Lo incontrai seduto sul suo letto. Egli mi aveva atteso con impazienza
ed avea temuto che per qualche incidente io non avessi potuto arrendermi
al suo desiderio. Però appena mi vide balzò da letto e mi corse
incontro; si acconciò in furia e mi trasse d'accanto al camino.
E mi disse come fosse stato male tutto il dì, e come avesse avuto in
mente per molte ore di farmi avvisare, ma non fossegli bastato l'animo
di farlo prima. Aveva molte cose a dirmi, delle confessioni a farmi, dei
consigli a chiedermi.
Era nelle sue parole tanto dolore, e tanto e così sincero pareva il
pentimento della riservatezza usata meco fino a quel punto, che se anco
io vi avessi visto una colpa, ed in quel momento la mia mente rabbonita
era assai lungi dal pensarlo, non avrei domandato di meglio che di
perdonargli.
Lo confortai, e gli dissi che io mi era accorto che egli mi celava
qualche cosa, e che mi aveva punto al vivo non già il desiderio di
conoscere i fatti suoi, nè il dubbio d'aver perduto la sua amicizia, ma
il timore d'essere stato io la causa di qualche suo dispiacere che
ignoravo. Sapevo di mentire, ma lo facevo con tanta sicurezza come se
compissi un dovere--e forse non ebbi torto.
Raimondo fu lieto delle mie parole; parve meditare alcun poco, poi come
se, vincendo gli ultimi attacchi della sua titubanza, avesse preso il
suo partito, accostò con un moto risoluto la sua seggiola vicino alla
mia, poi ordinò a Charruà d'accendere un candelabro.
Poco stante, a conciliare la mia attenzione, mi prese le mani, e le
strinse nelle sue.