XI.

La vendetta. — La liberazione. Le congratulazioni.

Il primo giorno dell’anno 1850 per un freddo intenso e calcando

sentieri agghiacciati e sdrucciolevoli, Francesco saliva al luogo del

bersaglio. Tratta dal nascondiglio la migliore delle due pistole, se

la pose in tasca, e discese al _ronco_ già da lui abbandonato dopo

l’imprigionamento de’ suoi padroni. Visitò il nuovo e secreto sepolcro,

sul quale era spuntata e poscia inaridita dal gelo qualche erba,

girò i viali bianchi di brina, guardò gli alberi nudi e luccicanti

di ghiacciuoli, provando nell’anima sconsolata anche quel senso di

tristezza che nasce all’aspetto della squallida e intorpidita natura.

Entrato in casa, passò dall’una all’altra camera, tutte fredde,

silenziose e spiranti la mestizia del deserto. Diede uno sguardo

affannoso al letto della signora Elisa ed a quello di Faustino, e si

allontanò esalando sospiri. Chiuso dappoi in un gabinetto, si diede

a pulire accuratamente dalla ruggine la pistola, e involtala in un

fazzoletto, se la ripose in tasca. Quindi transitò alla casetta rustica

del _ronchiere_, sedette al desinare della famiglia, e sull’imbrunire

si restituì alla città.

Francesco era intimamente persuaso, che il capitano austriaco avesse

veduto il sepolcro, e fosse stato il delatore della signora Elisa. Non

ci voleva un gran criterio per penetrare questa verità. Egli ravvisò in

seguito il traditore che stava in crocchio con altri ufficiali dinanzi

una bottega di caffè. A tal vista si sentì rimescolare il sangue nelle

vene, e accolse l’idea di mandarlo all’altro mondo, idea sempre più

fissa e dominante a misura che tardava la liberazione dei prigionieri.

Egli aveva ben meditato e maturato il progetto, era giunto a conoscere

le pratiche notturne e la dimora del capitano, il tutto colle proprie

osservazioni fatte accortamente senza prender lingua nè seminare

sospetti. Già da tre notti a tarda ora si metteva in agguato presso

l’abitazione di colui, ma per un accidente o per l’altro non aveva

potuto fare il colpo. Alla quarta non vi fu ostacolo, e camminando

all’incontro dell’insidiato, lo freddò sull’istante piantandogli una

palla nel petto. Gettata l’arma e datosi a correre per contrade e per

vicoli deserti, si ridusse inosservato a casa.

L’uccisione di un ufficiale doveva produrre nelle autorità civili,

e più nelle militari un gran commovimento, e molta sollecitudine di

scoprire il reo. Ma come venirne a capo? Era vendetta privata, o

dimostrazione di rabbia contro il governo? Chi erano i nemici del

capitano? Che aveva egli fatto per armare contro di sè il braccio

di un assassino? Nessuno sapeva niente. Il commissario superiore

di polizia, che aveva ricevuto in secreto la delazione del capitano

a carico della signora Elisa, era morto di malattia un mese prima.

Sicchè l’avvenimento di quella notte restò un arcano impenetrabile per

tutti. La polizia, per darsi l’aria di zelo, catturò qualche innocente,

fondandosi sopra vaghe supposizioni. Vi furono minacciosi proclami

militari e nuovo apparato di forze per la città, ma poi non se ne fece

altro.

Francesco aveva covato e predisposto il suo delitto senza inquietarsi

delle conseguenze. Non fu così quando lo ebbe consumato. La coscienza

principiò a tormentare la sua anima buona. Egli udiva sempre nella

mente il cupo rumore che fece cadendo il capitano, e il gemito che

mandò nel morire. Invano si ricordava d’aver ucciso senza rimorso

altri soldati in battaglia; molto diversa gli pareva essere la

circostanza. Invano si rappresentava la scelleraggine di colui, e i

mali che aveva prodotti. Ma toccava forse a me di vendicarli, e in tal

modo? E li ho io fatti cessare per questo? E i poveri incolpati del

mio delitto, e arrestati a torto? E lo sbigottimento che fu sparso

nei cittadini per mia cagione? Così egli pensava dolorosamente,

e sempre più cresceva il suo turbamento. In casa di Don Aurelio

non compariva da parecchi giorni, e invece di distrarsi cercava la

solitudine, o errava concentrato e sconvolto nell’aspetto. Guai a

lui se vi fosse stato il minimo indizio, la più piccola prevenzione

per sospettarlo dell’accaduto; col suo contegno strano avrebbe

cangiato i dubbi in certezza. Non potendo più vivere così oppresso

dai rimorsi, andò a prostrarsi dinanzi a don Aurelio, e sotto il

suggello sacramentale della Penitenza, gli palesò il proprio misfatto,

invocandone l’assoluzione. Il confessore ascoltò prima la turpe azione

del capitano, e per tal modo conobbe il misterioso accusatore della

signora Elisa. Quindi udì la confessione dell’omicida, passando dal

ribrezzo che desta un delitto di sangue al compatimento per la causa

onde fu commesso, e per la compunzione sincera del reo. Don Aurelio

fece il suo debito di sacerdote e di uomo savio parlando in questa

guisa: Per quanto fosse grande la tua affezione verso i tuoi padroni,

e grande lo sdegno contro l’autore della loro sciagura, tu non dovevi

mai cadere in tanta enormezza. Egli appartiene alla giustizia umana il

castigare le iniquità dei tristi, e a quella divina allorchè restano

impunite sulla terra. Tu hai vendicato il delitto col delitto; ecco

perchè la coscienza ti affanna co’ suoi terrori. Nondimeno, figlio

mio, metti in calma lo spirito, e confida nella clemenza del Signore,

al quale domanderai perdono del tuo grave peccato. In quanto a me,

per la facoltà che mi accorda il mio ministero, e in riguardo del tuo

pentimento, te ne do l’assoluzione.

Intanto era venuto da Vienna l’ordine espresso di lasciare in libertà

i due prigionieri. Don Aurelio si allontanò ancora da Brescia, con

maraviglia e dispetto di Marta, la quale non potè mai sapere il

perchè di quelle due assenze del suo padrone. Questa volta andò a

ringraziare il vescovo del favore ottenuto, come l’altra era andato

per domandarlo. Don Aurelio non parlò mai con nessuno del passo da lui

fatto a vantaggio de’ suoi cari. Questo silenzio fu l’effetto della

propria modestia, e insieme di un riguardo squisito verso la signora

Elisa, la quale doveva certamente aver più caro che la sua liberazione

fosse avvenuta per atto spontaneo del tribunale, di quello che per

grazia concessa alle preghiere altrui. È vero che ella, ignorando

l’opera dell’intercessione, non poteva dimostrare a’ suoi benefattori

la propria gratitudine, ma questa era una lieve perdita per Don Aurelio

e pel vescovo suo amico. Le anime buone si appagano dell’idea d’aver

fatto il bene, e non pretendono ai ringraziamenti.

La signora Elisa si sarebbe restituita volentieri al _ronco_ per

amore della solitudine, ma vi rinunciò, non tanto perchè il gennaio è

contrario al soggiorno della campagna, quanto perchè non voleva nella

fredda stagione esporre il figlio ai soliti viaggetti per recarsi a

scuola. Dal tornare al _ronco_ la distoglieva pure il pensiero che

le avevano rapito il cadavere dello sposo, ignorando ella ancora

che Francesco lo avesse ricuperato. Si fermò dunque nella sua casa

di città. Tutti gli amici e conoscenti venivano a manifestarle

come fossero lieti della sua liberazione. Egualmente facevano molti

_ronchieri_ uomini e donne suoi beneficati; sicchè per due settimane

fu una continua processione. Grande conforto nei mali sono le altrui

dimostrazioni di compianto mentre essi durano, e di gratulazione

allorchè sono cessati. Chi non ha saputo inspirare amore e stima tanto

da meritarsi queste dimostrazioni, deve sentire molto i suoi infortuni

e poco le sue prosperità, vedendo che nessuno prende parte nè agli uni

nè alle altre.

Luigia si era tutta consolata, e aveva lasciato quella distrazione e

quella svogliatezza di cui si lagnavano qualche volta i suoi maestri

di lettere e di pianoforte. Non vedeva l’ora che Faustino tornasse a

prendere lezione da Don Aurelio, e le pareva assolutamente dovuto di

dirgli alla prima occasione: Mi congratulo con lei e con sua madre che

abbiano finito di patire. Questo sarebbe stato un passo difficile, che

richiedeva molta risolutezza, ma tant’e tanto voleva farlo, anche a

rischio di diventar rossa come lo scarlatto.

Faustino venne finalmente a ripigliare gli studi, pieno egli pure

d’ansietà d’incontrarsi con Luigia. Il primo giorno non si videro,

ma il secondo sì, e nel più bel momento, grazie ad un’astuzia della

fanciulla. Essa comparve proprio al finire della scuola quando Faustino

chiudeva e radunava i libri. Comparve con un piccolo ricamo in mano

da lei eseguito e destinato in dono a Don Aurelio. Era una ghirlanda

di fiori di lana, lavorata sul canevaccio, che doveva collocarsi

sopra la tavola a sopportare la lucerna. Per verità quel ricamo era

terminato da alcuni giorni, ma Luigia aveva i suoi buoni motivi per

differirne la presentazione. Don Aurelio lo accolse con gran festa, lo

guardò minutamente, e lodò assai l’autrice e donatrice di esso. Invitò

Faustino ad ammirarlo, e chiamò Marta per la stessa ragione. Vi fu

un chiaccherio, un va vieni da questa ad altre stanze per provare la

lucerna su quella specie di piedestallo grazioso. I più occupati nella

faccenda erano Don Aurelio e la governante; gli altri due procuravano

di esserlo in apparenza. La loro vera occupazione stava nel volgersi

occhiate meno timide e furtive di quelle d’una volta; occhiate da

ambe le parti comprese come espressione della loro simpatia. Quella di

Luigia si può dire che passò propriamente allora allo stato di amore,

tanto la fanciulla fu tocca dalle traccie dei patimenti segnate in

volto di Faustino. Cogliendo l’istante propizio, ella disse a mezza

voce tremola, e imporporando le guancie: — Quanto godo che lei e sua

madre abbiano ricuperato la libertà. Ho pensato molte volte a loro.

— Queste parole produssero in Faustino un dolcissimo effetto, un

commovimento di gioia non mai provato. Erano parole che in suo cuore

bramava, ma non sperava di udire. Eppure furono pronunciate, e con

vezzosa timidezza e con espressione di sincerità. Faustino rispose

col medesimo accento e rossore: — La ringrazio della sua compassione.

Anch’io pensava spesso a lei, e ciò mi faceva bene. — Solo i primi

e adolescenti amori hanno momenti così deliziosi, che più non si

rinnovano, ma che si ricordano durante la vita. Faustino andò a casa

tutto compreso d’interna letizia. Era innocentissima, eppure la nascose

a sua madre, per la quale non aveva secreti. Il sentimento che egli

principiava a nutrire è il solo che si chiude anche dai cuori i più

virtuosi, ma poi si rivela col contegno, se non colle parole.

Un'eroica famiglia bresciana - Fiero misfatto e fiera vendetta · 第 16 / 31 题