XXV.

Un segreto! E di qual natura poteva egli essere questo segreto che

resisteva all'amicizia? O forse che io non ero più l'amico di Raimondo?

ovvero la sua fede nell'amicizia s'era affievolita tanto da farlo

rinunziare alla confidenza?

Per gran tempo mi dibattei in questi pensieri. Vi è qualche cosa che ci

avvelena più che un inganno in amore, ed è un amico perduto--e quel

dubitare d'un amico, quel vederselo innanzi, ma non più sotto l'aspetto

d'un tempo, quel ritentare il passato e trovarlo muto, e vedere un seno

una volta aperto agli entusiasmi confidenti chiuderci gelosamente il suo

segreto, non è certamente meno doloroso. Avanza melanconica e tenace la

memoria, ma essa stessa è tortura; si rimane avviticchiati come un'edera

dissecata ai rami spenti d'un olmo montano--ma la vita non corre più

fra le loro fibre; e quel freddo amplesso è un supplizio.

E tuttavia io non voleva credere che Raimondo fosse mutato verso di me;

e lottavo meco medesimo per persuadermi che la sua amicizia aveva

sopravvissuto alla distruzione del suo cuore. Domandavo questa fede ad

ogni cosa, ad una stretta di mano più lunga, ad un saluto più

affettuoso, ad un sorriso più confidente. Quando io gli era vicino, e

potevo vederlo e parlargli, mi confortavo in cuore, però che mi paresse

di riconoscere ancora il Raimondo d'un tempo; ma come io mi allontanava,

la sua immagine si alterava nella mia mente; non era più lui.

Non dirò se io ne soffrissi. Raimondo se ne accorse e venne più spesso

da me; talvolta si trattenne meco, ma poi che non mi sfuggiva lo sforzo

che egli vi poneva, gliene fui grato, ma disperai d'arrestare il

fantasma della nostra amicizia che si era oramai dileguato.

Mi ricordai d'Eugenio. Forse verso di lui io era assai colpevole; ma la

lontananza non avea reso lui meno colpevole di me. Non ci avevamo

scritto che poche lettere--la nostra vita intima ci era ignota a

vicenda. Pure Eugenio aveva un cuor buono, e in quelle giornate di

solitudine, sconfortato dei miei affetti, timoroso di vedere distrutte

le ultime corde armoniose del mio seno, pensai a lui con desiderio, e

gli scrissi con abbandono.

Mi rispose una lettera mesta; si scusò del suo silenzio; mi parlò dì

Roma e d'arte; ma non mi disse nulla di sè medesimo, del suo passato.

Gli aveva parlato a lungo di Raimondo per eccitarlo a ragionarmi del

tempo in cui egli s'era trovato a Milano, ma non ne fe' cenno. Mi lasciò

sperare che sarebbe venuto a stabilirsi vicino a me ed a Raimondo, la

cui sciagura appresagli per la prima volta dalla mia lettera avevalo

afflitto acerbamente.

Questa lettera d'Eugenio non rischiarò punto le mie tenebre.

Mi raccolsi in me medesimo; ricercai la solitudine, e domandai conforto

al lavoro.

Passarono così alcuni mesi; Raimondo veniva a quando a quando da me; il

suo dolore aveva perduto d'acutezza, ma non era perciò meno intenso o

meno profondo; si era rassegnato al suo destino, ma alla guisa

dell'albero che, incurvato dalla bufera, rinnova la corteccia e riprende

la sua vita, ma non dirizza mai più i suoi rami.

Una sera io me ne stava seduto accanto al caminetto, avvolto nella mia

veste da camera, contemplando alcuni tizzoni che crepitavano scherzando

colle loro lingue turchine. La neve scendeva a larghi fiocchi; il

ghiaccio avea disegnato a bizzarre fioriture le vetrate del mio balcone.

D'improvviso venne picchiato al mio uscio. Era Charruà. Il suo signore

mi pregava di recarmi da lui; aveva bisogno di me, e che io vi andassi

subito se non mi fosse grave.

Buttai in un canto la mia veste da camera; indossai un soprabito, e mi

recai in compagnia di Charruà in casa di Raimondo.

Due amori · 第 33 / 101 题