"Da quel giorno Clelia mancò alle sedute; se ne sottrasse per alcun
tempo col pretesto di non star bene; in seguito con mille altri,
mendicati giorno per giorno.
Questa improvvisa determinazione si associava ad un mutamento del suo
contegno verso Eugenio. Era fredda e riservata con lui, lo accoglieva
gentile, ma senza accordargli più quella confidenza amichevole che era
stata già frutto di molte lotte.
Eugenio anche questa volta non s'accorse di nulla, o almeno non fe' cosa
che dinotasse di essersene accorto. Era sempre buono e dolce, sempre
mesto, sempre egualmente amante dell'arte sua.
Ricominciarono le mie smanie d'un tempo; ma poi che io mi era abituato
all'armonia che faceva felice la corrispondenza delle nostre anime, ne
soffrii più acerbamente, e dal soffrire più acerbo passai all'essere più
insofferente di quella nuova e più strana ingiustizia di Clelia, e a
dirglielo con accento di rimprovero. La poveretta non mi rispondeva e
chinava gli occhi.
--Voglio dire, soggiunsi un giorno più esacerbato del solito, voglio
dire che assai meschina scusa al capriccio è l'Amore, e che se il tuo
affetto basta al mio cuore di sposo, la tua condotta con lui ferisce il
tuo spirito e lo accusa di picciolezza; e le anime nobili e generose
davvero, aggiunsi con accento più dolce per temperare la durezza delle
parole, e le anime nobili non si comportano di tal guisa, e se hanno
stimato altrui una volta, lo stimano sempre.
Clelia proruppe in lagrime. La lasciai col cuore spezzato dalla
tenerezza, ma colla mente agitata. E quel giorno, per la prima volta, io
fui severo e crudele, e lasciai che piangesse senza confortarla.
Quando la rividi un'ora dopo, aveva la faccia sfigurata dalle lagrime, e
piangeva ancora."