L'alba mi trovò desto, nè io aveva dormito.
--Or via, dissi, convien far conto di aver dormito abbastanza per questa
notte; l'ora della partenza si appressa, e quel povero Eugenio a cui ho
promesso di andarlo a salutare alla stazione, mi aspetterà forse un
pezzo prima che io abbia avuto tempo di vestirmi.
Per quella volta non mi mossi dal letto; le mie parole ricaddero senza
eco sulla mia volontà.
A capo di una buona mezz'ora mi rivolsi sull'altro fianco e mi ripetei
che bisognava pigliare una decisione e che se l'addio dell'amicizia mi
era caro, assolutamente conveniva che io mi levassi di botto. Non ne
feci nulla e filosofai meglio di Cicerone sull'amicizia; e poichè la
filosofia conduce assai lontano, passò un'altra mezz'ora.
E questa volta mi scossi di soprassalto, e mi disposi a balzare di letto
davvero, e posi una gamba fuori delle lenzuola coll'ansietà di chi teme
proprio in sul serio di fallire ad un convegno.
In quella suonarono le ore alla pendola.
--Deh! sclamai, povero me! L'ora è passata...
E mi strinsi la fronte fra le mani.
--Buon viaggio, aggiunsi come se volessi incaricare un venticello del
saluto--buon viaggio, amico tenerissimo.
Mi raggruppai nel mio letto e ritentai come un importuno il sonno... A
mezzogiorno in punto io arrivavo in China, ed avevo fatto un ottimo
viaggio, ed aveva tenuto un lungo discorso in latino ad Eugenio
sull'amicizia--Cicerone, in un angolo della carrozza, aveva ghignato di
compiacenza, e mi aveva detto che mia moglie era una bella donna.
Mi destai e guardai intorno a me. Il volto di Clelia non era lì presso a
sorridermi."