"Il sarcasmo di cui mi stordiva, ricadeva sopra di me medesimo.
Non andò molto che all'affanno cieco succedette la riflessione. Allora
solo conobbi quanto fossi stato fino a quel punto ingiusto verso di
Clelia. Misurai la nobiltà del suo animo, il suo affetto per me, la sua
confidenza che avrebbe dovuta ingrandirla ai miei occhi, e che pure io
aveva pagat d'ingratitudine.
Avviene di me ciò che avviene di molti, che quando il cuore sanguina la
ragione smarrisce le vie del sillogismo; ma non appena esso si
raccapezza e mi parla la sua voce eloquente, la tempesta mia si
rasserena d'un tratto e non amo di meglio che ravvedermi. Però da
quell'ora mi raccostai a Clelia mansuefatto, e le palesai la mia
riconoscenza adoperandovi ogni mezzo, e la colmai di carezze pauroso
ch'ella soffrisse ancora della durezza dei miei modi d'un tempo. Pur che
mi sorridesse, io era raggiante di gioja.
La buona creatura non mi serbava rancore; era felice che io non l'avessi
abbandonata, e mi diceva che nessuno ci aveva mai disgiunto, nè avrebbe
potuto mai disgiungerci in avvenire.
Ricominciò la serenità dei giorni passati, ricominciò più bella, più
tenera, più apprezzata--il timore di averla perduta per sempre ce ne
aveva rivelato il valore--oramai diventavamo avari, avremmo custodito
gelosamente il nostro tesoro.
Allora fui anche giusto verso Eugenio. Egli forse non aveva indovinato
il sentimento ispirato a Clelia--se mai l'aveva penetrato o diviso, la
sua partenza era proposito--e il proposito virtù somma. E mi dolsi
amaramente d'essere stato freddo con lui, e d'essermi lasciato vincere
puerilmente dalla gelosia, ed avervi sagrificato l'amicizia. Immaginai
Eugenio sulla tolda d'un bastimento veleggiare verso Civitavecchia e
spingendo lo sguardo nell'orizzonte ricercare la terra che abbandonava e
l'amico perduto. Io non gli aveva detto addio, non me l'ero stretto al
cuore prima di lasciarlo partire--avea così spezzato bruscamente quella
catena affettuosa che stringeva da tanto tempo i nostri cuori.
Una notte sognai che Eugenio s'era pentito ed era tornato sui suoi passi
presso di me, e che io lo abbracciava con tenerezza. Cicerone in un
cantuccio ci guardava sorridendo e con un lembo del suo manto si
rasciugava una lagrima.
Ma questa volta destandomi incontrai il volto di Clelia presso al mio; e
il suo sguardo melanconico e dolce come quello di un angelo che sospira
l'infinita distesa dei cieli."