Ancora il bersaglio.
Venuta la primavera, la signora Elisa tornò a stabilirsi al _ronco_, e
fece subito piantare due cipressi vicino al nuovo sepolcro, senz’altro
indizio di funebre ricordanza. Francesco le aveva manifestato che il
corpo di suo marito era stato ritolto ai rapitori. Tale annunzio fu da
lei ascoltato esultando ed esclamando di gratitudine verso il servo ed
il _ronchiere_, che avevano racquistata la cara spoglia con tanta prova
di devozione ingegnosa, e con tanto pericolo di sè medesimi. Se avesse
poi saputo il fatto del capitano! Ma Francesco era persuaso che essa
pure lo avrebbe condannato, e perciò rimase un secreto eterno fra lui e
Don Aurelio. Faustino ricominciò le sue discese alla città, ed entrava
palpitando nella casa del maestro, o per meglio dire di Luigia, giacchè
era lei che suscitavagli quei rapidi battimenti di cuore. Benchè ogni
giorno progredisse il loro attaccamento, i giovinetti erano cauti
nel celarlo agli occhi altrui, per quella ritenutezza naturale, per
quello scaltrimento prudente che è istinto di tutti, ma più ascoltato
dagli educati. Luigia non aumentò le sue visite. Soltanto a misurati
intervalli procurava a sè stessa e all’amato la consolazione di
trovarsi un momento vicini e ricambiarsi alcune parole in presenza di
Don Aurelio o di Marta. Ciò che non tralasciava era di star pronta alla
finestra quando Faustino partiva, sua consuetudine occulta un tempo,
ma ora conosciuta dall’altra parte interessata. Il giovinetto levava il
capo passando, e succedeva lo scambio d’uno sguardo e d’un sorriso che
dicevano tutto. Luigia si ritraeva subito, e Faustino proseguiva la via
senza voltarsi indietro.
Si ricominciò pure l’esercizio del bersaglio. Il primo giorno Francesco
ebbe un bel da fare a disruginire la carabina, che pareva tolta dal
magazzino di un ferravecchj.
— Dov’è l’altra pistola? domandò Faustino vedendo che mancava.
— Dirò.... l’altra pistola.... rispose Checco imbarazzato, e cogli
occhi abbassati sulla carabina, che fregava con più energia. Ecco il
fatto, piuttosto serio, se si vuole.... ma adesso che è passato non
ci penso più. Era il capo d’anno, e faceva un freddo indiavolato....
però giornata serena e sole lucido, benchè senza calore. Andiamo lassù,
dissi fra me, a visitare la nostra armerìa. Così mi distrarrò un poco
arrampicandomi sulla montagna.... si figuri se io era contristato in
quel tempo! Dunque arrivo qui, e cavo fuori le armi dalla tana. Allora
non erano coperte di ruggine come adesso. Mi venne voglia di sparare
alcuni colpi.... perchè io amo il rumore del fuoco e l’odore della
polvere. Caricata una pistola, tiro il grilletto, e pum! Che avvenne?
Quella sciagurata mi si ruppe in mano....
— Aimè, disse Faustino.
— Non si turbi, giacchè non mi fece alcun male. E sì l’accidente fu
grave.... la canna ebbe una fenditura da cima a fondo, ma senza mia
offesa. Solamente provai un forte scuotimento al braccio.... Quello,
dico io, è stato un vero miracolo.
— Senz’altro, povero Checco. Va là che l’hai scampata brutta. E la
pistola dove finì?
— La gettai dentro una macchia, discendendo il monte. Ora a noi,
continuò Francesco dopo nettata e caricata la carabina. Il primo colpo
lo tiro io per provarla. Benissimo, lo scoppio è stato pieno, deciso e
sonoro.
— Tu hai colto proprio nel mezzo del bersaglio.
— La è una fedele arma antica, ma soda e robusta come se fosse nuova.
Esce dalla fabbrica dei nostri Paris e Cominazzi di Gardone, celebri
perfino in Turchia.
Faustino, stando inginocchiato e qualche volta disteso per terra, fece
una ventina di scariche, il più delle quali con buon successo. Dopo si
dedicarono ad un’altra faccenda, cioè alla colazione.
— Il padroncino, durante le vacanze, non ha perduto niente della sua
abilità, disse Checco estraendo dalla valigia le provvisioni.
— Se venisse l’occasione, io potrei dunque fare le mie prove? Uccidere
gli Austriaci in battaglia debb’essere un godimento.
— Solo in battaglia? domandò Checco simulando il distratto.
— Come? Forse in una sommossa popolare? Ma sicuro! Anche quella è una
specie di battaglia. Essi sono armati, e noi pure lo siamo. Quindi
fuoco da una parte e dall’altra.
— E non si potrebbe senza rimorso, ammazzare un Austriaco fuori del
caso di guerra? Non so perchè mi nasca un tal dubbio.
— Vuoi tu dire in una rissa? In un duello?
— No, assalendolo di notte.... o di giorno all’impensata.
— Sarebbe una viltà, un tradimento.
— Supponiamo che questo Austriaco fosse un nefando briccone, che avesse
commesso egli medesimo un tradimento, e fatto patire lungamente alcuni
innocenti.....
— Tanto peggio per lui, ma un assassinio non è giustificabile in verun
modo.
Francesco sentiva nel suo animo questa verità, come debbono sentirla
tutti gli onesti. Ma pure avrebbe desiderato di udire un’altra
sentenza, almeno dal fanciullo per amore del quale era trascorso
all’assassinio. Egli non avrebbe dato gran peso a tale sentenza, perchè
non cercava una giustificazione al suo delitto, ma solo un compatimento
ed un sollievo momentaneo alla sua coscienza. Essendogli mancato
questo refrigerio, volle procurarselo in altra guisa indipendente
dall’opinione e dal giudizio altrui. Dopo una transazione di discorso,
entrò a dire:
— Mi sembra che la sua signora madre non abbia ancora riacquistato il
colorito e l’aspetto prosperoso di prima.
— È vero pur troppo. Io temo sempre che si ammali.
— Questo poi no; la gran burrasca è passata. Non è un bel complimento
ma anche il signorino ha tuttavia la ciera alquanto sparuta.
— Me lo dice pure lo specchio. Gli effetti di una dura prigionia non si
cancellano così tosto. Ah, se abbiamo penato!
— E senza il conforto di stare insieme, e farsi animo a vicenda. Come
sarà loro parso lungo il tempo.
— Ti lascio immaginare.
— Chiuso in un piccolo spazio murato, colle finestre sbarrate di ferro,
doveva essere un supplizio per lei avvezzo al moto libero e all’aria
aperta della campagna. Non avere neppure un libro per occupare il
pensiero. E poi la privazione di tutti i loro comodi.
— Anzi delle cose le più necessarie. Ti dico la verità che mi sono
augurato molte volte di morire.
— E perchè sottomettere alla pena dei malfattori due anime degne
invece di benedizioni e di felicità? Perchè vollero possedere gli
avanzi mortali della persona che più amavano al mondo, della persona
iniquamente uccisa dagli autori medesimi dei loro tormenti.
— Mercè tua quegli avanzi diletti li possediamo ancora, disse il
fanciullo abbracciando con trasporto e baciando Francesco.
— E non fu sommamente malvagio chi denunziò il fatto alla polizia?
— Sì, malvagio sommamente. Che doveva importare a lui se la vedova ed
il figlio dell’ucciso ne custodivano presso di loro le amate spoglie?
Il delatore sarà stato, io penso, uno degli uomini che le portarono al
_ronco_. La speranza di un premio lo avrà sedotto.
— E la sua signora madre sospetta pure così?
— No, perchè, secondo lei, quegli uomini erano tutti fidati; e poi
non avrebbero indugiato tanto tempo a commettere la perfida azione.
Mia madre dice che la polizia ha tanti altri mezzi per conoscere un
secreto.
— Comunque sia, il signorino conviene con me che lo spione meritava...
che fu insomma un esecrabile scellerato.
— Il cielo sicuramente lo punirà.
— Potrebbe darsi che lo avesse già punito...
Ecco per qual modo Francesco tentava di attenuare il suo misfatto, e
di far tacere il verme roditore della coscienza. Egli otteneva infatti
una tregua ricordando la perversità del capitano, e frugando nei dolori
delle sue vittime. Quasi gli pareva allora di essere stato non altro
che lo strumento della vendetta celeste.