Felicità mancata.
Faustino soggiornava nella capitale del Piemonte, e di là scriveva
sovente alla madre ed a Luigia. Questa confortava alquanto il proprio
dolore, trattenendosi con Don Aurelio e colla signora Elisa. La giovane
era travagliata altresì per un’altra cagione. Gli affari commerciali di
suo padre andavano male, e lo vedeva preoccupato e mesto.
La signora Elisa, avendo ottenuto dopo molte istanze un passaporto per
Torino, andò a trovare il figlio, che abitava due camerette mobigliate
in via di Po. Grande fu la gioia di lui all’arrivo inaspettato della
madre, che non gli aveva fatto sperare la sua visita per le difficoltà
di averne il permesso. Non fu minore il giubilo della signora Elisa,
colla differenza che importava l’esservi ella preparata. Il giovane,
in tre mesi dacchè dimorava a Torino, aveva acquistato una sorta
di celebrità. I patimenti e il patriottismo della sua famiglia, i
suoi pregi personali, e il duello da lui sostenuto per un sentimento
generoso, lo facevano l’idolo di tutti i liberali, e principalmente
degli emigrati bresciani, amici di suo padre. Quando si seppe la venuta
della signora Elisa, vi fu negli uomini e nelle donne un desiderio
di conoscerla, una gara nell’onorarla, un’affluenza di visitatori al
suo albergo. I due Bresciani madre e figlio formavano il soggetto dei
discorsi e delle lodi generali. Le spie austriache stanziate a Torino
riferivano sul favore che la signora Elisa godeva presso il partito
rivoluzionario, sul concorso alla sua abitazione, e sui propositi
sediziosi che vi erano tenuti. Don Aurelio intese da un galantuomo bene
informato le misure che prendeva la polizia contro di lei, e le scrisse
di non lasciare il Piemonte, perchè tornando a Brescia non vi sarebbe
sicura. Questo avviso venne a risolvere la sua incertezza. Ella già
desiderava di rimanere col figlio, il cui ritorno a casa non era da
sperarsi per lungo tempo, ma le cose domestiche ed altre considerazioni
si opponevano alla sua brama. Non si mosse dunque da Torino, ma
significò le proprie intenzioni al suo uomo d’affari, ed a Francesco
l’ordine di venire a raggiungerla, dopo spacciate certe incumbenze.
Don Aurelio e Luigia erano dolentissimi che alla emigrazione del figlio
si fosse aggiunta quella della madre. Le sventure e le afflizioni
si succedevano l’una all’altra. Il padre della fanciulla andava di
male in peggio nei suoi negozii. Da parecchi anni la filatura dei
bozzoli eragli stata tutt’altro che lucrosa. La perdita di una lite,
alcune speculazioni disgraziate, e il fallimento di un corrispondente
concorsero a precipitarlo. Ormai non poteva più soddisfare a’ suoi
impegni, e trovavasi al punto di dover fallire egli stesso. Un ricco
cittadino, il signor M.*, si offerse di salvargli il credito e le
sostanze al patto che diremo dopo una digressione.
Tutti i paesi d’Italia vantano uomini amanti della patria, il numero
dei quali è grande dove più e dove meno, come la forza del loro amore.
Parlando solo della Lombardia, si può dire che vi abbondano questi
uomini, e non pochi sono patriotti in alto grado. Costoro hanno
veramente l’Italia in cuore. Per essa versano il proprio sangue e
prodigano i loro averi, contribuendo a tutto quanto può agevolare i
suoi trionfi e il suo risorgimento. Nell’oro da essi donato vedono
armi e armati che fulminano i suoi nemici. Nessun sacrificio è loro
increscevole. Se poco possiedono, danno tuttavia molto per ammirabile
virtù di abnegazione. Ai bisogni e agli appelli urgenti, essi dicono
fra sè medesimi: supponiamo che un incendio ci abbia guasta la casa,
o la gragnuola devastati i campi, e il danaro che dovrebbe riparare
i danni, adoperiamolo a soccorrere la patria. Quanto hanno patito
al tempo della sua oppressione, altrettanto gioiscono ora che va
risorgendo a libertà. Non sono entusiasti del momento, nè facili
a raffreddarsi sui grandi avvenimenti politici e militari che ci
apportarono salute. Durevoli sono nei loro animi le impressioni
lasciate da questi avvenimenti; viva è sempre la memoria dei vantaggi
che ne risultarono. Essi ne parlano e ne godono come di un bene
appena ricevuto. Per essi le battaglie di Magenta e di Solferino, le
annessioni dell’Emilia, della Toscana e delle Due Sicilie sono fatti
accaduti jeri, e sentiti ognora col piacere di una grande e felice
novità. Gli uomini in generale illanguidiscono prestamente nel loro
sentire, compreso quello toccante la patria. Sulle cose avute per più
importanti e più care passano in breve alla tepidezza, all’indifferenza
e quasi all’oblìo. Questo è un grave male di fare subitamente vecchio
il nuovo e di adagiarsi nel presente senza più rivolgere il pensiero al
passato, nè stabilire confronti. Ciò impedisce non solo di apprezzare
degnamente e di godere appieno la prospera situazione raggiunta,
ma scema lo stimolo e l’aspirazione a renderla più prospera ancora.
Come vi sono gli eccellenti patriotti, così esistono gli uomini che
del nome di patria non conoscono neppure il significato. Lasciando i
molti di costoro che s’incontrano fra i volgari, accenniamo ai pochi
della classe ricca e distinta. Sono pochi, ma ci colpiscono di un
senso tanto più disgustoso in quanto che li troviamo in una sfera che
non dovrebbe presentarne alcuno. Questi figli disamorati non hanno
mai palpitato al nome della loro madre, l’Italia. Essi vivono sul
suo suolo come stranieri, e non prendono parte nè ai dolori nè alle
gioie di lei. Anzi hanno contribuito a procurarne i dolori appunto
perchè non aspiravano a parteciparne le gioje. O aderivano al governo
austriaco, o l’anima hanno meschina e pregiudicata, o l’avarizia li
strozza. Per l’una o per l’altra di queste maledizioni non fecero
e non fanno mai nulla a pro della patria, nemmeno per timore della
pubblica opinione, che essi disprezzano. Invano si cercano i loro nomi
negli elenchi dei benemeriti che giovano alla causa nazionale. Il
loro danaro sta chiuso nei forzieri, o lo spendono per alimento dei
proprii vizii, o in opere di stolidi e dannosi intendimenti. Anche
Brescia la generosa conteneva alcuni di questi uomini biasimevoli, e
li additava vergognando. Nel picciol numero era compreso il signor M.*
che si presentò per soccorrere il padre di Luigia. In contraccambio
del beneficio egli domandava di sposare la fanciulla, della quale
erasi follemente innamorato, sapendo pure che essa amava Faustino
e che doveva a lui unirsi. I suoi milioni lo fecero dimentico de’
suoi cinquant’anni, ardito a far rompere una promessa, e crudele nel
desolare due cuori. Forse egli affibbiava alla sua azione un qualche
epiteto onorevole, come quella che salvava un onesto negoziante dalla
rovina. A far conoscere ai lettori questo fatto gioverà, meglio della
nostra narrazione, la corrispondenza che noi citiamo.
=Luigia a Faustino.=
_25 marzo 1858._
Le angustie di mio padre vanno aumentando colla sua tristezza;
egli ha l’aspetto di un ammalato. Alle mie interrogazioni risponde
che gravi sventure di commercio lo hanno colpito, e non mi dice di
più. Nel suo studio vi è un’insolita frequenza di persone che vanno
e vengono con dipinta in volto una cura molesta. Io pavento una
catastrofe imminente. Se non avessi il tuo amore che mi sostiene,
sarei disperata. Ah, Faustino, sposerai tu una povera giovane senza
dote?
=Faustino a Luigia.=
_26 marzo._
Prima rispondo alla domanda colla quale tu chiudi la tua lettera.
Se io ti sposerò malgrado la sorte che le disgrazie di tuo padre
ti preparano? Potresti tu dubitarne, mia Luigia? Nel tuo dolore
io ho un motivo di più per amarti, e per voler dividere con te
il poco che possiedo. Ecco la prova che posso dartene: ottieni da
tuo padre che egli accorci il tempo assegnato alla nostra unione,
e che questa si compia al più presto qui in Piemonte. Digli che
se bastassero cinquanta o sessanta mila lire per riparare allo
sconcerto de’ suoi affari, noi lo assicuriamo di procurargliele.
Mia madre ed io abbiamo già discorso in proposito, e fatto qualche
disegno. Non ti perdere d’animo, Luigia cara, e speriamo che tutto
finirà bene.
=Luigia a Faustino.=
_4 aprile._
Mio padre è rovinato senza rimedio. I suoi debiti sommano a
trecentomila lire, e la sua sostanza non arriva a tanto. Ah,
Faustino, se io volessi scriverti con calma sarebbe una finzione,
anzi un vano sforzo, perchè non vi riuscirei coll’animo lacerato
come mi sento. Mio padre venne jeri sera nella mia camera a
mostrarmi l’abisso che gli sta aperto dinanzi «Tu sola puoi
salvarmi, Luigia, disse piangendo col capo abbandonato sopra la mia
spalla. Il signor M.* ti ama ed è pronto, se tu lo sposi, a trarmi
da questa fatale situazione. Io so quello che tu puoi rispondermi;
so il tuo amore per Faustino e la promessa che a lui ti lega. Ma
si danno qualche volta delle circostanze imperiose, accadono tali
avvenimenti di forza maggiore che violentano la nostra volontà,
e ci trascinano a rompere gl’impegni contratti anteriormente. Non
vorrai tu impedire il disonore e forse la morte di tuo padre? Io
sono alla vigilia del più disastroso fallimento. Abbi pietà di
me, Luigia». Egli per avventura interpretava il mio silenzio come
un segno di perplessità, e come un mezzo consentimento alla sua
proposta; io taceva perchè impietrita dalla proposta medesima.
Mio padre si allontanò dicendo che mi dava tempo otto giorni
a decidermi. Ah, Faustino, io non posso più scrivere; ho le
convulsioni nella mano come nel cuore.
=Faustino a Luigia.=
_5 aprile._
Dire che sono stato colpito dalla tua lettera come da un fulmine,
è poco. Tuo padre ha potuto proporti?.... Ah, signor no! Un animo
paterno rifugge dall’idea di un tale sacrificio. Il solo domandarlo
dovrebbe costargli più che il sottomettersi alla propria sventura.
I figli non hanno a portare la pena degli errori dei padri. Chi
fu cagione de’ suoi mali non voglia rimediarli col fare l’altrui
infelicità, ma sappia sopportarli con rassegnazione. Ah, perdere
la mia Luigia! Saperla sposa di un altro! Comprendi tu lo schianto
e la disperazione che mi viene da un tale pensiero? E quel signor
M.* gesuita e codino, venderebbe a simil prezzo il suo beneficio?
Ecco la generosità che corre nel mondo, ecco i moventi delle belle
azioni degli uomini: l’interesse, o il soddisfacimento di mal
concepite passioni. Di’ a tuo padre che io sono sulle furie, e che
l’iniquo e vergognoso mercato non avrà luogo. Guai a lui se vorrà
farti violenza, e mancare alla parola che mi ha data.
=Faustino a Luigia.=
_6 aprile._
Dopo messa alla Posta la lettera di jeri mi sono pentito d’averla
spedita come immoderata e aspra verso tuo padre. Perdonami, Luigia,
perchè io era nel bollore del risentimento quando la scrissi. Ora
più miti consigli parlano in me. Noi dobbiamo pregare e non volere,
dobbiamo commovere e non irritare. Metti in opera con tuo padre
quella soavità di parole e di maniere che tu sola possiedi. Egli
sarebbe ben crudele se persistesse nel suo divisamento. Digli che
ceda ogni suo avere ai creditori, e che un fallimento per disgrazie
non è disonore, come non lo è la povertà che ne consegue. Digli che
mia madre ed io siamo sempre disposti a giovargli in tutto quello
che potremo. Ma in nome di Dio egli desista dal volersi ajutare
con tale espediente ingiusto. Nel cangiamento della sua fortuna
abbia almeno il conforto di vederti felice. Non resista alla voce
dell’amore paterno, e conservi pura la coscienza dal rimorso di
averti sacrificata.
=Luigia a Faustino.=
_9 aprile._
Io ho esaurito ogni argomento che l’amore e il dolore potevano
suggerirmi. Apprezzando le mie ragioni, conoscendo la grandezza
del sacrificio che mi chiede, e compassionandomi ognora, mio padre
non rimane dal supplicarmi e dal dipingermi con tetri colori
la miseria del suo stato. Ma non sarei io sola a patire quando
mi arrendessi alle vostre istanze, gli dissi questa mattina.
Faustino non vi è figlio, egli non ha con voi legami di natura, nè
obblighi di sommissione per dover portare questa croce — Faustino
è un giovine magnanimo, capace d’un sublime atto di virtù, e di
ammirarlo in altri, mi rispose. La pena di rinunciare a te gli
sarà alleviata dall’amore stesso, pensando come tu fosti degna
di averglielo inspirato, e come egli fu degno del ricambio del
tuo. Aimè, quale combattimento nel mio povero cuore! Perchè due
sentimenti egualmente vivi e santi debbono essere in tale contrasto
fra loro, e così fatali l’uno all’altro? Ascoltami, Faustino, tu
sei più grande e più virtuoso di me..... dammi il nobile esempio
del sacrificio... scrivimi una parola non dico di eccitamento, ma
di consenso, o almeno di rassegnazione... ed io farò la volontà di
mio padre. Se tu ti opponi, se tu continui a commovermi col tuo
cordoglio, io torno al partito di resistere. L’amore e la pietà
figliale dovranno cedere; io sarò tua, o di nessun altro.
=Faustino a Luigia.=
_11 aprile._
No, tu non tornerai al partito di resistere; il tuo amore e la tua
pietà di figlia vinceranno. Io sono corso da mia madre a mostrarle
la tua lettera, e abbiamo pianto insieme. «Così doveva fare quella
nobile, quell’egregia creatura, ella disse. Tu non sarai minore di
lei nella virtù del sacrificio.» Mia madre si diede a prodigarmi
i suoi conforti, conoscendo quanto bisogno ne avessi in quell’ora
di mortale affanno. Aimè, Luigia, così dunque dovevano compirsi i
nostri voti e le nostre speranze di felicità? Così dunque doveva
coronarsi il nostro amore di tanti anni, il nostro amore così puro
e costante, che di due anime ne aveva fatta una sola? Crudelissimo
destino! Ma cessino i lamenti. L’affetto che io nutro per mia madre
mi rappresenta quello che tu devi portare al padre tuo. Ebbene,
Luigia, arrenditi alle sue preghiere, e segui la voce che t’invita
all’eroico sacrificio. Io ti sciolgo dalla tua promessa. Dio avrà
compassione di noi, e ci farà trovare qualche lenimento al nostro
dolore nel merito della causa che lo produceva.
=Luigia a Faustino.=
_13 aprile._
Don Aurelio, al quale ho sempre confidato le mie pene, si intenerì
leggendo la tua lettera, e disse approvandola: Non mi aspettava
meno da lui. Il venerando uomo m’incoraggiò a presentarmi subito a
mio padre, perchè io esitava ancora, e temeva che non mi reggessero
le forze per pronunciare io stessa la mia terribile sentenza.
Mi presentai, e l’ebbi pronunciata. Egli risorse da morte a
vita, ma per pietà di me non manifestò tutta la contentezza che
lo possedeva. Ti dirò il vero, il mio dolore tacque vedendo io
serenarsi il volto e l’animo di mio padre. Così mi fosse durata
a lungo l’impressione ricevuta in quel momento. La sera venne
il signor M.* a ricevere la mia promessa. Fu convenuto che il
matrimonio si farà entro un mese, e questa sollecitudine l’ho
domandata io stessa. Faustino, noi non dobbiamo più scriverci. Non
ti dico se potrò e vorrò togliermi dal cuore l’amor tuo. Questo
sarà un secreto fra Dio e me.
=Faustino a Luigia.=
_14 aprile._
Che noi non dobbiamo più scriverci, è cosa dovuta. Che tu possa
e voglia dimenticarmi o no, sia pure un secreto fra Dio e te. Dal
canto mio ti dico apertamente che non posso nè voglio cessare di
amarti. Per me non vi sono più donne al mondo. Luigia fu il mio
primo e sarà l’ultimo mio amore. Se io ti ho perduta, mi rimane la
tua immagine scolpita indelebilmente nel cuore. Ah, di una cosa mi
disdico. Se misuro la tua dalla mia passione, debbo credere che non
ti sarà facile il guarirne anche volendolo. Deh, non lo volere,
non lo tentare nemmeno. Segui tu pure ad amarmi, e non farmene
un secreto. Io ho bisogno di esserne assicurato, perchè questa
certezza sarà il conforto della mia vita. Ti prego di portar sempre
quell’anello che ti ho donato. Scrivimi ancora una lettera, nella
quale io possa leggere che tu secondi la mia preghiera.
=Luigia a Faustino.=
_15 aprile._
Eccoti la mia ultima lettera. L’anello che io porto dal giorno che
me lo donasti, mi uscirà dal dito soltanto dopo morta. Ciò ti dica
se io possa e voglia scordarmi di te. Ah no, Faustino, il nostro
amore, chiuso nel profondo delle nostre anime, non sarà una colpa.
La sventura che lo ha reso infelice sopra la terra, deve cessare
nell’altra vita, dove noi saremo riuniti in eterno, e potremo
amarci senza impedimento.