"Avrei io acconsentito alla sua preghiera? Tutta la notte--eterna
notte!--ruminai questo pensiero. L'amor proprio me ne sconsigliava, ma
il cuore mi diceva d'arrendermi--nè andai più oltre. Il sonno di cui da
tanto tempo non aveva provato i benefizii, venne non so per qual via a
quetare il mio spirito.
Anche gli sventurati dormono--la natura ha provveduto in qualche modo al
destino dell'uomo, facendo che l'organismo incateni ogni cosa alle sue
leggi inesorabili, e neppure il dolore possa sottrarvisi.
Alla mattina dibattei lo stesso quesito; il cuore mi parlava meno
forte--l'amor proprio più invelenito che mai.
Io non poteva senza mostrarmi ridicolo a me medesimo involare mia
moglie, e andarla a nascondere nella campagna in quella stagione. Che si
sarebbe detto di me? Che ne avrebbe pensato lo stesso Eugenio?
Comprendo quanto fossero più ridicoli i miei stessi timori. Anche allora
mi feci rimprovero di questa debolezza--ma senza frutto. Mi ostinai nel
mio proposito, e tra che voleva sfuggire la taccia di marito geloso, e
tra che voleva sfidare il mio destino e in certa guisa vendicarmi di
Clelia e di Eugenio, mi compiacqui della mia fermezza.
Non avrei lasciato Milano--e lo dissi a Clelia che non fe' motto per
lagnarsene.
Tanta umiltà mi scese al cuore senza rimuovermi.
Se non che io aveva fidato troppo sul mio orgoglio, e creduto follemente
che avrebbe soffocato la mia gelosia. La natura può rimanere un istante
soggiogata, ma si solleva ben tosto, e ridomanda imperiosamente le sue
leggi.
Durante alcuni giorni non mi fu difficile acconciarmi meco medesimo, e
celare sotto il manto dell'indifferenza la piaga del mio cuore!
M'innebriavo del mio dolore, buttavo nel fango il sentimento e
m'imbellettavo da istrione.
Triste maschera la dissimulazione--tu non l'hai ancora posta sulla
faccia, che già cade a brandelli; e se si appiccica un momento, scotta
come ferro arroventato.
Da qualche tempo mi permettevo di star lontano da Clelia--ci soffrivo,
perchè rinunziavo a quel piacevole e calmo cicaleccio che teneva deste
le nostre veglie solitarie d'un tempo; ci soffrivo tanto più in quanto
le mie notti casalinghe erano diventate abitudini; e tuttavia, sebbene
ricercando di che pagarmene non incontrassi che la noia, io era divenuto
assiduo frequentatore del Caffè di .... e vi passava molte ore
ricercando nelle spire di fumo del mio sigaro, nella fiamma turchina del
mio _punch_ le memorie della mia felicità d'un tempo.
Non so come mi sentissi tanta forza da resistere all'impeto della
tenerezza, nè so se io debba dire che ne uscissi vincitore o vinto. So
bene che una lotta si impegnava dentro di me ogni giorno; e che il
proposito di riaccostarmi a Clelia che un sentimento di giustizia faceva
prorompere nel mio petto, vi moriva miseramente ogni volta.
Clelia ne soffriva in segreto; nè mai avvenne che io facessi ritorno a
casa e non la incontrassi sull'uscio ad attendermi. Talvolta io le
sorridevo pieno di gratitudine--più spesso mostravo di non accorgermi
delle sue attenzioni, e la salutava asciutto. Allora mi ritiravo nelle
mie camere per nascondervi lo strazio del mio cuore, e imprecavo alla
codardia che mi contendeva la dolcezza del perdono.
Io ero ridiventato fanciullo e provavo un'altra volta le debolezze e le
ostinazioni di quell'età. Sapevo che sarei stato felice riaccostandomi a
Clelia; che avrei ridonato la pace a lei che amavo e che m'amava--che la
giustizia e il dovere mi vi spingevano--e nondimeno una ritrosia
ostinata domava il mio cuore, e i suoi impeti gagliardi cedevano a quel
morso fatale.
Questo stato di cose durò alcun tempo.
Una sera io mi ridussi a casa più presto del solito; incontrai Eugenio
solo con Clelia. Quella vista mi fe' male. Da qualche tempo Eugenio era
venuto più di rado; la mia freddezza dissimulata a stento l'aveva tenuto
lontano; tuttavia egli non aveva mai mentito la sua indole affettuosa;
mi avea ricercato delle mie confidenze, e mi aveva fatto le sue. Io era
stato sempre fra due, se dovessi credere al suo candore, ovvero ad una
astuta dissimulazione--nè mai potei accostarmi a quest'ultima credenza;
e poi che non ebbi altro pretesto di odiarlo, quasi gli feci colpa della
sua ingenuità. Nè so dire se l'odiassi davvero; al certo io non l'amavo
più; alla sua presenza un eterno quesito si affacciava alla mia mente:
sapeva egli d'esser amato da Clelia? l'amava? Il suo volto non palesava
nulla. E per la prima volta dissi a me stesso che la sua anima era
fredda e il suo cuore marmoreo come il suo viso.
Quella notte fui sorpreso di vederlo in casa mia; ma gli mossi incontro,
e credo di avergli sorriso. Clelia mi guardava severamente come chi
dicesse: "vedi, la mia calma vale meglio assai che la tua." Ed era vero,
troppo vero.
Eugenio partiva per Roma. Un famoso pittore aveva avuto incarico di
alcuni affreschi; gli proponeva partecipasse all'opera e al prezzo; era
venuto a salutarmi.
Mi venne in mente che Clelia avesse avuto parte in quella
determinazione. Se quel sospetto avesse durato un'ora sola mi avrebbe
fatto assai male. Guardai Clelia, ed incontrai ancora il suo sguardo
limpido e franco.
--Ti fermerai gran tempo? domandai ad Eugenio non potendo frenare
un'onda di gioja che mi corse dal cuore alle guance.
--Sei mesi. È questo il termine entro cui devesi condurre a termine il
lavoro.
--Sei mesi sono lunghi dissi forte rispondendo al mio pensiero--assai
lunghi per la nostra amicizia; aggiunsi.
Clelia mi guardò. Arrossii.
--Ritornerai fra noi, passato questo termine?
--Lo spero.
--Buon per noi.
--Se le esigenze dell'arte non mi riterranno colà. Tu sai che io non
sono ricco, e se insieme alla fama ci avrò mezzo a fornire un gruzzolo,
tanto meglio.
--Eh! Sicuro, tanto meglio.
--Ad ogni modo, prometto a me stesso di far ritorno a Milano, qui,
teco--aggiunse senza affettazione.
--Ci s'intende, e il cielo lo voglia.
Dopo quella prima menzogna, le parole m'erano venute stentate e non
v'era stato verso di raccapezzarmi. Quel sorriso da ipocrita, che per la
prima volta aveva spianato la mia fronte corrugata, m'aveva rabbujato
l'intelletto e gettato la discordia nell'anima. Nè per quella notte ebbi
altro pensiero ed altra cura che d'accumulare il disprezzo e torturarne
il mio cuore.