La prima seduta fu lunga, nojosissima per Clelia--non per me. Io m'ero
posto dietro le spalle d'Eugenio e portando gli occhi ora sopra Clelia,
ora sopra la matita di Eugenio, aveva visto da quel fondo bianco uscire
mano mano la fisonomia adorata della mia compagna--erano i suoi occhi, i
suoi grandi occhi, la sua bocca leggiadra, sorridente, i suoi capelli
lucenti--ogni traccia di carbone era un soffio novello che infondeva
sempre maggior vita in quella fantastica creazione.
Una creazione, sì, la idea che s'incarna è sempre una creazione--non
invidiarne a Dio la facoltà di creare; per quanto è in noi, per quanto
può giovare ai nostri bisogni, alla nostra fantasia, noi siamo creatori
al pari di lui. Se non possiamo spingere i mondi a roteare nello spazio,
noi possiamo dire al nostro spirito d'errare più lontano di quei mondi.
L'arte è forma, ma la forma è pur essa una creazione. Trasformare è
creare--gli elementi esistevano prima dell'uomo--l'uomo ne ha mutato le
linee; ecco tutto--Ma quanta immensità in ciò! Il sasso da cui
Pigmalione traeva Galatea esisteva mille e mille anni prima di lui; ma
Galatea non era ancora. Nacque in lui, visse di lui, alimentata nella
sua mente; era un sorriso d'amore, un fantasma vagheggiato, tutto
suo--la divinità non vi aveva posto nulla, e tuttavia quel fantasma
viveva la vita dell'idea. Essa aveva aspettato, sepolta in quel sasso,
l'artista innamorato. Il martello dell'arte, con colpi febbrili di
braccio illuminato, ricercò la donna sotto il marmo--e Galatea fu.
In quel giorno stesso la fisonomia di Clelia fu interamente sbozzata.
Uno strano sentimento mi nacque in quel punto. Contemplando quella tela
parevami d'essere innanzi a qualche cosa di vivo, di reale, come se il
pennello di Eugenio mi avesse rapito una parte di Clelia per
rinchiuderla in quelle linee. Come mai poteva essere che quella tela
assomigliasse a Clelia, senza che ne avesse qualche cosa?--V'hanno forse
nella natura somiglianze di forma, senza partecipazione d'essenza?
Fissandomi in quel pensiero, la mia illusione crebbe sempre più; io
continuava a rimirare quel quadro con una specie di gelosia; non poteva
corrervi dubbio, quelle linee si muovevano, sotto quelle tinte v'erano
delle fibre e delle vene, e nelle vene il sangue, la vita, la vita della
mia Clelia. Quest'ultima idea mi atterrì; io mi volsi guardandomi
attorno--Eugenio ripuliva i pennelli, facendosi presso al balcone su cui
batteva l'ultima luce del giorno--Clelia mi guardava sorridendo della
mia muta contemplazione.
Lo dirò io? La stanchezza che dava a Clelia un molle languore, la luce
incerta e povera che le imbiancava le guancie rinvigorirono la mia
allucinazione. E vi fu un momento in cui mi persuasi che quell'onda di
vita che errava su quell'abbozzo fosse realmente involata alla vita di
Clelia, e che di tanto ne andasse diminuita la vitalità del mio amore,
quanta era la vitalità di quel quadro.
Io guardava Clelia, non era più quella di prima--guardava quell'immagine
ancora informe, e vi rinveniva qualche cosa di Clelia--parevami che se
avessi d'un solo tratto visto innanzi a me le due figure, il fantasma di
Clelia, come io l'aveva avuta fino a quel punto, si sarebbe ricostruito
nella mia mente; ma senza di ciò ogni mio studio era vano.
Charruà entrò portando un candelabro acceso--la nuova luce diradò la
folle visione e i vaneggiamenti della fantasia conturbata."