Scena finale.
Le sorti di Francesco e di Faustino dovevano fatalmente essere eguali,
colla differenza che il secondo contribuì ad una nuova vittoria, e
sopravvisse alcuni giorni alle sue ferite. A San Martino egli ricevette
in viso una scarica di mitraglia, che lo guastò orrendamente e lo
rese cieco. Dopo le prime cure urgenti venne trasportato con altri
disgraziati fino a Brescia, perchè Lonato, Castiglione, Montechiaro e
tutti i luoghi prossimi al teatro della guerra erano pieni di feriti.
Anche Brescia ne aveva un gran numero, che sempre più ingrossava. Molte
case di nobili e di borghesi parevano ospedali. Quella, dove per caso
fu condotto Faustino, ne accoglieva quindici o venti distribuiti in
tre sale, e curati dalla padrona e da qualche sua amica. Diciamo senza
indugio che era la casa del signor M.* il marito di Luigia. Il recente
amor patrio di costui non andava fino al segno di fargli cedere a tale
uso una parte della sua bella abitazione, ma per compiacere alla sposa
vi si era accomodato. Inoltre aveva preso a nolo e messo al servizio
delle ambulanze quante vetture pubbliche si potevano trovare. In opere
di soccorso alle miserie della guerra egli fu prodigo del suo denaro;
gli sia resa questa giustizia.
Faustino, più morto che vivo, non domandò in qual casa lo avessero
ricoverato, e forse non sapeva neppure di essere a Brescia. Luigia,
visitando i nuovi arrivati, fu per cadere svenuta presso il suo letto,
mentre il chirurgo gli toglieva le bende per esaminare le ferite. Essa
lo riconobbe quantunque mutato e pesto in deplorabile guisa. Gli occhi
aveva aperti ma senza vista, la faccia bucata tutta quanta e gonfia
estremamente. Luigia si ritrasse da quello spettacolo miserando per
raccogliere l’animo e le forze di ritornarvi. Il chirurgo giudicò
gravissimo il male. Alcune scheggie di mitraglia, penetrate molto
addentro nella fronte, si potevano estrarre difficilmente, e facevano
temere che qualche organo delicato avessero leso. Coll’assistenza di
un collega operò l’estrazione alla meglio, e circa i suoi timori parve
allora che si fosse ingannato. Il tentare un rimedio alla vista era
impresa disperata, poichè le pupille apparivano colpite d’immobilità
e di offuscamento insanabile. Il giorno dopo l’infermo cessò di
delirare, e si sentì alquanto sollevato. Luigia lo curava colle sue
mani, ma sempre taceva. Una compagna le stava indivisibile al fianco ad
interrogare e rispondere per lei, come se operasse e parlasse una sola
e medesima persona. Gli venne detto che egli era nella sua città nativa
presso una supposta famiglia, di cui fu pronunciato il nome. Giunse Don
Aurelio, e prima di aprir bocca stette un minuto a guardar Faustino
e Luigia alternamente con pietà e doglia estreme. L’uno non poteva
rispondere a’ suoi sguardi e restava impassibile; l’altra vi rispondeva
con tale espressione d’ambascia da spezzare il cuore. Don Aurelio fece
udire la sua voce.
— Ah, il mio maestro! disse Faustino scuotendosi e cercando la mano
di lui. Le parole gli uscivano poco chiare, perchè aveva la bocca
costretta e quasi sepolta nelle fascie. E mia madre? domandò.
— Oggi le scriverò a Novara, e subito si metterà in viaggio.
— Non le date il martirio di vedermi in questo stato; aspettate dopo la
mia morte.
— Tu guarirai, Faustino mio.
— Guarire? non è possibile... voi mi vedete... ed io non posso veder
voi! A che mi gioverebbe la vita senza il bene della luce? Vanno avanti
i nostri? Combattono sotto Peschiera e sotto Mantova?
— Sì, gli Austriaci sono inseguiti al di là del Mincio.
— Ah, l’Italia libera! Io muoio contento. E Luigia è felice? La
visitate sovente? Sa ella che mi trovo a Brescia mortalmente ferito?
— Basta così, Faustino, il chirurgo ha proibito di farti parlare.
— Quanto l’ho amata e quanto l’amo ancora! Sia risparmiata a lei, come
a mia madre, la conoscenza del mio male irrimediabile. Voi solo siatene
testimonio, e quando non sarò più, dite loro che io moriva senza
patire.
Luigia e la sua amica si asciugavano il pianto. Don Aurelio salutò
Faustino fingendo di allontanarsi, ma rimase a vedere la medicatura
delle piaghe. Egli raccapricciò dinanzi a quel volto sfigurato
miseramente, quel volto così bello non ha guari. Lo intenerirono poi
le sollecitudini pietose delle due infermiere, e il modo industre
che adoperavano nel loro ufficio per parere unificate. Don Aurelio
partì disperando della guarigione di Faustino. Infatti il suo stato
peggiorava ad ogni ora. La febbre, il delirio e le trafitture interne
del capo facevano di lui il più crudo governo, e non gli davano che
brevissime tregue. In una di queste Luigia, rimasta un momento senza
la sua compagna, si arrischiò alterando la voce, di rispondere ad una
domanda dell’infermo.
— Dio! esclamò egli animandosi per quanto lo poteva; ripetete, o
signora, la vostra risposta.
Luigia tacque.
— Per pietà, fatemi udire ancora la vostra voce.
Il silenzio non fu rotto. Allora Faustino prese ambe le mani della
sua infermiera e andò tastandole avidamente dove principiano le dita.
Egli riconobbe il piccolo cammeo rotondo, l’anello che aveva donato a
Luigia.
— Bontà celeste, che discopro io mai! Luigia! Parla, parla, te ne
scongiuro.
— Faustino!...
— È lei! La mia Luigia! O Dio, datemi per un istante la vista, ch’io
possa guardarla, e poi fatemi morire tra le sue braccia.
— Faustino!...
— Essere medicato da te! Ed io non saperlo! Ma l’altra pietosa che mi
confortava?
— È una mia amica. Tu sei in casa mia.
— E tu sempre tacere! Non darmi un sentore della tua presenza! Temevi
di cagionarmi tormento o gioja mortale? Ah, tormento no... gioja
mortale, ma dolcissima, immensa...
E le baciava la mano, umettandola di lacrime. Sì, quegli occhi spenti
poterono piangere ancora, ultimo loro pianto. La somma commozione
lo interruppe, e quando fu in grado di continuare, aveva perduto
la memoria della sua scoperta. Disse parole d’incoerenza e di
vaneggiamento. Nella mente disordinata gli passavano idee relative
alle battaglie, ai trionfi riportati, e alla libertà della patria. Gli
pareva di essere al _ronco_ presso il sepolcro del padre, su pei monti
con Francesco, e poi in prigione colla madre. Ora gioiva nominando
Luigia come sua sposa, ora si disperava di averla perduta, e citava le
lettere da lei scrittegli in Piemonte. Il vaneggiamento e il letargo
non lo abbandonarono più. Egli non riebbe la conoscenza neppure alla
voce di sua madre. Miserrima donna, con qual animo gli stavi sopra a
guardarlo, a parlargli, a baciarlo, a struggerti di lui senza ottenere
una risposta!
Alle parti cerebrali dell’infermo si era manifestata una lesione, e
la faccia gli si colorava di un rosso livido infiammato. Dopo cinque
giorni di tale esistenza, egli morì di corpo, come era già morto
di spirito. La madre, Luigia e Don Aurelio accolsero il suo estremo
sospiro.
Faustino riposa nel bel Camposanto di Brescia sotto un modesto
monumento. Due volte la settimana una carrozza si ferma verso sera
nel gran viale dei pini, e ne discendono un prete ed una signora
in gramaglia. Entrano nel sacro recinto, e si prostrano dinanzi al
monumento. Povera signora Elisa! Povero Don Aurelio!