Rammarico degli amici.
Francesco era come fuori di sè stesso, e non trovava pace nè giorno
nè notte. Aveva abbandonato il _ronco_, e abitava la casa in città
per essere più vicino a’ suoi padroni, e per poter salire più presto
e aggirarsi presso le mura del castello. Quante volte egli fece e
rifece quella strada; quante volte passeggiò in vista del terribile
edificio; quante altre si fermò al principio del lungo ponte di
legno, e appoggiato al parapetto, fissò la tetra porta d’ingresso
custodita dai soldati. Dio sa con che pensieri di affanno, di
desiderio disperato, e di rabbia compressa egli si tenne colà immobile
e dimentico d’ogni altra cosa. Ah, se avesse potuto passare quella
soglia crudele, penetrare fino al carcere dei due infelici, e gettarsi
ai loro piedi! Se avesse potuto almeno vederli da lungi, e salutarli
con un cenno! Sovente si recava da Don Aurelio, sperando di avere
da lui qualche notizia, ma l’ottimo prete sommamente afflitto egli
pure, non ne sapeva più di Francesco. E sì, fino da quando i suoi
cari furono arrestati, egli si era messo in moto e non aveva cessato
di visitare e pregare magistrati, capi militari, ed altre persone
considerevoli e influenti della città, onde procurassero la liberazione
dei disgraziati. Ognuno prometteva più o meno caldamente l’opera sua,
compresi coloro che avevano in animo di nulla tentare. Questi ultimi
presentavano anticipatamente come difficile e pressochè impossibile
la buona riuscita dell’impresa, e così mettevano al coperto la loro
vigliaccheria di promettere senza intenzione di mantenere. Ma quelli
ancora che si erano adoperati davvero e con zelo non ottennero che
parole di speranza, e la cosa intanto andava per le lunghe.
La piccola Luigia aveva essa pure la sua afflizione, e tanto più
sentita in quanto che doveva tenerla nascosta. La poverina comprendeva
di non potere nè in casa sua nè presso Don Aurelio abbandonarsi alla
tristezza, nè fare soverchie e premurose domande intorno la sorte
dei prigionieri. A lei non conveniva mostrare un interessamento e una
compassione al di là della misura che si tiene comunemente verso le
sventure del prossimo. Quando era sola, si dispensava dal dissimulare.
Immestita nel volto gentile e nei begli occhi cerulei, pensava a
Faustino e se lo rappresentava in tutte le condizioni di patimento.
Colla immaginazione inesperta e impaurita lo vedeva chiuso in una cella
oscura e malsana, sdrajato sopra un pagliericcio, nutrito di scarso e
grossolano cibo, e duramente trattato da’ suoi guardiani. Lo vedeva
tristo e gemente passare i giorni sconsolati, e le notti insonni e
più travagliose ancora. Si pentiva di essersi comportata verso di lui
con apparente indifferenza, di non avergli lasciato intravvedere che
gli voleva bene, perchè da questa idea egli trarrebbe forse nella
sua miseria un conforto, e tanto più se avesse corrisposto al bene
di lei. Per la signora Elisa, quantunque non la conoscesse, nutriva
pure compassione ed un certo affetto, perchè era madre di Faustino e
sua compagna nella sventura. Visitando Don Aurelio, entrava lieta e
scherzosa, affettazione fanciullesca che ella credeva arte profonda per
nascondere il proprio animo. Dopo una volubilità di discorso, domandava
della signora Elisa e di suo figlio, volgendosi altrove e baloccandosi
intanto. Don Aurelio era troppo preoccupato per badare minutamente
al contegno di Luigia, e trovava poi naturale e dovuto che ella si
componesse alla serietà del compianto, udendo che le novelle non erano
buone. Conversando con Marta, la giovinetta non si studiava tanto nel
dissimulare. Un giorno di dicembre la governante stava curando i suoi
vasi di fiori in una stanza accomodata a guisa di serra. Luigia entrò
proprio colla mira e colla voglia di parlare di Faustino. Ma prima che
il discorso cadesse là, bisognava raggirarlo destramente per altre vie.
— Siamo arrivati quasi alle feste di Natale, disse Luigia, alla
stagione la più nemica dei fiori. Non è vero, signora Marta?
— È vero pur troppo, rispose la governante additando un bottone di rosa
tristanzuolo che non poteva sbucciare. Veda, signorina, come l’inverno
mi accomoda, per esempio, le mie rose del Bengala.
— Però in complesso non vi potete lagnare del vostro giardino
invernale. Questi geranj, queste viole e questi gelsomini sono
prosperosi, e spandono qua dentro un odore soave.
— Sì sì, ma è tutt’altro in maggio ed in agosto. Io dirò sempre: Viva
la primavera, e viva l’estate.
— Sono del vostro parere anch’io. L’inverno piace a pochi, e
principalmente questo che è freddo assai.
— Oggi quattro gradi sotto lo zero, dice il mio padrone che consulta il
suo termometro appeso allo scaffale dello studio. Io poi non capisco
come una macchinetta di legno e di vetro possa sentire il freddo, e
indicarlo altrui. In quanto a me, io lo sento nelle mie ossa, e da ciò
so misurarne la forza.
— Lo sentono ben più i poverelli mal vestiti, e che non hanno stufa
nè caminetto nella loro camera. A proposito, chi sa mai se la signora
Elisa e suo figlio avranno fuoco in prigione.
— Ah, temo di no. Essi patiranno anche di freddo, mio Dio.
— Sarebbe una crudeltà infinita quella dei loro carcerieri. Si dice che
sia tanto buona la signora Elisa.
— Una benefica, una santa donna. Se fosse in libertà, molti bisognosi
sarebbero provveduti di legna e di vestimenti dalla sua carità. Invece
ella deve soffrire quella miseria che avrebbe riparata negli altri.
— Sarà molto buono anche il signor Faustino, disse la fanciulla
guardando e toccando un garofano, come se quel fiore la occupasse
veramente.
— Egli è degno figlio di sua madre, un ragazzo d’oro, soggiunse Marta
smovendo la terra di un vaso. Lei lo ha veduto parecchie volte qui da
noi.
— Sì, ma senza fermarmi, e col solo ricambio del saluto. Un giorno però
abbiamo parlato un poco allorchè, essendo egli caduto nel montare sopra
una sedia, io gli domandai se si fosse fatto male. Voi non eravate
presente.
— Sicchè lei non può conoscerlo, come lo conosciamo io e don Aurelio.
Creature del suo stampo non se ne trovano facilmente. Questi crisantemi
hanno bisogno di essere inaffiati. Non parlo già del suo bel viso, che
si vede da tutti, ma del suo bell’animo e del suo bel cuore. Venendo a
scuola, egli fa l’elemosina a quanti poverelli incontra per la strada.
Io non lo so da lui, ma da chi ha scoperto questa sua abitudine.
Il donare è per esso un piacere. A noi regala fragole, ciliege,
pesche e pomi appj del suo ronco; si può dire che ci dà una decima
di frutta d’ogni stagione. Non parliamo quest’anno delle giuggiole e
delle nespole, perchè al tempo della raccolta il poverino pur troppo
non vi era, e la sua gente aveva tutt’altro pel capo. E come impara
egregiamente quel caro giovinetto. Quanto ingegno, e quanta volontà di
studiare. Don Aurelio gli vuole un amore dell’anima, e la sua prigionia
lo addolora e lo dimagra tanto, che i vestiti e le calze non gli vanno
più bene. Io mi sento accorata non meno di lui. A pensarvi sopra, la
è una barbarie delle più disumane. Imprigionare due innocenti, dopo
quanto di orribile hanno già patito! Quale strazio si fa di quelle
povere anime!
Marta si asciugò una lacrima.
— Voi fate piangere anche me, disse Luigia tutta commossa. Ma non
credete voi che saranno presto liberati?
— Voglio sperarlo, perchè il mio padrone questa mattina mi parve
alquanto sollevato, e parlò di una felice inspirazione che gli era
venuta, ma senza dire di più. Ah, misericordia, in che tempi viviamo
noi! Questi Tedeschi ne fanno proprio di scellerate. I tristacci si
vendicano atrocemente di aver dovuto abbandonare per un poco il nostro
paese. Ma il Signore Iddio ci metterà rimedio.
Luigia si congedò, e la sua nascente passione trovò nuova esca
nelle parole di Marta. Quando l’amore ha principio e alimento dalla
compassione, va innanzi di galoppo nei teneri cuori.
Qual era la felice inspirazione di don Aurelio, accennata dalla
governante? L’egregio sacerdote aveva qualche legame di amicizia con un
vescovo di Lombardia, suo antico compagno di scuola. Costui doveva il
pastorale ad un alto personaggio di Vienna suo benevolo protettore, e
uomo potente in corte. Don Aurelio pensò d’intraprendere un viaggetto
fino alla residenza del mitrato per confidargli e raccomandargli
la causa dei prigionieri. Infatti egli comparve un giorno dinanzi
all’amico, che lo accolse cortesemente, e gli promise i suoi buoni
uffici. Ammirabile cosa e quasi incredibile che un vescovo degli Stati
austriaci osasse farsi intercessore di due imprigionati per opinioni
avverse al governo. Eppure fu così, e Don Aurelio tornò a Brescia
confortato di liete speranze.