IV.

Guerra.

Don Aurelio, che da nove mesi non vedeva il suo allievo nè la madre di

lui, andò a trovarli a Torino con loro grande consolazione. Un giorno,

stando solo colla signora Elisa, le domandò:

— Che ha operato finora il tempo sull’animo di Faustino?

— Ben poco di salutare, disse la signora Elisa levando gli occhi al

cielo. La guarigione del suo male sarà lenta, se pure avrà luogo.

Egli è diventato malinconico, e soltanto dinanzi a me si sforza di non

parerlo. E Luigia?

— Io la vedo rare volte dopo il suo matrimonio. Quell’anima tenera e

gentile deve soffrire non meno di Faustino. Ma il soffrire cesserà a

poco a poco in ambedue. Il loro amore, spoglio del tormento che ancora

lo accompagna, resterà una mesta, ma non dolorosa memoria della loro

vita. Il padre di Luigia ha rimesso in ottimo stato i suoi affari; la

città intera però lo biasima del mezzo da lui adoperato. Il signor M.*

è divenuto un altro uomo. Egli ha riformato sontuosamente il governo

della sua casa, veste con elegante proprietà, non ha più l’aria del

sanfedista, e quasi sto per dire che pensa come un liberale. Questo

miracolo, che fa maravigliare i cittadini, si attribuisce al suo amore

per la sposa, e al potere che ella esercita sopra di lui. In compenso

di quanto ha tolto a Luigia, il signor M.* la circonda di tutti i

piaceri che le ricchezze procurano. Ella però non si appiglia a quelli

del lusso, tanto ambiti generalmente, ma a quelli di premiare il merito

e di spargere beneficenze.

— Così Brescia avrà guadagnato, se il mio povero Faustino ha perduto,

disse la signora Elisa sorridendo mestamente.

— Egli pure ha guadagnato qualche cosa in mezzo alla sua perdita, cioè

il raddoppiamento della benevolenza dei Bresciani, che lo compiangono

per le care speranze che gli furono tolte. Questo sentimento favorevole

e generale de’ suoi concittadini non deve essergli indifferente.

— Le voci di guerra crescono sempre più, disse Faustino entrando.

L’alleanza offensiva e difensiva del Piemonte colla Francia si dà per

certa.

— Io mi consolo, rispose Don Aurelio, che vi sieno magnanimi scopi e

nobili impulsi di nazioni verso nazioni, come avvene d’individui verso

individui.

— E che? disse la signora Elisa, dovranno sempre i popoli ed i governi

badare soltanto ai calcoli del proprio interesse, consultare unicamente

le loro ragioni di stato, e guardare con indifferenza l’abuso della

forza brutale che opprime un paese vicino?

— Avvi chi non approva questa alleanza, ripigliò Faustino, e vorrebbe

che l’Italia si redimesse colle sue proprie forze. Certo che la

redenzione fatta in tal modo sarebbe la migliore, ma il Piemonte,

rinforzato di pochi e incerti ajuti fraterni, non basta contro

l’Austria. E perchè dovremo noi rifiutare i soccorsi che generosamente

ci offre una nazione grande e bellicosa? È troppo severa la sentenza

che un popolo deve provvedere da sè medesimo alla propria salute. Noi

abbiamo a che fare con un nemico tanto potente quanto astuto, il quale

in nove lustri dacchè ci pesa addosso, ha studiate e praticate tutte

le arti leonine e volpine per tenerci sotto. Noi siamo degni che ci

venga tesa la mano soccorritrice, perchè sentiamo vivamente il nostro

servaggio, perchè ci dibattiamo fra le catene, e abbiamo tentato più

volte di spezzarle. Per noi e per la nostra causa stanno i voti e le

simpatie di tutte le nazioni incivilite. Io ho fede che l’Austria sarà

vinta e costretta a sgombrare il Lombardo-Veneto.

— È certo, disse la signora Elisa, che altre provincie d’Italia si

rivolteranno contro i loro tiranni per darsi al Piemonte, cominciando

così la bramata unità nazionale, che fra non molto avrà compimento.

— E quando l’Italia sarà unita, soggiunse Don Aurelio, si affretti

a farsi forte. Ciò è richiesto a gran voce dalle sue condizioni

di bellissima e ricchissima, che la espongono ad essere insidiata

eternamente. La dottrina del secolo è il rispetto alle nazionalità,

e la condanna delle conquiste. Ma le dottrine cangiano, e i tempi

delle conquiste e delle invasioni possono ritornare. L’impero della

ragione, del diritto e della giustizia è alternato sulla terra con

quello del disordine, dell’ambizione e della forza usurpatrice. Bisogna

essere previdenti, e spingere lo sguardo anche nell’avvenire lontano.

Lasciando da parte ogni altro timore, l’Italia deve sempre aver quello

dell’Austria, che starà in perpetuo agguato per ripiombare sulla preda

sfuggitale di mano. Se un popolo ha lo scudo della sua forza e del

suo valore, può resistere a qualunque attacco. Questo scudo è il solo

nume protettore che manterrà l’Italia quando sarà fatta. Io ripeto che

suprema cura degli Italiani debb’essere quella di agguerrirsi più che

mai, fosse pure con qualche scapito delle sublimi speculazioni, degli

studj industriali, e delle arti graziose. Anche il retrocedere un passo

nella raffinata civiltà non sarebbe un male quando ne nasca il mezzo di

mantenerci nel primissimo dei beni, l’indipendenza e la libertà. Oltre

le rocche, i baluardi e le bastite, abbia l’Italia a propria difesa il

petto di tutti i suoi figli. Ad un bisogno ogni uomo sia soldato. Il

futuro governo italiano deve sommamente occuparsi ad armare il Paese,

a promuovere l’educazione militare e levarla in alto pregio, sicchè

la destrezza, la gagliardia ed il coraggio sieno argomenti d’onore e

di gara nazionale. Studio di ogni cittadino sia quello delle armi, e

ambizione l’averne di perfette. Così, e non altrimenti, l’Italia sarà

rispettata nella sua esistenza. Così farà ritorno all’antica grandezza,

e avrà stabile seggio fra le potenti e temute nazioni.

Già si facevano formidabili apparecchi di guerra tanto dall’Austria,

quanto dagli alleati franco-sardi. Da tutte le parti d’Italia

accorrevano in Piemonte giovani animosi ad arruolarsi chi nell’esercito

regolare, e chi nelle bande dei volontarj capitanati dall’immortale

Garibaldi. Faustino e Checco s’incorporarono in un reggimento di

bersaglieri nella medesima compagnia. Gli amici potenti di Faustino

volevano procurargli un grado, persuasi che lo avrebbe sostenuto con

onore, ma egli ricusò fermamente, e fu gregario come il suo caro e

fedel servitore. Quando amano la patria e sono bramosi di combattere

per essa i novelli e spontanei guerrieri, sieno pur nobili o ricchi o

pregevoli per ingegno, non ambiscono distinzioni e si mettono tra le

file dei semplici soldati. È bello il vedere questi giovani favoriti

dalla fortuna sprezzare gli agi della vita, indossare l’assisa

grossolana, e dividere gajamente i pericoli e le fatiche coi figli del

popolo.

Venne l’ora delle battaglie. La signora Elisa e Faustino si erano

separati come usano in simili circostanze le anime forti. L’idea che

quello poteva essere l’ultimo addio non la manifestarono, temendo

che la sua grande acerbità non indebolisse la loro fermezza. Eppure

nè la madre nè il figlio avrebbero voluto che quella separazione non

avvenisse.

L’esercito austriaco alla fine d’aprile 1859 varcò il Ticino, assalendo

il Piemonte in casa sua. Gli alleati lasciarono che si avanzasse e

occupasse un tratto di paese senza opporgli resistenza. Quando loro

parve tempo gli diedero addosso gagliardamente, e dopo una serie

di fatti gloriosi, l’ebbero respinto dappertutto. Faustino e Checco

parteciparono alle vittorie di Palestro e di Magenta. In quest’ultimo

luogo gli Austriaci furono sbaragliati e costretti a sgombrare la

Lombardia. A Magenta rimase ucciso Francesco mentre combatteva presso

la stazione della strada ferrata. Era sull’imbrunire e la battaglia

andava cessando, allorchè egli cadde poco lungi da Faustino. Questi

corse a lui che, trascinatosi ai piedi di un albero, nuotava nel

proprio sangue uscentegli dalla gola traforata da una palla di

moschetto. Invano si adoperò a fasciarlo e soccorrerlo con ogni

sollecitudine; la ferita era mortale. Il misero non poteva formare

la parola, e scolorava e languiva con progresso veloce. Gli sguardi e

le strette di mano erano il suo linguaggio, e Faustino gli rispondeva

interpretandolo, e poi lo baciava e gli piangeva sul volto. Gli sguardi

e le strette di mano cessarono, perchè gli occhi vetrificati perdevano

l’espressione, e le dita si allentavano irrigidite. Faustino ebbe

in breve un cadavere fra le braccia. Povero Checco! Nato e cresciuto

in umile condizione, possedeva un’anima bella per intrepidezza, per

sentimenti virtuosi, per devozione affettuosa a’ suoi padroni. Nella

grande ecatombe di Magenta poche vite si spensero più preziose della

sua. Era degno di rinomanza, e morì oscuro e ignorato.

La signora Elisa, trasferitasi da Torino a Novara si dedicava al

servizio degli ospedali riboccanti di feriti. La moderna età sbandì

dalla guerra l’antica ferocia. Ora l’umanità parla, per quanto

può, nelle battaglie, e impedisce gli atti di barbarie. L’umanità

circonda di cure le vittime esangui trasportate fuori del campo,

senza distinzione di amici e di nemici. Donne caritatevoli e pazienti

medicano le loro ferite e alleviano i loro patimenti, come farebbero

le madri e le sorelle. In tale ufficio misericordioso, già da lei

esercitato a Brescia nel 1848, era eminente la signora Elisa. La

squisitezza della sua carità i suoi sensi compassionevoli, il suo garbo

nell’operare e nel confortare non avevano pari. Essere tocchi da quella

mano delicata, guardati da quegli occhi pietosi, e consolati da quella

voce angelica pareva ai soffrenti un beneficio soprannaturale.

Dal giorno che principiarono le ostilità, la signora Elisa aveva

ricevuto una sola lettera di Faustino, e dopo non ebbe più notizie di

lui. Ogni mattina veniva all’ospedale tremando che egli fosse tra il

numero dei sopraggiunti feriti. Alle volte si augurava di trovarvelo

per poter quietare l’angoscia d’immaginarselo morto sul campo. A lei

sembrava che le materne cure avrebbero avuto tanta virtù da risanare

le sue ferite per quanto fossero state gravi. Che Faustino lasciasse

veramente la madre priva di sue notizie? No, egli aveva scritto

altre lettere, che nei disordini della guerra non arrivarono al loro

indirizzo.

Il giovane era entrato in Lombardia colle schiere vincitrici e pronte

a nuovi combattimenti. Gli Austriaci, sgominati e inseguiti, si

ripararono al Mincio dove, radunate tutte le loro forze, tentarono

una grande battaglia decisiva. L’Europa la conosce sotto i nomi di

Solferino e di San Martino; nomi gloriosi all’esercito alleato, e di

funesta memoria all’Austria.

Un'eroica famiglia bresciana - Fiero misfatto e fiera vendetta · 第 24 / 31 题