La vendetta. — La liberazione. Le congratulazioni.
Il primo giorno dell’anno 1850 per un freddo intenso e calcando
sentieri agghiacciati e sdrucciolevoli, Francesco saliva al luogo del
bersaglio. Tratta dal nascondiglio la migliore delle due pistole, se
la pose in tasca, e discese al _ronco_ già da lui abbandonato dopo
l’imprigionamento de’ suoi padroni. Visitò il nuovo e secreto sepolcro,
sul quale era spuntata e poscia inaridita dal gelo qualche erba,
girò i viali bianchi di brina, guardò gli alberi nudi e luccicanti
di ghiacciuoli, provando nell’anima sconsolata anche quel senso di
tristezza che nasce all’aspetto della squallida e intorpidita natura.
Entrato in casa, passò dall’una all’altra camera, tutte fredde,
silenziose e spiranti la mestizia del deserto. Diede uno sguardo
affannoso al letto della signora Elisa ed a quello di Faustino, e si
allontanò esalando sospiri. Chiuso dappoi in un gabinetto, si diede
a pulire accuratamente dalla ruggine la pistola, e involtala in un
fazzoletto, se la ripose in tasca. Quindi transitò alla casetta rustica
del _ronchiere_, sedette al desinare della famiglia, e sull’imbrunire
si restituì alla città.
Francesco era intimamente persuaso, che il capitano austriaco avesse
veduto il sepolcro, e fosse stato il delatore della signora Elisa. Non
ci voleva un gran criterio per penetrare questa verità. Egli ravvisò in
seguito il traditore che stava in crocchio con altri ufficiali dinanzi
una bottega di caffè. A tal vista si sentì rimescolare il sangue nelle
vene, e accolse l’idea di mandarlo all’altro mondo, idea sempre più
fissa e dominante a misura che tardava la liberazione dei prigionieri.
Egli aveva ben meditato e maturato il progetto, era giunto a conoscere
le pratiche notturne e la dimora del capitano, il tutto colle proprie
osservazioni fatte accortamente senza prender lingua nè seminare
sospetti. Già da tre notti a tarda ora si metteva in agguato presso
l’abitazione di colui, ma per un accidente o per l’altro non aveva
potuto fare il colpo. Alla quarta non vi fu ostacolo, e camminando
all’incontro dell’insidiato, lo freddò sull’istante piantandogli una
palla nel petto. Gettata l’arma e datosi a correre per contrade e per
vicoli deserti, si ridusse inosservato a casa.
L’uccisione di un ufficiale doveva produrre nelle autorità civili,
e più nelle militari un gran commovimento, e molta sollecitudine di
scoprire il reo. Ma come venirne a capo? Era vendetta privata, o
dimostrazione di rabbia contro il governo? Chi erano i nemici del
capitano? Che aveva egli fatto per armare contro di sè il braccio
di un assassino? Nessuno sapeva niente. Il commissario superiore
di polizia, che aveva ricevuto in secreto la delazione del capitano
a carico della signora Elisa, era morto di malattia un mese prima.
Sicchè l’avvenimento di quella notte restò un arcano impenetrabile per
tutti. La polizia, per darsi l’aria di zelo, catturò qualche innocente,
fondandosi sopra vaghe supposizioni. Vi furono minacciosi proclami
militari e nuovo apparato di forze per la città, ma poi non se ne fece
altro.
Francesco aveva covato e predisposto il suo delitto senza inquietarsi
delle conseguenze. Non fu così quando lo ebbe consumato. La coscienza
principiò a tormentare la sua anima buona. Egli udiva sempre nella
mente il cupo rumore che fece cadendo il capitano, e il gemito che
mandò nel morire. Invano si ricordava d’aver ucciso senza rimorso
altri soldati in battaglia; molto diversa gli pareva essere la
circostanza. Invano si rappresentava la scelleraggine di colui, e i
mali che aveva prodotti. Ma toccava forse a me di vendicarli, e in tal
modo? E li ho io fatti cessare per questo? E i poveri incolpati del
mio delitto, e arrestati a torto? E lo sbigottimento che fu sparso
nei cittadini per mia cagione? Così egli pensava dolorosamente,
e sempre più cresceva il suo turbamento. In casa di Don Aurelio
non compariva da parecchi giorni, e invece di distrarsi cercava la
solitudine, o errava concentrato e sconvolto nell’aspetto. Guai a
lui se vi fosse stato il minimo indizio, la più piccola prevenzione
per sospettarlo dell’accaduto; col suo contegno strano avrebbe
cangiato i dubbi in certezza. Non potendo più vivere così oppresso
dai rimorsi, andò a prostrarsi dinanzi a don Aurelio, e sotto il
suggello sacramentale della Penitenza, gli palesò il proprio misfatto,
invocandone l’assoluzione. Il confessore ascoltò prima la turpe azione
del capitano, e per tal modo conobbe il misterioso accusatore della
signora Elisa. Quindi udì la confessione dell’omicida, passando dal
ribrezzo che desta un delitto di sangue al compatimento per la causa
onde fu commesso, e per la compunzione sincera del reo. Don Aurelio
fece il suo debito di sacerdote e di uomo savio parlando in questa
guisa: Per quanto fosse grande la tua affezione verso i tuoi padroni,
e grande lo sdegno contro l’autore della loro sciagura, tu non dovevi
mai cadere in tanta enormezza. Egli appartiene alla giustizia umana il
castigare le iniquità dei tristi, e a quella divina allorchè restano
impunite sulla terra. Tu hai vendicato il delitto col delitto; ecco
perchè la coscienza ti affanna co’ suoi terrori. Nondimeno, figlio
mio, metti in calma lo spirito, e confida nella clemenza del Signore,
al quale domanderai perdono del tuo grave peccato. In quanto a me,
per la facoltà che mi accorda il mio ministero, e in riguardo del tuo
pentimento, te ne do l’assoluzione.
Intanto era venuto da Vienna l’ordine espresso di lasciare in libertà
i due prigionieri. Don Aurelio si allontanò ancora da Brescia, con
maraviglia e dispetto di Marta, la quale non potè mai sapere il
perchè di quelle due assenze del suo padrone. Questa volta andò a
ringraziare il vescovo del favore ottenuto, come l’altra era andato
per domandarlo. Don Aurelio non parlò mai con nessuno del passo da lui
fatto a vantaggio de’ suoi cari. Questo silenzio fu l’effetto della
propria modestia, e insieme di un riguardo squisito verso la signora
Elisa, la quale doveva certamente aver più caro che la sua liberazione
fosse avvenuta per atto spontaneo del tribunale, di quello che per
grazia concessa alle preghiere altrui. È vero che ella, ignorando
l’opera dell’intercessione, non poteva dimostrare a’ suoi benefattori
la propria gratitudine, ma questa era una lieve perdita per Don Aurelio
e pel vescovo suo amico. Le anime buone si appagano dell’idea d’aver
fatto il bene, e non pretendono ai ringraziamenti.
La signora Elisa si sarebbe restituita volentieri al _ronco_ per
amore della solitudine, ma vi rinunciò, non tanto perchè il gennaio è
contrario al soggiorno della campagna, quanto perchè non voleva nella
fredda stagione esporre il figlio ai soliti viaggetti per recarsi a
scuola. Dal tornare al _ronco_ la distoglieva pure il pensiero che
le avevano rapito il cadavere dello sposo, ignorando ella ancora
che Francesco lo avesse ricuperato. Si fermò dunque nella sua casa
di città. Tutti gli amici e conoscenti venivano a manifestarle
come fossero lieti della sua liberazione. Egualmente facevano molti
_ronchieri_ uomini e donne suoi beneficati; sicchè per due settimane
fu una continua processione. Grande conforto nei mali sono le altrui
dimostrazioni di compianto mentre essi durano, e di gratulazione
allorchè sono cessati. Chi non ha saputo inspirare amore e stima tanto
da meritarsi queste dimostrazioni, deve sentire molto i suoi infortuni
e poco le sue prosperità, vedendo che nessuno prende parte nè agli uni
nè alle altre.
Luigia si era tutta consolata, e aveva lasciato quella distrazione e
quella svogliatezza di cui si lagnavano qualche volta i suoi maestri
di lettere e di pianoforte. Non vedeva l’ora che Faustino tornasse a
prendere lezione da Don Aurelio, e le pareva assolutamente dovuto di
dirgli alla prima occasione: Mi congratulo con lei e con sua madre che
abbiano finito di patire. Questo sarebbe stato un passo difficile, che
richiedeva molta risolutezza, ma tant’e tanto voleva farlo, anche a
rischio di diventar rossa come lo scarlatto.
Faustino venne finalmente a ripigliare gli studi, pieno egli pure
d’ansietà d’incontrarsi con Luigia. Il primo giorno non si videro,
ma il secondo sì, e nel più bel momento, grazie ad un’astuzia della
fanciulla. Essa comparve proprio al finire della scuola quando Faustino
chiudeva e radunava i libri. Comparve con un piccolo ricamo in mano
da lei eseguito e destinato in dono a Don Aurelio. Era una ghirlanda
di fiori di lana, lavorata sul canevaccio, che doveva collocarsi
sopra la tavola a sopportare la lucerna. Per verità quel ricamo era
terminato da alcuni giorni, ma Luigia aveva i suoi buoni motivi per
differirne la presentazione. Don Aurelio lo accolse con gran festa, lo
guardò minutamente, e lodò assai l’autrice e donatrice di esso. Invitò
Faustino ad ammirarlo, e chiamò Marta per la stessa ragione. Vi fu
un chiaccherio, un va vieni da questa ad altre stanze per provare la
lucerna su quella specie di piedestallo grazioso. I più occupati nella
faccenda erano Don Aurelio e la governante; gli altri due procuravano
di esserlo in apparenza. La loro vera occupazione stava nel volgersi
occhiate meno timide e furtive di quelle d’una volta; occhiate da
ambe le parti comprese come espressione della loro simpatia. Quella di
Luigia si può dire che passò propriamente allora allo stato di amore,
tanto la fanciulla fu tocca dalle traccie dei patimenti segnate in
volto di Faustino. Cogliendo l’istante propizio, ella disse a mezza
voce tremola, e imporporando le guancie: — Quanto godo che lei e sua
madre abbiano ricuperato la libertà. Ho pensato molte volte a loro.
— Queste parole produssero in Faustino un dolcissimo effetto, un
commovimento di gioia non mai provato. Erano parole che in suo cuore
bramava, ma non sperava di udire. Eppure furono pronunciate, e con
vezzosa timidezza e con espressione di sincerità. Faustino rispose
col medesimo accento e rossore: — La ringrazio della sua compassione.
Anch’io pensava spesso a lei, e ciò mi faceva bene. — Solo i primi
e adolescenti amori hanno momenti così deliziosi, che più non si
rinnovano, ma che si ricordano durante la vita. Faustino andò a casa
tutto compreso d’interna letizia. Era innocentissima, eppure la nascose
a sua madre, per la quale non aveva secreti. Il sentimento che egli
principiava a nutrire è il solo che si chiude anche dai cuori i più
virtuosi, ma poi si rivela col contegno, se non colle parole.