XIII.

L’innondazione del Mella.

Sullo scorcio di luglio la signora Elisa andò a soggiornare in

un’altra sua villetta situata fra Urago e Collebeato a quattro

miglia da Brescia verso occidente. Don Aurelio accettò volentieri di

tenerle compagnia, e così non interruppe l’istruzione di Faustino.

Il giovinetto sentì rincrescimento di non dover ricevere per un

pezzo le lezioni in casa del maestro. Luigia aveva saputo ciò che

stava per accadere, interrogando Marta che allestiva un baule pel

suo padrone. A tale notizia fu penetrata del medesimo rincrescimento

di Faustino. Questi aveva preparato da alcuni giorni un biglietto,

e per ricapitarlo aspettava l’opportunità, non senza temere che gli

mancasse. Ma l’opportunità non mancò, e l’atto venne compito con

mano tremante e con violenta pulsazione di cuore. Era per Faustino un

ardire di nuova specie, una sorta di dichiarazione amorosa che metteva

in quell’istante i suoi spiriti in tumulto. La fanciulla scomparve

per leggere il biglietto così concepito. «Io desidero di tornare il

più presto possibile a prendere lezione in questa casa, dove provo

delle consolazioni... Il mio pensiero volerà qui infinite volte, e mi

conforterò intanto colle sue illusioni. La saluto di cuore». Luigia

ebbe carissimo questo scritto, e lo lesse replicatamente. Però le parve

troppo breve, e non abbastanza chiaro. Avrebbe voluto trovarvi qualche

cosa di più deciso e di più significante. Faustino doveva dire, per

esempio, che le consolazioni gli venivano da lei, dirlo senza bisogno

d’interpretazione. E poi che male ci sarebbe stato a mettervi qua o

là la parola amore? Fu tentata di rispondergli, ma una voce interna

l’avvisò di astenersene. Faustino aveva fatto bene a scriverle quella

letterina, ma essa non doveva ricambiarlo, sebbene fosse persuasa

che gli avrebbe con ciò ricambiato anche il piacere da lei provato.

La ragione di tale ritenutezza non sapeva propriamente trovarla. In

lei principiava l’azione di quel freno istintivo che in fatto d’amore

contiene la donna al di qua della libertà concessa all’uomo. Fare dei

sacrifici, molto sentire e poco manifestare, ecco la sua condizione,

che spesso è salvaguardia di gravi errori. Luigia nascose il suo

tesoretto in luogo sicuro, e il giorno dell’ultima lezione si trovò

alla solita finestra quando Faustino partiva. Questa volta non vi

era il sorriso sulle loro labbra, nè la serenità nei loro sguardi,

prolungati oltre l’usato.

La signora Elisa villeggiava dunque alla _breda_. Con questo

nome chiamano i Bresciani ogni podere poco vasto, situato nelle

pianure circostanti alla città. La casa era fabbricata in un

luogo piacevolmente solitario, alla quale si arrivava per un viale

fiancheggiato di alti pioppi. Il terreno consisteva in duecento

pertiche, diviso in vari pezzi coltivati a gelsi, viti e cereali. Don

Aurelio sentivasi ringiovanire abitando alla campagna con quelle amate

persone, di cui si studiava divertire le dolorose memorie colla sua

conversazione quando spiritosa e quando erudita, ma sempre allettevole

e sparsa di grazie. La signora Elisa ne ritraeva realmente un sollievo;

la sua quiete non era tutta effetto di quella legge sociale che

prescrive di non rattristare gli ospiti colla tristezza nostra. Le

voci del dolore aspettavano a parlare in lei allorchè, per mancanza di

distrazioni e di testimonj, la trovavano disposta ad ascoltarle. Tutte

le sere, al rinfrescarsi dell’aria, i tre villeggianti facevano una

passeggiata nei contorni, e specialmente sull’argine del Mella poco

discosto dalla casa. Questo torrente nella stagione più calda rimane a

secco, e soltanto in alcuni luoghi bassi contro le sponde conserva un

po’ d’acqua lenta o stagnante, che ogni giorno va calando essa pure.

Sicchè il Mella in estate sembra un immenso deposito di ghiaja e di

ciottoli lucenti e infuocati dal sole. Chi avrebbe mai pensato che un

mare di acqua dovesse scorrere sopra quel letto che il giorno prima

si attraversava a piedi asciutti? Un mare di acqua precipitosa, che

imperversando rabbiosamente soverchiò e ruppe i ritegni, versandosi

ad inabissare i campi di cento comuni. Tanto accadde sventuratamente

a rovina e lutto di una parte della provincia bresciana. La notte fra

il 14 e il 15 agosto del 1850 si scatenò il più spaventoso uragano

che ricordino le memorie di Lombardia. Enormi macigni, staccatisi

dai monti, precipitarono nella Val Trompia dove passa il Mella,

e sviarono col loro ingombro il furioso torrente già gonfio dalla

tromba diluviale. Il ruggire del vento si confondeva con quello delle

onde, il rumore del tuono con quello dei massi cadenti e rotolanti

a precipizio. Lo schianto degli alberi, il crollare delle case, lo

sconquasso e il travolgimento delle masserizie, le grida delle persone

disperate, il muggire lamentoso degli armenti trascinati dalla piena

accrescevano l’orrore di questo cataclisma rischiarato ad intervalli

dalla tetra luce dei lampi. Ogni prova di coraggio e di abnegazione,

ogni tentativo ardimentoso per mettere un qualche freno all’incollerito

elemento riuscirono vani. La carità di ajutare i sommersi ne accrebbe

il numero, vittime lacrimevoli le une non meno delle altre. Qual notte

d’inferno! Ma venne il giorno ad illuminare quella scena in realtà più

tremenda e più desolante di quello che in mezzo alle tenebre avesse

potuto dipingersi alle atterrite fantasie. Allora si videro galleggiare

cadaveri di persone e di bestie sopra le acque torbide e frementi

tuttavia; si videro alberi, legnami, cumoli di strame, attrezzi rurali

e suppellettili d’ogni sorta. Allora si videro ponti disfatti, strade

franate e confuse coi campi, tutta la pianura sparsa di sassi e di

macerie, ogni vestigio di coltivazione scomparso, un caos, un deserto

generale. E quello era un giorno di solennità religiosa dedicato alla

gran Madre di Dio, il giorno della sua assunzione al cielo. Quanti

dei fedeli che lo avranno invocato preparati a celebrarlo divotamente

si trovavano adesso senza tetto, senza vestiti e senza pane. Nei

successivi giorni si manifestarono sempre più le conseguenze di questo

fatale disastro, le quali dopo dieci anni non sono ancora dileguate

interamente.

Affrettiamoci a far conoscere la situazione dei nostri personaggi nel

frangente di quella notte spaventevole. Quand’anche avessero potuto

prevedere l’imminente catastrofe, il vento turbinoso e la pioggia

cadente a rovesci non permettevano loro di abbandonare la casa, che

ben presto fu allagata fino all’altezza di due braccia. Si rifugiarono

al piano superiore, dove li feriva lo strepito sordo e lontano del

rovinio che abbiamo tentato di descrivere. A poco a poco lo udivano più

distinto e commisto ai clamori dei pericolanti e alle grida di soccorso

che partivano dalle case più prossime. Francesco, al principiare

della tempesta, era accorso a qualche luogo più minacciato, ma vista

l’impossibilità di giovare e pensando a’ suoi padroni, retrocesse

indi a poco immergendosi nella piena fino alla cintura. Per verità i

suoi padroni non correvano rischio in una casa edificata solidamente,

intorno alla quale non potevano le acque molto alzarsi, avendo aperto

lo sfogo della vasta e declinante pianura. Il giovane, in mezzo

alla pietà del prossimo e alla costernatone per la sventura generale

sentiva destarsi vivamente gli affetti del sangue, e stava turbato sui

pericoli della sua propria famiglia. L’amore verso i suoi padroni non

aveva in lui diminuito quello che portava alla madre ed ai fratelli.

Ora il pensiero che essi abitavano là dove il Mella doveva avere più

imperversato, lo rendeva sommamente inquieto. Non ancora ritirate del

tutto le acque, egli volle recarsi al nativo paese di Tavernole, e vi

giunse a fatica per vie quasi impraticabili, rattristando ad ogni passo

lo sguardo sulle rovine, e udendo racconti di miserie estreme. La sua

piccola possessione, la casa e la fucina erano guaste bensì, ma non al

segno di tante altre del circondario. La madre ed i fratelli non ebbero

a soffrire alcun male nella persona, dallo spavento in fuori. Dopo

aver avvisato con essi circa il modo di riparare i danni, dopo averli

confortati e regalati del risparmio sul suo salario, egli rifece il

cammino fra il medesimo spettacolo affliggente.

A Brescia tutti i cittadini erano angustiati. Marta, da quattro giorni

dopo il disastro, non sapeva ancora niente di Don Aurelio nè degli

ospiti suoi. Luigia andava mattina e sera ad interrogarla con ansietà,

e sempre udiva la medesima risposta d’incertezza. Oh Dio, se egli

si fosse annegato! pensava la fanciulla, discolorando a quell’idea.

Finalmente capitò Francesco a quietare la governante, che alla sua

volta quietò Luigia. Egli si recava alla casa di città e a quella

del _ronco_ per radunare biancherie, coperte e capi di vestiario da

distribuirsi ai danneggiati più bisognosi. Inoltre la signora Elisa

fece elemosine considerevoli di danaro e di grano. La carità pubblica

si destò e operò alacremente non solo nella provincia di Brescia e in

tutta la Lombardia, ma in altre parti d’Italia e più nel Piemonte, che

nutriva pei Bresciani una speciale simpatia. Il governo austriaco non

diede un soldo del suo. Egli si degnò di permettere che si facessero

collette nel nostro paese, ma negli altri dell’impero no. Eppure fu

questuato parecchie volte fra noi per infortunj accaduti in Boemia

ed in Croazia. Il Lombardo-Veneto doveva dar sempre, e non ricevere

mai. Meglio così. Noi domandiamo se i Bresciani, nobilmente sdegnosi,

avrebbero ricevuto volentieri la carità degli Austriaci.

Un'eroica famiglia bresciana - Fiero misfatto e fiera vendetta · 第 18 / 31 题