XLV.

"Da quel giorno Clelia mancò alle sedute; se ne sottrasse per alcun

tempo col pretesto di non star bene; in seguito con mille altri,

mendicati giorno per giorno.

Questa improvvisa determinazione si associava ad un mutamento del suo

contegno verso Eugenio. Era fredda e riservata con lui, lo accoglieva

gentile, ma senza accordargli più quella confidenza amichevole che era

stata già frutto di molte lotte.

Eugenio anche questa volta non s'accorse di nulla, o almeno non fe' cosa

che dinotasse di essersene accorto. Era sempre buono e dolce, sempre

mesto, sempre egualmente amante dell'arte sua.

Ricominciarono le mie smanie d'un tempo; ma poi che io mi era abituato

all'armonia che faceva felice la corrispondenza delle nostre anime, ne

soffrii più acerbamente, e dal soffrire più acerbo passai all'essere più

insofferente di quella nuova e più strana ingiustizia di Clelia, e a

dirglielo con accento di rimprovero. La poveretta non mi rispondeva e

chinava gli occhi.

--Voglio dire, soggiunsi un giorno più esacerbato del solito, voglio

dire che assai meschina scusa al capriccio è l'Amore, e che se il tuo

affetto basta al mio cuore di sposo, la tua condotta con lui ferisce il

tuo spirito e lo accusa di picciolezza; e le anime nobili e generose

davvero, aggiunsi con accento più dolce per temperare la durezza delle

parole, e le anime nobili non si comportano di tal guisa, e se hanno

stimato altrui una volta, lo stimano sempre.

Clelia proruppe in lagrime. La lasciai col cuore spezzato dalla

tenerezza, ma colla mente agitata. E quel giorno, per la prima volta, io

fui severo e crudele, e lasciai che piangesse senza confortarla.

Quando la rividi un'ora dopo, aveva la faccia sfigurata dalle lagrime, e

piangeva ancora."

Due amori · 第 56 / 101 题