Il duello.
In quella visita, accaduta alla fine di ottobre, furono accettate le
scambievoli proposizioni, e si convenne che il matrimonio avrebbe luogo
fra otto mesi. Faustino potè andare in casa di Luigia, ma non troppo di
frequente, perchè la fanciulla non aveva più la madre, e stava sotto la
custodia di una _bonne_.
Il giorno 14 dicembre Faustino entrò nel caffè sotto i portici
nominato il bottegone, dove un amico gli aveva dato la posta, e non
era ancor giunto. Per aspettarlo, si trattenne in una saletta vuota
di avventori, facendosi portare qualche bevanda ed un giornale. Poco
stante comparvero nello stesso luogo due giovani ufficiali austriaci,
che sedettero ad un tavolino discorrendo fra loro in tedesco. Uno
di costoro disse all’altro: «Non vedo l’ora di essere traslocato
altrove. Questi maledetti briganti Bresciani ci odiano a morte.
Avrebbero bisogno delle lezioni di un altro Hainau». Faustino non
potè contenersi, e con un fremito di sdegno si alzò e proruppe nella
medesima lingua: «Signore, voi siete un tristo, e vi domando ragione
dell’insulto che avete fatto a me e a’ miei concittadini. Che noi
odiamo gli Austriaci è verissimo, ma voi mentite vilmente chiamandoci
con quei nomi ingiuriosi». L’ufficiale era balzato in piedi, mettendo
la mano sull’elsa della spada e imprecando rabbiosamente. Faustino
gli fermò il braccio, e lo tenne come dentro uno strettojo. L’altro
ufficiale cercò invano di calmarli.
— Voi dovete disdire le vostre insolenze, continuò Faustino con accento
risoluto.
— Non mai, urlò l’avversario schiumando di collera. Noi ci batteremo.
— Quando? dove?
— Domani alle otto del mattino fuori di Porta Pila sotto il castello.
— Ma io non possiedo armi.
— Porterò io due eccellenti pistole. Ciascuno verrà col suo padrino.
— Così sia, e siamo intesi.
— Guai a chi manca!
— Guai a chi manca! ripetè Faustino, lanciandogli uno sguardo
fulminante e partendo di là.
Sotto i portici incontrò l’amico aspettato, e gli fece nota l’avventura
pregandolo a volergli servire di padrino.
Non paia strano che il nostro giovane, alla prima occasione di
affronto, si comportasse come un uomo solito alle contese e al farsi
rendere ragione. Non si dica essere stata la sua impetuosa condotta
poco in armonia colla dolcezza della sua natura. A questa dolcezza non
si opponeva l’energia da lui adoperata nell’esprimere il suo giusto
sdegno. Il sentirlo meno, o il manifestarlo pacatamente sarebbe stata
una debolezza prossima alla viltà. Ricordiamoci quali sentimenti
gagliardi egli nutrisse fra i teneri che gli occupavano il cuore.
Ricordiamoci che suo padre, con cento altri patriotti, era stato ucciso
da Hainau, e che ora un miserabile strumento di oppressione augurava a
danno dei Bresciani una nuova tigre di quella fatta.
Faustino andò a trovare Luigia e Don Aurelio, studiandosi di
comparire del consueto buon umore, e vi riuscì bastevolmente. Quel
giorno egli pranzò fuori di casa, e la sera voleva fingere un male
di capo e mettersi a letto per tempo, onde evitare di commoversi e
tradirsi conversando colla madre. Ma questo consiglio lo rigettò,
parendogli significare fiacchezza e crudeltà insieme. Io debbo saper
padroneggiare il mio animo, egli pensava. Io non voglio togliere due
ore di compagnia a mia madre, che è forse alla vigilia di perdermi
per sempre. Anzi questa sera mi tratterrò più lungamente con lei, e
domani ne comprenderà il motivo. La signora Elisa lavorava dinanzi ad
un piccolo tavolino rotondo, sul quale stava una lucerna col globo di
vetro smerigliato. Prima di sedere presso la madre, Faustino accese
una candela, e si mise in disparte a squadernare un album collocato
sopra un altro tavolino. Col proposito di voler evitare le commozioni,
si abbandonava invece a suscitarle, e ne sentiva una sorta di voluttà
tormentosa. I suoi occhi non erano attenti al libro, ma rivolti
furtivamente alla madre. Qual nuovo dolore io le preparo, diceva
tra sè medesimo; quante lacrime dovrà spargere ancora? Che sarà di
me, che sarà di lei domani? O vincitore o perdente, o vivo o morto
che io rimanga, uno strazio acerbo è riserbato al suo cuore. O il
sepolcro mi torrà a lei per sempre, o la fuga e l’esiglio per lungo
tempo. Mia povera madre! Ma non dipenderebbe da me il risparmiarle un
tale supplizio? Chi mi obbliga di cimentare la vita con quel tedesco
marrano? Non potrei io astenermi dall’andare al convegno, e beffarmi
di lui? Questa idea gli fece comparire il rossore alla fronte. Io
commettere una simile vigliaccheria? continuò a pensare. Io venir meno
alla data parola, e alle leggi dell’onore? Non sarà mai! E l’ira che
m’infiamma dovrà forse tacere? Non ardo io d’impazienza di castigare
colui? E se la perizia o la fortuna gli daranno invece la palma? Non
m’importa. Sia pur bella e preziosa la vita, mi consoli pure l’amore di
mia madre e quello di Luigia, abbiano pure le due dilette un disperato
cordoglio per mia cagione, ma domani si compia ciò che è scritto
in cielo. La signora Elisa, tenendo sempre gli occhi abbassati sul
lavoro aveva composto in questo momento le labbra al sorriso. Ella non
ha sentore della sventura che le sovrasta, seguitò Faustino nel suo
mentale soliloquio. Immagini liete le passano per l’anima, e la fanno
sorridere. Chi, se non io e Luigia, può esserne la causa? Fuori di
quelle che le vengono da noi, essa non ha al mondo altre consolazioni.
E domani le sarà recata la novella.... Ah tristissimo pensiero! E se
io la disponessi a riceverla senza desolarsi? Mi mancano forse buoni
argomenti? Sì, voglio aver fede nella sua ragione e nella forza del suo
animo. Ella non potrà disapprovare ciò che ho fatto, nè distogliermi
dall’incontrarne le conseguenze. Una nuova riflessione lo ricondusse al
partito di tacere. No no, io non oso promettermi che vi acconsenta. Ho
supposto in lei dei sentimenti che una madre non può avere, molto meno
una madre di unico figlio. Ella sarebbe rassegnata al vedermi partire
per combattere i nemici della patria, ma non mai per cimentarmi in un
duello. Il suo materno cuore addurrebbe tali ragioni potenti, che le
mie cadrebbero come stolti sofismi. Le sue carezze, le sue preghiere,
il suo pianto finirebbero col farmi mancare.... no, sull’onor mio non
mancherò. Quindi mia madre non sappia nulla.
Egli andò a sederle accanto, e parlarono di Luigia, del futuro
matrimonio, della felicità aspettata, e di altre cose famigliari
e geniali, accompagnate di espansioni affettuose. La signora Elisa
non ebbe il minimo indizio per sospettare che il figlio chiudesse
nell’animo un disturbo, non che una guerra così tremenda, tanto egli
seppe sorvegliarsi e governarsi accortamente fino al momento che si
furono separati. Faustino invitò Francesco a seguirlo nella sua camera,
dove gli raccontò l’accaduto.
— È un affare molto serio, disse tutto conturbato il servo fedele. Ma
conta lei di battersi?
— Senza alcun dubbio.
— E se io non volessi?
— Via, non è tempo di scherzare.
— Dio mi castighi se non dico di buono. Lei non si batterà.
— La stessa mia madre non basterebbe ad impedirmelo.
— La sua signora madre non sa l’occorso, ed io lo so. Non doveva
confidarlo neppure a me. Che dico io? Anzi ringrazio il cielo che gli
abbia mandato la buona ispirazione.
— Tu mi dispiaci con questi sgomenti da femminetta. Dov’è l’animo di
Checco?
— Non si tratta di me, signore; io tremo per lei e per sua madre.
Ah, cane ribaldo austriaco! Aver piacere di quanto Hainau ha fatto ai
Bresciani! Chiamarli maledetti briganti! Or bene, facciamo una cosa.
Lei viene sorpreso questa notte da un’improvvisa malattia, e quindi non
può recarsi domattina al luogo del ritrovo. Ci vado io in cambio.
— Checco mio caro....
— Mi lasci finire. Lei mi presta alcuni suoi panni, affinchè io non
sembri quello che sono, e colui non abbia il pretesto di ricusarmi come
sostituto. In quanto ai modi e al discorso io spero di elevarmi per un
quarto d’ora al segno da non parere un servitore. Così l’affare me lo
prendo sopra di me, e il tedesco lo acconcio io pel dì delle feste.
— Non ne facciamo nulla, mio impareggiabile Checco, disse
abbracciandolo. I propositi scellerati del tedesco hanno ferito le mie
orecchie, e tocca a me di trarne vendetta. Spero di aggiustarlo io pel
dì delle feste. Ecco venuta l’occasione di giovarmi delle lezioni di
bersaglio.
— Vivaddio, e perchè mettermi a parte di questo avvenimento?
— Perchè ti voglio bene, disse Faustino pigliandolo amorevolmente per
mano, perchè tu comprendi che il duello non può tralasciarsi, e perchè
tu mi accompagnerai sul terreno.
— Questo s’intende. Ma sua madre, sua madre! Sventuratissima signora!
Mi crederà ella complice di un tal fatto? Vorrà ella persuadersi che
ho cercato d’impedirlo? Deh, signor padrone, pensi che potrebbe restar
morto sul colpo.... o ferito gravemente.... Se ciò avvenisse....
perdio! colui non rientra più in Brescia. O si batte anche con me, o
lo strozzo là come un pollastro. Aimè, che cosa mi è toccato di sapere
questa notte! Ho le convulsioni in tutto il corpo.
— Lasciami, Checco mio, chè debbo scrivere alcune lettere. Fa di essere
pronto domani alle sette.
— Lo sarò di qualunque ora, perchè io non dormo più.
Rimasto solo, Faustino scrisse alla madre, a Luigia e a Don Aurelio;
fece alcuni altri preparativi, e poi si coricò. Il mattino all’ora
prefissa tutti si trovarono sul campo. Esaurite le pratiche di uso, i
due avversarii si collocarono alla distanza convenuta, e fecero fuoco.
Faustino fu toccato leggermente nel braccio sinistro, ma l’ufficiale,
colpito nella fronte, cadde per non più rialzarsi. Checco respirò, e
gli disparve dal volto l’aria torbida che lo infoscava.
— Addio, gli disse Faustino quando si furono allontanati dalla scena;
io vado all’estero senza indugiare un momento. Nella mia camera sopra
il tavolino vi sono tre lettere, che tu darai a mia madre. Confortala,
e dille che appena giunto in salvo le scriverò.
— Signor padrone, io non mi separo da lei se non quando avrà passato il
confine, soggiunse Checco risolutamente. La polizia austriaca veglia
e ghermisce da per tutto. Ci mancherebbe che lei cadesse ne’ suoi
artigli. È inutile che mi contrasti. La sua signora madre le troverà da
sè le lettere sopra il tavolino.
— Ebbene, andiamo. Io terrò conto anche di quest’altra prova del tuo
amore.
— Eh, che conto! Dove pensa di recarsi?
— Nella Svizzera.
— Va bene. Io sono pratico dei luoghi, e vi arriveremo senza intoppi.
La via della Valtellina è troppo lunga; piglieremo quella di Como.
Furono presto alla stazione della strada ferrata senza passare per
Brescia. Alcune ore dopo discesero a quella di Porta Tosa, e poi
salirono all’altra di Porta Nuova presso Milano, per finire all’ultima
della Camerlata. Al di sopra di Como presero certi sentieri attraverso
i campi, e quindi misero piede sul territorio di Mendrisio. Con qual
animo poi si dividessero, lo pensi il lettore. La sera del giorno dopo
Francesco rientrava in Brescia.
— È salvo, è salvo, disse alla sua padrona che stava in compagnia di
Don Aurelio.
— Ah, Checco, non ti avrei creduto capace di secondare Faustino in
questo orribile fatto, disse la signora Elisa con severità mista alla
costernazione.
— Secondarlo? Ecco l’accusa che io temeva. Il cielo mi è testimonio
della opposizione che gli ho fatta, ma inutilmente. Egli stette fermo
come una rupe. Mi era nato perfino il pensiero di chiuderlo in camera,
ma sono persuaso che avrebbe rotto l’uscio, o si sarebbe calato dalla
finestra piuttosto che mancare al convenuto. La signora avrà trovato
delle lettere.
— Sì, le ho trovate.
— La ferita di Faustino è veramente leggera, come si racconta? domandò
Don Aurelio.
— Un’inezia. Egli ebbe rotta la manica e sfiorata la pelle, ma
l’altro....
— Taci, lo interruppe la signora Elisa, aggiungendovi un cenno della
mano. La polizia venne per arrestare Faustino.
— Quale semplicità! Credeva forse la polizia che egli stesse ad
aspettarla? Noi abbiamo dormito la scorsa notte a cento miglia di qua.
— Tu non mi hai detto ancora dove si è rifugiato.
— Nel Cantone Ticino, d’onde passerà in Piemonte. Fra due o tre giorni
la signora avrà sue notizie.
— Ti ringrazio che lo hai accompagnato, e sei stato partecipe de’ suoi
pericoli. Mi dispiace di averti fatto torto, aggiunse per cancellare in
lui l’impressione dell’immeritato rimprovero.
Checco non avrebbe avuto pace, se quelle parole non venivano a
dargliela.