XXVI.

Lo incontrai seduto sul suo letto. Egli mi aveva atteso con impazienza

ed avea temuto che per qualche incidente io non avessi potuto arrendermi

al suo desiderio. Però appena mi vide balzò da letto e mi corse

incontro; si acconciò in furia e mi trasse d'accanto al camino.

E mi disse come fosse stato male tutto il dì, e come avesse avuto in

mente per molte ore di farmi avvisare, ma non fossegli bastato l'animo

di farlo prima. Aveva molte cose a dirmi, delle confessioni a farmi, dei

consigli a chiedermi.

Era nelle sue parole tanto dolore, e tanto e così sincero pareva il

pentimento della riservatezza usata meco fino a quel punto, che se anco

io vi avessi visto una colpa, ed in quel momento la mia mente rabbonita

era assai lungi dal pensarlo, non avrei domandato di meglio che di

perdonargli.

Lo confortai, e gli dissi che io mi era accorto che egli mi celava

qualche cosa, e che mi aveva punto al vivo non già il desiderio di

conoscere i fatti suoi, nè il dubbio d'aver perduto la sua amicizia, ma

il timore d'essere stato io la causa di qualche suo dispiacere che

ignoravo. Sapevo di mentire, ma lo facevo con tanta sicurezza come se

compissi un dovere--e forse non ebbi torto.

Raimondo fu lieto delle mie parole; parve meditare alcun poco, poi come

se, vincendo gli ultimi attacchi della sua titubanza, avesse preso il

suo partito, accostò con un moto risoluto la sua seggiola vicino alla

mia, poi ordinò a Charruà d'accendere un candelabro.

Poco stante, a conciliare la mia attenzione, mi prese le mani, e le

strinse nelle sue.

Due amori · 第 34 / 101 题