.