"Ritrovai la mia Clelia, ritrovai il mio cuore.
La felicità è generosa e perdona al passato; noi dimenticammo assai
presto le giornate di sventura. Se talvolta ci rifacevamo a percorrere
la via che avevamo lasciato dietro di noi, sorvolavamo senza rimirare le
impronte che i nostri passi avevano segnato di sangue.
E tuttavia lo studio di non ritentare più quelle ferite era anch'esso
una ferita--nube lieve in un'immensa serenità di cielo, ma fatta
anch'essa di vapori, maturava anch'essa il fulmine nel suo grembo.
Un giorno per l'appunto oziavamo colle nostre reminiscenze; richiamavamo
cento inezie, cento fantasime leggiadre e care al nostro cuore, poichè
ogni cosa è cara al cuore di coloro che si amano. "Ti ricordi? ti
ricordi?" Era una festicciuola di memorie--pochissime meste, nessuna di
dolore.
Eravamo giunti a un tempo poco lontano, ad una notte vegliata
festevolmente in tre--Clelia, io ed Eugenio. _Ed Eugenio_--nessuno
voleva dire questo nome; ella voleva risparmiare a me la melanconia
delle idee che vi si associavano--io del pari. Ci guardammo in volto,
poi chinammo gli occhi entrambi. Da quel punto il nostro cicaleccio
languì; la festicciuola ebbe fine ben presto.
Ahimè! avevamo fidato troppo sulla nostra ragione; il cuore serbava
ancora la cicatrice. Ricordavamo ancora di lui, fors'anco pensavamo
ancora senza dirlo e senza avvedercene a lui.
Fu senza dubbio lotta gagliarda per mentire a noi medesimi; fu lotta
virtuosa; accettata con nissuna speranza di vittoria, come gli inermi
condannati accettavano nel circo la lotta colle fiere, ma fu menzogna.
Da quel giorno la nostra apparente indifferenza non ci ingannò più. Il
pallore delle mie guancie spuntava traverso la maschera gioviale;
l'amore tradiva la gelosia. Così questo serpe fatale era arrivato per
altra via sino al mio cuore, e vi infiggeva un'altra volta il suo dente
avvelenato."