"Da quel giorno non ebbi più a lamentarmi di Clelia.
La mia vita si completò come per incanto; v'era stata fino a quel punto
nel mio cuore come un'amarezza dissimulata; la mia anima s'era tenuta
vacillante fra il contraddire palesemente a Clelia e il fare offesa
all'amicizia; oggi il nodo era stato sciolto; i miei affetti che s'erano
guardati gelosi, si stringevano la mano; le due fiamme si riaccostavano,
si confondevano in una sola.
Io pensai più volte con animo pacato a quell'antipatia che una comunione
d'affetti fa spesso nascere fra due cuori egualmente buoni, egualmente
dolci e sereni; a quella gelosia che la generosità di due anime grandi
non sa vincere, e non seppi mai penetrare gli arcani divisamenti della
Natura. I buoni ne piangono come di una calamità; gli scettici ne
accusano la provvidenza--nessuno può scoprirne le fila misteriose.
Però io che ne aveva sofferto così a lungo, mi sentii rinascere l'ardore
dei miei vent'anni inesorabilmente perduti, e mi abbandonai con
trasporto al mio amore che era il mio culto. Oramai io poteva palesare
apertamente l'animo mio, poteva schiudere i battiti del mio petto tanto
tempo repressi; io era libero d'amare.
Clelia non s'imbronciava più se desideravo Eugenio, se m'accompagnavo
spesso con lui. A poco a poco divise in qualche parte la mia gioia, se
ne compiacque.
Quando egli veniva presso di noi, ella non lo vedeva più di mal occhio;
non lo accusava più di volermi sottrarre all'amor suo. Non andò molto
che si abituò tanto alla vista di lui, che se avveniva ch'egli mancasse
al solito convegno, ne era dolente per me poco meno di me medesimo. In
breve famigliarizzò con esso come con un amico d'infanzia.
Eugenio pareva felice di vedersi così bene accolto; ma tuttavia non
diede mai segno d'essersi accorto che fosse avvenuto qualche mutamento
nel nostro contegno verso di lui. Forse per delicatezza finissima non
voleva lasciar parere, forse egli avea dimenticato il passato, o avea
voluto dimenticarlo per smarrire un termine di confronto. Giammai però
che io potessi andare più in là di queste vaghe supposizioni; giammai
sguardo, gesto o parola che desse vita ad un sospetto o avvalorasse
l'uno meglio dell'altro.
Passarono alcuni mesi in questa guisa. Una sera noi ci eravamo raccolti
in questa camera senza sapere perchè; ragionammo d'arte un gran pezzo; a
poco a poco fummo tratti a risollevare i veli delle nostre memorie.
Eugenio aveva una vita avventurosa a narrarci.
Nato di famiglia ricchissima, alcuni rovesci di fortuna lo avevano
tratto in rovina; però egli aveva abbandonato il collegio con animo di
dedicarsi alla pittura per la quale aveva sentito fin dall'infanzia una
potente attrazione. Gli rimanevano cento franchi, non un soldo di meno.
Non era troppo, per intraprendere il gigantesco disegno che gli era
balenalo in mente: recarsi a Roma ad apprendervi il disegno. Vi andò.
Consumò i pochi quattrini che gli rimanevano, ma divenne allievo
dell'Accademia Romana di belle Arti. Patì di fame, ma visse, e crebbe
artista.
Questo racconto s'intesseva con cento episodii burleschi, ch'egli narrò
sorridendo. Io ne ricordo pochissimi; quest'uno non mi è mai passato di
mente.
Nei primi mesi che si trovava a Roma fu aperto il concorso per gli
allievi di disegno di una classe superiore a quella in cui si trovava
Eugenio. Il suo maestro lo consigliò di concorrere; si propose e fu
accettato. Era un ardimento senza pari; lo avrebbe portato innanzi una
classe, e gli avrebbe guadagnato un sussidio mensile di un prossimo
comune.
Il concorso versava sopra una copia dal gesso, ed era stato concesso
agli allievi un mese di tempo per compiere il lavoro. Eugenio si accinse
con ardore, il suo lavoro avanzava ogni giorno, egli si compiaceva già
dell'opera sua, si sentiva fremere nella mano una matita d'artista, e
lavorava senza posa. Quindici giorni trascorsero in febbre; il suo
disegno era quasi al termine; se non che all'improvviso egli scoprì
d'aver errato; avea tracciato alcune linee inutili che la sua
inesperienza e il suo entusiasmo gli avevano impedito per tanto tempo di
scorgere. Si provò a cancellare quelle linee, e rovinò la carta su cui
disegnava. Quella fu la più gran disgrazia che lo potesse colpire; aveva
perduto quindici giorni, e gli mancava una lira per acquistare nuova
carta. Giovinetto provò tutte le fitte della disperazione. Erano
quindici giorni che egli viveva di pane nero e di speranze, oramai tutto
gli falliva; egli disperava di raggiungere i suoi compagni, e condurre a
termine nel breve tempo che gli rimaneva il suo lavoro; e quando pure lo
avesse potuto, non avrebbe ritrovato in tutta la sua guardaroba di che
provvedere quella lira che gli mancava. Non conosceva nessuno, tranne
che un artista scultore; ma lo scalpello dell'uno non portava certamente
invidia alla matita dell'altro: erano due povere creature entrambi;
quale più non era facile determinare.
Trascorse il primo giorno in vane fantasticherie; alla notte egli aveva
passato in rassegna tutte le cose riducibili ad una lira. Una lira! era
un poema, e tuttavia Nababbo e Creso ne avevano avuto assai più; e se
n'erano vissuti senza comprenderne l'importanza; e certamente nessuno
mai poteva vantarsi d'averne analizzato così a fondo le virtù. Pure non
una di queste monete così famigliari oramai all'intelletto di Eugenio
era uscita dalle saccoccie di Nababbo o di Creso a confortare colla
riconoscenza la paziente meditazione del povero artista.
Alla notte ebbe la febbre, la febbre terribile che assale una volta sola
nella vita dei disgraziati sognatori d'arte e di poesia, la febbre
dell'avvenire che accelera il corso del sangue impoverito dagli stenti,
quando recisi i fili inargentati delle illusioni si volge la prima volta
l'occhio all'intorno e si scorge la terribile solitudine che accompagna
i passi della miseria.
Eugenio ebbe paura del suo avvenire, e pianse come un fanciullo. Tutta
la notte pensò al suo passato, alle cure affettuose che avevano
rallegrato i primi battiti del suo cuore, alla nonna incurvata, alla
madre buona ed amorevole anche nei rimproveri; pensò quelle colpe
ingenue e puerili che facevano sorridere la povera donna, quelle sale
arredate con gusto, quei maestri così arcigni e tutte quelle cento
inezie che popolano la vita inesperta e facile della fanciullezza.
Ma le grandi idee sono figlie della miseria, e non a torto fu detto che
le lezioni del cencio e della fame siano le più eloquenti e le più
feconde.
In quella notte Eugenio ebbe una idea....
E non fu appena sorto il mattino, che egli si vestì, mangiò un tozzo di
pane che era avanzato dal suo pranzo ed uscì all'aria aperta,
coll'aspetto d'uomo che ha assolutamente preso il suo partito, ma che
prima di intraprenderne l'esecuzione, vuole riconfortarsi e quasi
ribadire il suo proposito. La brezza mattutina doveva far quest'uffizio.
A capo d'un'ora passata a camminare su e giù innanzi alla chiesa d'un
convento, affrettando il passo quando era lontano dalla soglia, e
rallentandolo mano mano che vi si accostava, prese una risoluzione
suprema ed entrò.
Non era stato da gran tempo in una chiesa, e coi sacramenti non si
trovava certamente in buona armonia, tuttavia egli andò diffilato ad un
confessionale, vi si inginocchiò, ed attese. Non andò molto che un frate
lo vide, e venne a sedersi nel confessionale. Eugenio si sentiva battere
il cuore; ma non vi badò gran fatto, e sbirciò sott'occbi il reverendo
come cercando di leggergli sul volto il proprio destino. Il volto di
quel frate era muto come una tomba. Eugenio allora pensò che egli era li
per confessarsi, e fu per smarrirsi d'animo. Il frate lo prevenne, gli
domandò se voleva confessarsi, e il povero pittore balbettò qualche cosa
che rassomigliava ad un _sì_.
Allora incominciò il martirio; il frate volle sapere da quanto tempo il
suo penitente si fosse accostato al sacramento, e il penitente non
sapeva troppo bene se fosse da quattro o da cinque anni. Lo disse--e il
frate ad esclamare scandalizzato, e a minacciare le pene dell'inferno; e
il tapino a pentirsi--e poi una sfuriata d'interrogazioni e un
rispondere affannoso di _sì_ e di _no_--poi il frate volle recitasse il
_confiteor_, e il penitente, a cui era passato di mente insieme al
latino del collegio, a bestemmiare senza alcun riguardo le parole
sacre--e il frate a scandalizzarsi da capo.
In fine dopo un'ora di tortura Eugenio era riuscito a convertirsi; dopo
un'altra mezz'ora aveva mansuefatto totalmente il frate, il quale avendo
appreso i casi del suo penitente, e premendogli di salvare la sua anima,
lo assolvette con una mano, e gli diede coll'altra la lira sospirata.
Eugenio che finalmente respirava, ricevette con compunzione le due
benedizioni, storpiò un'altra volta il _confiteor_, e se ne uscì col suo
tesoro nel pugno, più ricco di Creso e di Nababbo.
Egli ci raccontò quest'avventura scherzando, e noi stessi ne ridemmo di
cuore; anche ora pensandoci io ne sorrido.
Aggiunse poi che rimessosi al lavoro, nel termine fissato ebbe preparato
il disegno pel concorso, e che ne riportò il premio stabilito. Ma per
giungere a quel giorno egli aveva vissuto alcune settimane nella
miseria; aveva sofferto il freddo, la fame; aveva lottato con una
malattia di petto cagionatagli dal lavoro frenetico, e la scarsità di
cibo consumandolo ogni giorno, lo aveva condotto agli estremi.
A questo racconto straziante che egli aveva cercato di fare colla stessa
bizzarra noncuranza, ma che involontariamente aveva strappato dal suo
petto un singulto e fatto brillare sul suo ciglio una lagrima, io me gli
accostai più da presso, e come a pagarlo di ciò che aveva sofferto,
serrai le sue mani nelle mie. Clelia lottò un istante dentro di sè, poi
nascondendo il capo fra le mani scoppiò in singhiozzi.
Eugenio rialzò il capo, guardò Clelia, e poi me; passò ruvidamente la
mano sugli occhi a detergervi le lagrime, e arrossì in volto come se
vergognasse della sua debolezza.
Da quel punto la conversazione languì. Clelia si provò a sorridere,
cercando i miei occhi che gli risposero tutto l'affetto del mio cuore.
Ma Eugenio non levò lo sguardo dal suolo ove l'aveva fisso nuovamente."