LIII.

"Clelia ammalò. Da qualche tempo io non aveva più visto fiorire sul suo

volto le rose della salute. Non vi aveva posto mente da prima, però che

l'abitudine di vederla ogni giorno mi aveva impedito d'osservare il

mutamento che avveniva in essa, più tardi la reputai cosa passeggiera e

pensai si sarebbe presto ristabilita. Non appena però appresi quanto il

suo male fosse grave e come la costringesse a letto, mi rimproverai di

aver lasciato correre sì lungo tratto di tempo senza richiedere i

soccorsi della scienza, e malgrado le sue riluttanze volli chiamare un

medico.

Il medico venne; non era cosa grave: una _pleurisia falsa_ che non

avrebbe resistito ad una breve cura.

Come udii questa buona novella respirai più libero, Nell'uscire il

medico mi domandò se mai Clelia patisse qualche dolore, o ne avesse

patito. E siccome non gli risposi subito, tentennò il capo ed uscì.

Rimasi sull'uscio immobile. "Dolori!" Sì, ella ne aveva patito; io

stesso glie ne aveva cagionato di molti; io stesso dunque ero la causa

del suo male.

Se non che il mio demonio mi suggerì un pensiero terribile ad accrescere

il mio cordoglio. Forse ella amava ancora _colui_, ed era straziata

dalla sua passione; la lontananza, anzi che spegnerla, l'aveva forse

alimentata, e il prepotente imperio del cuore la faceva piangere _lui_

assente in segreto.

Ciò che si passò dentro di me non è forse concepibile; l'angoscia di non

essere amato, la gelosia di un rivale che mi rapiva il pensiero di lei

che amavo tanto, che esercitava da lungi un fascino fatale al mio povero

amore, il dolore di vederla inferma e la paura che mi venisse a mancare

facevano tale strazio di me quale mai uomo ebbe a provare nella vita.

Ma poi che io l'amavo più della mia vita e della mia felicità stessa, la

compassione vinse in me ogni altro sentimento.

"Ch'ella non muoja, dissi a me stesso, che il mio angelo non mi sia

rapito; se anche il suo cuore non saprà più darmi altro affetto che

quello della gratitudine, io ne sarò pago ugualmente; avrà compassione

di me, e saprà rassegnarsi, e consentirà che io la guardi e l'adori;

ella sarà per me come una santa memoria vivente."

E siccome le mie stesse parole mi avevano intenerito e quasi mosso a

pietà del mio stato, caddi in ginocchio lagrimando, e domandai al cielo

ch'ella vivesse."

Due amori · 第 70 / 101 题