Il pugnale.
Il marchese fece una pausa di due minuti, e quindi proseguì:
— Il cardinale *** uomo di rei costumi, dissimulati da una profonda
ipocrisia, aveva sotto la sua protezione e direzione il convento delle
Salesiane, e perciò si recava non di rado a visitarlo.
— Forse il cardinale *** che fu trovato morto nella sua villa? domandò
con premura il dottore.
— Quel desso appunto. Egli vide Eleonora, e ne restò invaghito
perdutamente. Nella residenza della badessa ordinava di quando
in quando che gli fossero condotte dinanzi alcune educande col
pretesto d’interrogarle negli studi. Fra queste non dimenticava mai
di comprendere Eleonora, per la quale unicamente metteva in opera
l’ingegnoso trovato. Dopo fatta qualche domanda alle fanciulle,
giovandosi della sua età e autorità, toccava loro con vezzo affabile
il mento, e le regalava, congedandole, di zuccherini. Immaginate
come stesse il porporato nel praticare ad Eleonora quelle carezze
peccaminose sotto l’apparenza della bontà paternale.
Sua Eminenza aveva per nipote un coso ridicolo, un bietolone
di ventisei anni, ascritto a varie confraternite pie, e membro
dell’accademia degli Arcadi. A lui guardò come a prezioso ausiliare,
e principiò le sue pratiche onde farlo sposo della fanciulla. Se
mio padre e mia zia non fossero entrati per me in lizza, il potente
cardinale sarebbe probabilmente riuscito nel suo intento. Ma, come
vi ho detto, io trionfai di tutti i rivali, ed Eleonora fu fidanzata
a me. Deluso nelle sue speranze, quel demonio pensò ed eseguì tale
enormità, che appena poteva capire in un’anima infernale. Alcuni giorni
prima che la fanciulla abbandonasse il convento per diventare mia
sposa, l’efferato, l’orribile uomo la ebbe dinanzi nella solita stanza
dell’abadessa, le disse parole benigne e salutari circa il di lei
ingresso nel mondo, e la invitò a bere una tazza di cioccolatte. Ah,
dove erano i fulmini di Dio in quel momento? Il veleno adoperato dal
cardinale doveva essere d’una virtù satanica, non è vero, dottore? Egli
ne scelse uno di lenta ma sicura azione, un veleno sottile, perfido,
latente, che non diede indizio di sè, e trasse a morte la sua vittima,
come fosse colpita da un male ordinario che manda la natura; un veleno
tanto scellerato che filtrò perfino nei penetrali della generazione, e
corruppe l’organismo del feto. Il cardinale voleva morta la mia sposa
in capo ad un anno, e calcolò giusto.
— Fu dunque fatta l’autopsia del cadavere! Si scopersero le traccie del
tossico?
— Che mi domandate voi? rispose con qualche dispetto il marchese.
Ecco gli uomini dell’arte, che vanno sempre coi piedi di piombo. Per
credere al delitto, essi vogliono coglierlo sul fatto e toccarlo con
mano. Questo metodo sarà buono, se volete, per la corte di giustizia
criminale, chè nel caso mio non doveva entrarci per nulla. Io era
persuaso anche troppo della scelleraggine del cardinale. Mi risovvenni
per soprappiù che avendolo incontrato alcune volte dopo il mio
matrimonio, mi guardava con un certo piglio notevole, con una cert’aria
indagatrice, di cui in seguito mi spiegai il significato. In faccia al
mondo la mia sposa era morta di consunzione.
Il cardinale soggiornava nella sua villa a Tivoli. Un giovane
travestito s’introdusse una sera e si nascose nel parco dove il
villeggiante soleva passeggiare senza compagnia. Quel giovane era
io. Quando me lo vidi a segno, balzai dal nascondiglio, e afferratolo
pel collo e chiusagli la bocca con un lembo della propria sottana, lo
trascinai in un vicino boschetto, e gli tenni le ginocchia e le mani
puntate sul corpo. Egli mi riconobbe, e mandò soffocati gemiti di
spavento. Io gli lasciai libera un istante la bocca per intendere quali
parole ne uscirebbero. Non faceva d’uopo che egli medesimo si accusasse
per confermarmi nella persuasione della sua nefandezza e infiammarmi
nella brama di ucciderlo. Pure nell’udirlo confessarsi reo e implorare
misericordia provai una letizia feroce; la sete del suo sangue e
la forza del braccio per versarlo mi si raddoppiarono. Avrei voluto
poterlo martoriare un secolo prima di cacciargli l’anima dal corpo, e
mi diedi a sfregiarlo col pugnale e forarlo nel viso replicatamente. Le
tenebre non erano così folte che io non vedessi il sangue sprizzargli
da più parti e la figura farsegli brutta e convulsa pel terrore e
per lo spasimo. Finalmente lo pugnalai nelle regioni del cuore finchè
rimase cadavere, e mi posi in salvo.
Qui il marchese si alzò di nuovo, andò al medesimo stipo, e tornò a
sedere tenendo in mano un pugnale.
— Questa è l’arma che lo uccise, disse sfoderandolo e mettendolo sotto
gli occhi del dottore. Guardate, il sangue rappreso vi è commisto alla
ruggine. Io non ho mai voluto pulirlo, e sta sempre vicino all’Agnus
Dei. Papa Gregorio ebbe un bel promettere cinquemila scudi a chi
rivelasse il nome dell’assassino. Quale opinione avete voi, dottore,
intorno all’atto che chiamasi assassinio?
— Un’opinione varia secondo la causa che lo produce, e secondo le
qualità individuali e la riputazione di chi lo commette e di chi lo
patisce. Alle volte non posso a meno di scusarlo, se non giustificarlo,
come nel caso di Vostra Eccellenza.
— Così non parlerebbero i facitori di massime sociali e morali,
i regolatori del consorzio umano. Costoro dicono la punizione dei
delitti appartenere alla pubblica giustizia, ed hanno ragione. Ma si
trova forse giustizia a Roma? Come ottenerla poi contro un cardinale?
Come convincerlo del suo eccesso? Quali testimonianze produrre? No
no, quand’anche avessi veduto il reo ascendere il patibolo, io sarei
stato lungi dal contentarmene. Troppo barbaro e inaudito era il suo
misfatto, e troppo straziata e crucciosa la mia anima perchè io non mi
vendicassi da me medesimo. E la vendetta, o dottore, mi parve debole e
insufficiente. Io non poteva più rinnovare la scena di Tivoli, come era
impossibile che mi fosse restituita la mia sposa. Riversai l’odio sopra
la classe di colui che lo aveva in me acceso. Con ostinato proposito
studiai i costumi dell’alto clero romano, e ne conobbi il marcio e lo
scandalo. Mi furono palesi le lussurie, le avarizie, i mercimonj e le
altre sue vergogne. Lo vidi al maneggio degli affari dello Stato; altra
cagione d’indignarmi e di condannarlo. Ogni ramo della pubblica cosa
era in disordine; l’inettitudine, la corruzione e l’arbitrio regnavano
da per tutto. Vidi le leggi e le istituzioni tiranniche o stolte, i
privilegi e il favoritismo dominanti, il tesoro dilapidato, il popolo
misero, ignorante, avvilito. Fino allora io non aveva posto mente alla
condotta dei chierici, nè come uomini dell’altare, nè come legislatori,
giudici e magistrati mondani. Anzi l’aristocrazia bigotta della mia
famiglia e i principj della mia educazione volevano che io vedessi
in tutti i preti venerande persone, e nel loro governo dei popoli un
modello di saviezza. È probabile che senza la sventura occorsami, e
assorto nella mia felicità conjugale, non mi sarei occupato di quelle
bisogne, e avrei subìto, inconsapevole o codardo, la signoria papale,
come fecero tanti altri della mia sfera. Mi adoperai invece con ogni
possa a rovinare quella signoria, associando alla mia causa particolare
quella della patria, e confondendo la mia offesa privata col pubblico
danno. Ecco per quale circostanza io diventai liberale cospiratore e
soldato. Io sono in fama di buon patriotta, e voi vedete ora fin dove
merito questo titolo. Dottore, io non avrò posteri; la famiglia di San
Giulio sarà estinta con me e col povero mio figlio.
— Vostra Eccellenza, nella sua età ancor fresca e nella sua robustezza,
potrebbe rimaritarsi e continuare una illustre prosapia.
— No, no, io ho troppo amato la mia sposa, e troppo son pieno della
sua memoria per volermi unire ad altra donna. Ho già fatto il mio
testamento, e ve ne confido il tenore. Io assegno una ragguardevole
somma per un’opera grandiosa e monumentale da erigersi in una piazza di
Roma. Quest’opera, che sarà in marmo od in bronzo, deve rappresentare
la caduta del potere temporale dei papi, secondo il voto degli
Italiani e degli stranieri ben pensanti. Il resto delle mie sostanze,
amministrate dal governo nazionale, costituiranno un fondo che fornisca
i mezzi onde combattere, ove si manifestino, i tentativi dei preti
e dei loro fautori per ricuperare il perduto dominio. Un consiglio o
comitato, composto di membri stipendiati, verrà creato a perpetuità
per investigare se vi sieno tendenze e maneggi a questo scopo. I
pontefici-re non debbono mai più rinnovarsi al mondo. La loro esistenza
deve essere annoverata fra quelle assurde istituzioni umane che hanno
fatto il loro tempo, e che sono sparite per sempre.