XLIX.

"Avrei io acconsentito alla sua preghiera? Tutta la notte--eterna

notte!--ruminai questo pensiero. L'amor proprio me ne sconsigliava, ma

il cuore mi diceva d'arrendermi--nè andai più oltre. Il sonno di cui da

tanto tempo non aveva provato i benefizii, venne non so per qual via a

quetare il mio spirito.

Anche gli sventurati dormono--la natura ha provveduto in qualche modo al

destino dell'uomo, facendo che l'organismo incateni ogni cosa alle sue

leggi inesorabili, e neppure il dolore possa sottrarvisi.

Alla mattina dibattei lo stesso quesito; il cuore mi parlava meno

forte--l'amor proprio più invelenito che mai.

Io non poteva senza mostrarmi ridicolo a me medesimo involare mia

moglie, e andarla a nascondere nella campagna in quella stagione. Che si

sarebbe detto di me? Che ne avrebbe pensato lo stesso Eugenio?

Comprendo quanto fossero più ridicoli i miei stessi timori. Anche allora

mi feci rimprovero di questa debolezza--ma senza frutto. Mi ostinai nel

mio proposito, e tra che voleva sfuggire la taccia di marito geloso, e

tra che voleva sfidare il mio destino e in certa guisa vendicarmi di

Clelia e di Eugenio, mi compiacqui della mia fermezza.

Non avrei lasciato Milano--e lo dissi a Clelia che non fe' motto per

lagnarsene.

Tanta umiltà mi scese al cuore senza rimuovermi.

Se non che io aveva fidato troppo sul mio orgoglio, e creduto follemente

che avrebbe soffocato la mia gelosia. La natura può rimanere un istante

soggiogata, ma si solleva ben tosto, e ridomanda imperiosamente le sue

leggi.

Durante alcuni giorni non mi fu difficile acconciarmi meco medesimo, e

celare sotto il manto dell'indifferenza la piaga del mio cuore!

M'innebriavo del mio dolore, buttavo nel fango il sentimento e

m'imbellettavo da istrione.

Triste maschera la dissimulazione--tu non l'hai ancora posta sulla

faccia, che già cade a brandelli; e se si appiccica un momento, scotta

come ferro arroventato.

Da qualche tempo mi permettevo di star lontano da Clelia--ci soffrivo,

perchè rinunziavo a quel piacevole e calmo cicaleccio che teneva deste

le nostre veglie solitarie d'un tempo; ci soffrivo tanto più in quanto

le mie notti casalinghe erano diventate abitudini; e tuttavia, sebbene

ricercando di che pagarmene non incontrassi che la noia, io era divenuto

assiduo frequentatore del Caffè di .... e vi passava molte ore

ricercando nelle spire di fumo del mio sigaro, nella fiamma turchina del

mio _punch_ le memorie della mia felicità d'un tempo.

Non so come mi sentissi tanta forza da resistere all'impeto della

tenerezza, nè so se io debba dire che ne uscissi vincitore o vinto. So

bene che una lotta si impegnava dentro di me ogni giorno; e che il

proposito di riaccostarmi a Clelia che un sentimento di giustizia faceva

prorompere nel mio petto, vi moriva miseramente ogni volta.

Clelia ne soffriva in segreto; nè mai avvenne che io facessi ritorno a

casa e non la incontrassi sull'uscio ad attendermi. Talvolta io le

sorridevo pieno di gratitudine--più spesso mostravo di non accorgermi

delle sue attenzioni, e la salutava asciutto. Allora mi ritiravo nelle

mie camere per nascondervi lo strazio del mio cuore, e imprecavo alla

codardia che mi contendeva la dolcezza del perdono.

Io ero ridiventato fanciullo e provavo un'altra volta le debolezze e le

ostinazioni di quell'età. Sapevo che sarei stato felice riaccostandomi a

Clelia; che avrei ridonato la pace a lei che amavo e che m'amava--che la

giustizia e il dovere mi vi spingevano--e nondimeno una ritrosia

ostinata domava il mio cuore, e i suoi impeti gagliardi cedevano a quel

morso fatale.

Questo stato di cose durò alcun tempo.

Una sera io mi ridussi a casa più presto del solito; incontrai Eugenio

solo con Clelia. Quella vista mi fe' male. Da qualche tempo Eugenio era

venuto più di rado; la mia freddezza dissimulata a stento l'aveva tenuto

lontano; tuttavia egli non aveva mai mentito la sua indole affettuosa;

mi avea ricercato delle mie confidenze, e mi aveva fatto le sue. Io era

stato sempre fra due, se dovessi credere al suo candore, ovvero ad una

astuta dissimulazione--nè mai potei accostarmi a quest'ultima credenza;

e poi che non ebbi altro pretesto di odiarlo, quasi gli feci colpa della

sua ingenuità. Nè so dire se l'odiassi davvero; al certo io non l'amavo

più; alla sua presenza un eterno quesito si affacciava alla mia mente:

sapeva egli d'esser amato da Clelia? l'amava? Il suo volto non palesava

nulla. E per la prima volta dissi a me stesso che la sua anima era

fredda e il suo cuore marmoreo come il suo viso.

Quella notte fui sorpreso di vederlo in casa mia; ma gli mossi incontro,

e credo di avergli sorriso. Clelia mi guardava severamente come chi

dicesse: "vedi, la mia calma vale meglio assai che la tua." Ed era vero,

troppo vero.

Eugenio partiva per Roma. Un famoso pittore aveva avuto incarico di

alcuni affreschi; gli proponeva partecipasse all'opera e al prezzo; era

venuto a salutarmi.

Mi venne in mente che Clelia avesse avuto parte in quella

determinazione. Se quel sospetto avesse durato un'ora sola mi avrebbe

fatto assai male. Guardai Clelia, ed incontrai ancora il suo sguardo

limpido e franco.

--Ti fermerai gran tempo? domandai ad Eugenio non potendo frenare

un'onda di gioja che mi corse dal cuore alle guance.

--Sei mesi. È questo il termine entro cui devesi condurre a termine il

lavoro.

--Sei mesi sono lunghi dissi forte rispondendo al mio pensiero--assai

lunghi per la nostra amicizia; aggiunsi.

Clelia mi guardò. Arrossii.

--Ritornerai fra noi, passato questo termine?

--Lo spero.

--Buon per noi.

--Se le esigenze dell'arte non mi riterranno colà. Tu sai che io non

sono ricco, e se insieme alla fama ci avrò mezzo a fornire un gruzzolo,

tanto meglio.

--Eh! Sicuro, tanto meglio.

--Ad ogni modo, prometto a me stesso di far ritorno a Milano, qui,

teco--aggiunse senza affettazione.

--Ci s'intende, e il cielo lo voglia.

Dopo quella prima menzogna, le parole m'erano venute stentate e non

v'era stato verso di raccapezzarmi. Quel sorriso da ipocrita, che per la

prima volta aveva spianato la mia fronte corrugata, m'aveva rabbujato

l'intelletto e gettato la discordia nell'anima. Nè per quella notte ebbi

altro pensiero ed altra cura che d'accumulare il disprezzo e torturarne

il mio cuore.

Due amori · 第 66 / 101 题