"Passarono alcuni giorni. Eugenio era venuto regolarmente alle sue
sedute; Clelia anch'essa non aveva mancato; pareva svogliata, stanca, ma
sapeva di farmi piacere e non si lamentava.
La tela era oramai al suo termine, il volto e le mani erano finite con
cura, ci si vedeva entro la vita; si poteva girare attorno alla sua
persona, e l'aria dietro il capo scherzava coi suoi capelli. Se fossero
stati sprigionati, avrei creduto di agitarli col mio respiro.
Era una bella tela, da inorgoglire qualunque gran maestro ne fosse stato
l'autore. Eugenio pareva compiacersene; durante le sue sedute egli
rimaneva talora alcuni istanti immobile a guardare Clelia, poi volgeva
l'occhio sul lavoro, e il suo volto non accennava lo sconforto. Ma non
accennava tuttavia l'orgoglio, e sebbene quel silenzio parlasse assai
chiaro, la soddisfazione dell'artista che sorride alla sua creazione non
si palesava in altro modo.
Talvolta Clelia pareva imbarazzata di quegli sguardi lunghi, penetranti,
e si volgeva a me come se io potessi temperarle quella noia. Talvolta io
stesso non poteva risparmiarmi un pensiero di gelosia, e avrei voluto
dire ad Eugenio che non guardasse Clelia in quel modo, ma per vergogna
invece lo avrei nascosto a me medesimo.
Un giorno Clelia impallidì d'improvviso sotto l'impressione d'uno di
quegli sguardi, mi guardò, vide che io l'osservava e mi rivolse un gesto
come a dirmi che ella si sentiva venir meno. Balzai in piedi e le fui
dappresso. La stanchezza, l'immobilità le avevano fatto male. Era così
fragile il suo corpicciuolo di libellula!"