Il figlio deforme.
Il marchese di San Giulio, emigrato romano, benchè toccasse i
cinquant’anni, entrò come ufficiale fra i volontarj di Garibaldi,
partecipò alla spedizione in Sicilia e nelle Calabrie, e ferito nella
battaglia del Volturno, si fece trasportare a Bologna, già libera dal
giogo pontificio. Egli possedeva in quella città un palazzo, e nella
provincia alcuni latifondi, sicchè, dopo dodici anni di esiglio, poteva
dire di essere rimpatriato, sebbene fosse nativo e abitatore di Roma.
Siamo dunque nel palazzo del marchese in una camera mobigliata
riccamente all’antica foggia, colle pareti tappezzate di lampasso
giallo, colle cortine delle finestre e le portiere della medesima
stoffa. Il nobile convalescente, bella e dignitosa figura, giace in
una poltrona di marrocchino scuro, è involto in una zimarra di seta
a fiorami, e porta in capo una calotta di velluto ricamato. Gli siede
vicino il celebre dottore Ortensj, uomo sessagenario di grave aspetto,
vestito di nero con estrema proprietà, tutto ossequio e sollecitudine,
come sono generalmente i medici dei grandi ammalati che pagano le
visite un marengo l’una. In questo caso però il contegno riverente e
premuroso del dottore Ortensj verso il marchese di San Giulio non gli
era inspirato dal prestigio della sua nobiltà e delle sue ricchezze,
nè dall’idea della sua liberalità nel ricompensarlo delle cure che
gli prestava. Il dottore comportavasi così per effetto di stima ai
meriti personali del marchese, e per ricambio delle dimostrazioni di
benevolenza amichevole che riceveva da lui.
— Caro dottore, voi siete probabilmente scomunicato da Pio IX ad
istanza di Antonelli e di Nardoni, disse il marchese con un lieve
sorriso. E ciò perchè avete lasciato Roma per venire a Bologna in
soccorso di me, ribelle battagliero ferito nel combattere il Borbone,
amico intrinseco di Sua Beatitudine. La scomunica sarà tanto più grave
in quanto che voi mi avete risanato quasi perfettamente, onde io possa
riprendere le armi, se farà bisogno, contro Sua Beatitudine medesima.
Non vi sentite addosso un malessere di nuovo genere? Lo spirito maligno
non vi dà noja in corpo?
— Eccellenza, io sto benissimo, rispose il dottore, contento di quello
scherzo confidenziale. Il papa mi scomunichi fin che vuole, e mi tratti
ancora in guisa più seria al mio rientrare a casa. Per cagione del
signor marchese tutto soffrirò volentieri.
— Non abbiate timore. Ben presto il papa e la sua compagnia saranno iti
in Palestina o altrove.
— Io pure nutro questa dolce speranza.
— Udite un mio sogno della scorsa notte. Nella più vasta sala del
Vaticano erano radunati tutti i pontefici dal primo fino all’attuale.
Quelli che furono soltanto capi della religione stavano da una parte
tranquilli e sereni; si vedevano dall’altra i papi-re sbuffanti veleno
e assordanti di clamori il luogo. I più furibondi erano Gregorio VII,
Nicolò V, Bonifazio VIII e Giulio II. Pio IX non sapeva come salvarsi
da quei rabbiosi che gli davano dell’imbecille e lo minacciavano coi
pugni alla faccia per aver egli perduto l’eredità trasmessagli, e
ucciso il papato nel suo potere temporale. Invano il bersagliato si
schermiva coll’incolpare la rivoluzione, la tristizia dei tempi, e
altre cause di forza maggiore. A questo trambusto, i papi dei primi
secoli della Chiesa si mostravano scandolezzati, e cercavano di calmare
gl’impetuosi. Domeneddio e l’apostolo S. Pietro dall’alto della sala
sorridevano di compiacenza, sapendo che la religione farà un bel
guadagno, purgati che sieno i pontefici dalle ambizioni di regno
e dalle cure mondane. Il Signore perdette poi la pazienza, e prese
a sgridare severamente i tumultuanti. Il tuonare della sua voce mi
risvegliò.
— Questo sogno è pronostico e insieme immagine del vero. Il dominio
terreno dei papi è dileguato la più parte; il resto lo sarà fra poco e
per sempre.
— Caduta la mala signoria, nessuno al mondo sarà di me più lieto.
— Perchè nessuno ha sofferto più di Vostra Eccellenza per la causa
della libertà. Il signor marchese di San Giulio è il migliore patriotta
d’Italia.
— V’ingannate, dottore. Mille e mille altri amano più di me l’Italia
e mi superano nell’aver contribuito al suo risorgimento. Dove nessuno
mi vince si è nell’odio al governo papale, e nella brama di vederlo
distrutto. Se io ho congiurato incessantemente e profuso danaro per
propagare la congiura, se ho subìto il carcere e l’esiglio, se ho
combattuto a Roma nel 1849, e ultimamente nel regno delle due Sicilie,
fu per abbattere la tirannide sacerdotale. Il resto d’Italia e le sue
condizioni politiche non mi occupavano gran fatto. Tanto meglio però
se la patria comune acquista l’indipendenza e la libertà; tanto meglio
se componesi in forte unione nazionale. Di questo grande avvenimento
io ne gioirò col patto che ai Vicarj di Cristo non rimanga ombra di
politico dominio; col patto che Roma sia la capitale del nuovo regno
italiano. Nel 1848 quando Pio IX per un suo sbaglio e per l’imbecillità
universale era diventato l’idolo popolare, io non sapeva darmi pace
al pensiero che il trono pontificio potesse consolidarsi e salire
a maggior grado di potenza. Nel 1859 quando si parlava di un’Italia
confederata sotto la presidenza del papa, io voleva spiritare, e andava
gridando a tutti: Derisione e vergogna! Si saranno dunque vinte le
battaglie di Magenta e di Solferino per ottenere questo bel risultato?
No, vivaddio, il papa deve tornare alle reti e alla barca di S.
Pietro. Ditemi, dottore, voi che siete invecchiato nel soggiorno di
Roma, che avete per clienti una quantità di porporati, di abati e di
simile genìa, voi che sapete le turpitudini antiche e nuove della corte
romana, non vi sentite nauseato e indignato allo spettacolo diuturno
di corruzione che offre la città eterna? Non vi pare che sia troppo
contaminata? Che la sua atmosfera sia grave per lezzo pestilenziale
a cagione del governo dei preti? Non vi pare che un popolo il quale
sopporta da secoli un tale governo sia degno di vitupero e di frusta?
A questo punto comparve nella stanza un essere estremamente misero
per deformità di volto e di corpo. Il volto era macilento, scialbo,
chiazzato di macchie livide, e spirante un’aria di stupidità. Il corpo
era esile, sbilenco e attrappito in tutte le membra. Si sarebbe detto
che la povera creatura fosse così mostruosa per maleficio di una
strega, e che ogni notte un vampiro le suggesse il sangue. Compiva
i ventott’anni e pareva ne avesse quaranta. La sua intelligenza era
quella di un cretino. Egli entrò guidato da un servitore, e si diresse
al marchese sollecitando il passo stentato e traballante, e articolando
tre volte il nome di papà. In quel movimento affrettato e in quella
voce ansiosa parlava la natura, non mai interamente muta neppure
nelle anime più ottuse ed imperfette. Una tristezza mista di amore
si dipinse in viso del marchese, il quale carezzò e baciò il figlio,
volgendogli qualche domanda leggera e giocosa come si pratica verso i
piccoli fanciulli. Anche il dottore alla sua volta gli fece festa e lo
intrattenne puerilmente, ottenendone dei propositi insulsi ed un riso
melenso. Era una compassione il vedere e l’ascoltare quel disgraziato,
che fatta la sua visita, si ritirò seguìto dal medesimo servitore. Il
marchese accompagnandolo coll’occhio, sospirò profondamente, divenne
torbido, e disse con voce irata:
— Maledizione alla Corte di Roma; annichilamento del potere e della
opulenza dei chierici, cagione dei vizj, delle iniquità e delle infamie
loro.
Il dottore ascoltava con grande maraviglia. Quell’uscita violenta gli
pareva intempestiva nel momento che il marchese era tuttavia commosso
dolorosamente dalla vista del figlio. Quale rapporto vi poteva essere
fra due sentimenti così disparati? Perchè avvicinare senza transazione
due idee tanto lontane l’una dall’altra?
— Figlio mio, figlio mio infelicissimo, continuò il marchese abbassando
il capo in atto di grande sconforto. Egli sarebbe nato sano di corpo
e di mente, e forse dotato di bellezza e d’ingegno; egli sarebbe stato
la delizia e l’orgoglio de’ suoi genitori. Dannazione eterna, proruppe
con l’impeto di prima, dannazione a colui che guastò nel suo germe
l’opera felice e santa della natura; a colui che con atroce delitto la
difformò in tal modo, e condannò un padre ad avere l’anima funestata
perennemente allo spettacolo di tanta miseria.
Il dottore era attonito sempre più, e pensava: Il marchese attribuisce
la disgrazia del figlio ad un delitto! Egli impreca alla Corte di Roma,
e subito dopo all’autore di questo delitto? Qual mistero tenebroso!
Vorrà egli forse rivelarmelo?
— Dottore, proseguì il marchese con voce pacata, voi mi avete guarito
da una complicazione di mali, generati dalla mia ferita al petto. Il
vostro beneficio io lo apprezzo mediocremente, perchè la vita ha poca
importanza per me. Nondimeno la mia gratitudine verso di voi è quella
di un uomo che si sente beato della esistenza, e obbligato in sommo
grado a chi gliela conserva. Io voglio darvi una prova del mio animo
riconoscente palesandovi un secreto altissimo e tremendo, che da quasi
trent’anni porto chiuso in seno. Voi siete il primo e il solo a cui lo
discopro; giudicate da ciò la deferenza che ho per voi, e il favore nel
quale vi tengo.
Il dottore fece un inchino, e disse parole di ringraziamento. Il suo
amor proprio era lusingato gradevolmente. Alla quale compiacenza
univasi in lui il vivo desiderio di conoscere un secreto di tanta
rilevanza, desiderio prossimo ad essere soddisfatto. Tali suoi
sentimenti gli apparivano espressi nel volto e nell’atteggiamento della
persona.
— Ah no, dottore, non è vero che la vita mi sia indifferente, esclamò
il marchese; anzi mi è cara assai, perchè ho il diletto di odiare una
razza di tristi, e perchè avrò la voluttà ineffabile di assistere alla
loro imminente caduta. Udite.... la deformità di mio figlio..... e la
morte della mia sposa sono opera di un cardinale di Santa Chiesa.
Non è possibile significare l’accento di sdegno e di amarezza con cui
il marchese pronunciò le ultime parole, nè la terribile espressione
del sembiante onde le accompagnò. Neppure si potrebbe dipingere la
stupefazione del dottore, il quale balbettò:
— Che ascolto mai!
— Bisogna innanzi tutto che io vi faccia la storia del mio amore e del
mio matrimonio.