"Il domani un cavalletto da pittore collocato dinanzi ad una finestra,
un'ampia tela fermata sovr'esso, la tavolozza appesa ad un chiodo, e uno
sgabello a tre piedi, attendevano la prima seduta.
Eugenio non solo fu puntuale all'ora segnata, ma anticipò di una buona
mezz'ora per preparare le sue matite e i suoi pennelli. Clelia si
acconciava a malincuore all'idea di doversene stare immobile per un
pezzo--il suo corpicino era tutto foco.
--Lo vedi, mi disse ella--oggi non posso star ferma, sono una
pazzerella--il signor Eugenio dirà assai male in cuor suo di me, e
sciuperà il suo tempo inutilmente--se incominciasse da te--la tua
gravità, ne son certa, convertirebbe meglio la mia leggierezza.
Non le posi mente, e nulla fu mutato al programma. Clelia nel sedersi mi
guardò fisso, e volle che io mi ponessi di rimpetto ad essa perchè
potesse vedermi senza volgere il capo.
Accondiscesi.
Eugenio non diceva mai parola; in quel momento egli non era più uomo,
veleggiava pei campi ideali dell'arte--era assai lungi da noi. Guardava
Clelia come non l'aveva guardata mai; con uno sguardo ardente,
penetrante, come chi voglia ritenere a lungo l'impressione della forma,
e indovinare e tradurre in una forma il sentimento. Clelia sotto
l'impressione di quello sguardo pareva imbarazzata; guardava me e
sorrideva senza muovere le labbra; io solo leggeva quel sorriso--Eugenio
non l'avrebbe penetrato mai; non era il sorriso dell'arte, il sorriso
della natura fredda, ma il sorriso dell'amore--io mi sentiva più grande
d'Eugenio; la sua arte non poteva dargli ciò che poteva darmi il mio
amore; le frenesie dell'artista sfiorano appena il cuore; quelle
dell'amante lo passano."