X.

Rammarico degli amici.

Francesco era come fuori di sè stesso, e non trovava pace nè giorno

nè notte. Aveva abbandonato il _ronco_, e abitava la casa in città

per essere più vicino a’ suoi padroni, e per poter salire più presto

e aggirarsi presso le mura del castello. Quante volte egli fece e

rifece quella strada; quante volte passeggiò in vista del terribile

edificio; quante altre si fermò al principio del lungo ponte di

legno, e appoggiato al parapetto, fissò la tetra porta d’ingresso

custodita dai soldati. Dio sa con che pensieri di affanno, di

desiderio disperato, e di rabbia compressa egli si tenne colà immobile

e dimentico d’ogni altra cosa. Ah, se avesse potuto passare quella

soglia crudele, penetrare fino al carcere dei due infelici, e gettarsi

ai loro piedi! Se avesse potuto almeno vederli da lungi, e salutarli

con un cenno! Sovente si recava da Don Aurelio, sperando di avere

da lui qualche notizia, ma l’ottimo prete sommamente afflitto egli

pure, non ne sapeva più di Francesco. E sì, fino da quando i suoi

cari furono arrestati, egli si era messo in moto e non aveva cessato

di visitare e pregare magistrati, capi militari, ed altre persone

considerevoli e influenti della città, onde procurassero la liberazione

dei disgraziati. Ognuno prometteva più o meno caldamente l’opera sua,

compresi coloro che avevano in animo di nulla tentare. Questi ultimi

presentavano anticipatamente come difficile e pressochè impossibile

la buona riuscita dell’impresa, e così mettevano al coperto la loro

vigliaccheria di promettere senza intenzione di mantenere. Ma quelli

ancora che si erano adoperati davvero e con zelo non ottennero che

parole di speranza, e la cosa intanto andava per le lunghe.

La piccola Luigia aveva essa pure la sua afflizione, e tanto più

sentita in quanto che doveva tenerla nascosta. La poverina comprendeva

di non potere nè in casa sua nè presso Don Aurelio abbandonarsi alla

tristezza, nè fare soverchie e premurose domande intorno la sorte

dei prigionieri. A lei non conveniva mostrare un interessamento e una

compassione al di là della misura che si tiene comunemente verso le

sventure del prossimo. Quando era sola, si dispensava dal dissimulare.

Immestita nel volto gentile e nei begli occhi cerulei, pensava a

Faustino e se lo rappresentava in tutte le condizioni di patimento.

Colla immaginazione inesperta e impaurita lo vedeva chiuso in una cella

oscura e malsana, sdrajato sopra un pagliericcio, nutrito di scarso e

grossolano cibo, e duramente trattato da’ suoi guardiani. Lo vedeva

tristo e gemente passare i giorni sconsolati, e le notti insonni e

più travagliose ancora. Si pentiva di essersi comportata verso di lui

con apparente indifferenza, di non avergli lasciato intravvedere che

gli voleva bene, perchè da questa idea egli trarrebbe forse nella

sua miseria un conforto, e tanto più se avesse corrisposto al bene

di lei. Per la signora Elisa, quantunque non la conoscesse, nutriva

pure compassione ed un certo affetto, perchè era madre di Faustino e

sua compagna nella sventura. Visitando Don Aurelio, entrava lieta e

scherzosa, affettazione fanciullesca che ella credeva arte profonda per

nascondere il proprio animo. Dopo una volubilità di discorso, domandava

della signora Elisa e di suo figlio, volgendosi altrove e baloccandosi

intanto. Don Aurelio era troppo preoccupato per badare minutamente

al contegno di Luigia, e trovava poi naturale e dovuto che ella si

componesse alla serietà del compianto, udendo che le novelle non erano

buone. Conversando con Marta, la giovinetta non si studiava tanto nel

dissimulare. Un giorno di dicembre la governante stava curando i suoi

vasi di fiori in una stanza accomodata a guisa di serra. Luigia entrò

proprio colla mira e colla voglia di parlare di Faustino. Ma prima che

il discorso cadesse là, bisognava raggirarlo destramente per altre vie.

— Siamo arrivati quasi alle feste di Natale, disse Luigia, alla

stagione la più nemica dei fiori. Non è vero, signora Marta?

— È vero pur troppo, rispose la governante additando un bottone di rosa

tristanzuolo che non poteva sbucciare. Veda, signorina, come l’inverno

mi accomoda, per esempio, le mie rose del Bengala.

— Però in complesso non vi potete lagnare del vostro giardino

invernale. Questi geranj, queste viole e questi gelsomini sono

prosperosi, e spandono qua dentro un odore soave.

— Sì sì, ma è tutt’altro in maggio ed in agosto. Io dirò sempre: Viva

la primavera, e viva l’estate.

— Sono del vostro parere anch’io. L’inverno piace a pochi, e

principalmente questo che è freddo assai.

— Oggi quattro gradi sotto lo zero, dice il mio padrone che consulta il

suo termometro appeso allo scaffale dello studio. Io poi non capisco

come una macchinetta di legno e di vetro possa sentire il freddo, e

indicarlo altrui. In quanto a me, io lo sento nelle mie ossa, e da ciò

so misurarne la forza.

— Lo sentono ben più i poverelli mal vestiti, e che non hanno stufa

nè caminetto nella loro camera. A proposito, chi sa mai se la signora

Elisa e suo figlio avranno fuoco in prigione.

— Ah, temo di no. Essi patiranno anche di freddo, mio Dio.

— Sarebbe una crudeltà infinita quella dei loro carcerieri. Si dice che

sia tanto buona la signora Elisa.

— Una benefica, una santa donna. Se fosse in libertà, molti bisognosi

sarebbero provveduti di legna e di vestimenti dalla sua carità. Invece

ella deve soffrire quella miseria che avrebbe riparata negli altri.

— Sarà molto buono anche il signor Faustino, disse la fanciulla

guardando e toccando un garofano, come se quel fiore la occupasse

veramente.

— Egli è degno figlio di sua madre, un ragazzo d’oro, soggiunse Marta

smovendo la terra di un vaso. Lei lo ha veduto parecchie volte qui da

noi.

— Sì, ma senza fermarmi, e col solo ricambio del saluto. Un giorno però

abbiamo parlato un poco allorchè, essendo egli caduto nel montare sopra

una sedia, io gli domandai se si fosse fatto male. Voi non eravate

presente.

— Sicchè lei non può conoscerlo, come lo conosciamo io e don Aurelio.

Creature del suo stampo non se ne trovano facilmente. Questi crisantemi

hanno bisogno di essere inaffiati. Non parlo già del suo bel viso, che

si vede da tutti, ma del suo bell’animo e del suo bel cuore. Venendo a

scuola, egli fa l’elemosina a quanti poverelli incontra per la strada.

Io non lo so da lui, ma da chi ha scoperto questa sua abitudine.

Il donare è per esso un piacere. A noi regala fragole, ciliege,

pesche e pomi appj del suo ronco; si può dire che ci dà una decima

di frutta d’ogni stagione. Non parliamo quest’anno delle giuggiole e

delle nespole, perchè al tempo della raccolta il poverino pur troppo

non vi era, e la sua gente aveva tutt’altro pel capo. E come impara

egregiamente quel caro giovinetto. Quanto ingegno, e quanta volontà di

studiare. Don Aurelio gli vuole un amore dell’anima, e la sua prigionia

lo addolora e lo dimagra tanto, che i vestiti e le calze non gli vanno

più bene. Io mi sento accorata non meno di lui. A pensarvi sopra, la

è una barbarie delle più disumane. Imprigionare due innocenti, dopo

quanto di orribile hanno già patito! Quale strazio si fa di quelle

povere anime!

Marta si asciugò una lacrima.

— Voi fate piangere anche me, disse Luigia tutta commossa. Ma non

credete voi che saranno presto liberati?

— Voglio sperarlo, perchè il mio padrone questa mattina mi parve

alquanto sollevato, e parlò di una felice inspirazione che gli era

venuta, ma senza dire di più. Ah, misericordia, in che tempi viviamo

noi! Questi Tedeschi ne fanno proprio di scellerate. I tristacci si

vendicano atrocemente di aver dovuto abbandonare per un poco il nostro

paese. Ma il Signore Iddio ci metterà rimedio.

Luigia si congedò, e la sua nascente passione trovò nuova esca

nelle parole di Marta. Quando l’amore ha principio e alimento dalla

compassione, va innanzi di galoppo nei teneri cuori.

Qual era la felice inspirazione di don Aurelio, accennata dalla

governante? L’egregio sacerdote aveva qualche legame di amicizia con un

vescovo di Lombardia, suo antico compagno di scuola. Costui doveva il

pastorale ad un alto personaggio di Vienna suo benevolo protettore, e

uomo potente in corte. Don Aurelio pensò d’intraprendere un viaggetto

fino alla residenza del mitrato per confidargli e raccomandargli

la causa dei prigionieri. Infatti egli comparve un giorno dinanzi

all’amico, che lo accolse cortesemente, e gli promise i suoi buoni

uffici. Ammirabile cosa e quasi incredibile che un vescovo degli Stati

austriaci osasse farsi intercessore di due imprigionati per opinioni

avverse al governo. Eppure fu così, e Don Aurelio tornò a Brescia

confortato di liete speranze.

Un'eroica famiglia bresciana - Fiero misfatto e fiera vendetta · 第 15 / 31 题