XXVII.

--Ho aspettato fino ad oggi, prese egli a dire con voce commossa, e

avrei forse aspettato ancora; sarei disceso nella mia tomba senza che

l'amicizia avesse potuto guardare nel mio povero petto--ma oggimai è

impossibile indugiare; io non trovo dentro di me tanta forza per

determinarmi ad un partito; ho bisogno dei tuoi consigli: a tal patto ti

svelerò l'animo mio.

"Non ti offenda questo sentimento d'egoismo; poichè gli è forse meno

biasimevole che tu non pensi; fors'anco non è egoismo. So di non

frodarti nulla tacendo; so pure che la confessione che io ti farò

scemerà il mio affanno--se v'era dunque colpa in me, era quella di voler

essere solo a soffrire; se v'era egoismo nel mio contegno, egli era

certamente un egoismo assai strano--l'egoismo del dolore.

"Non è un segreto il mio, non è una colpa--è un dolore. Se ti dirò cosa

che tu ignoravi, non credere che per contenderti questa scienza io abbia

taciuto finora. Altri avrebbe potuto dirti la stessa cosa, nè io me ne

sarei afflitto. Ma ciò che nissuno poteva dirti, è ciò che io solo

conosco, ciò che io ho serbato per me solo fino ad oggi gelosamente, lo

strazio del mio cuore.

"Io solleverò per te questa cortina che ho calato sul mio passato per

isolarlo, ed isolarmi in esso--dividerò teco l'affanno patito e quello

che mi rimane a patire--il mio strazio sarà il tuo.

"Ho lottato molto per arrestare questo giorno; oggi mi arrendo, ma fui

già vincitore. Io era riuscito ad abituarmi a me medesimo, a questa

solitudine che mi era odiosa, a questo martello inesorabile del pensiero

che mi raffigurava il mio martìrio; era riuscito a creare una colpa per

fare di me un colpevole, e aver diritto di riversare sopra di me l'opera

fatale della sorte. Ho provato dei rimorsi, dei rimorsi incessanti,

inauditi--e li aggiunsi all'anima mia con compiacenza.

"Di tal guisa ho perpetuato il mio dolore--e me ne tenni lieto. Il mio

dolore! Avrei temuto di perderlo, perchè era l'unica cosa che mi

rimaneva di Clelia.

"Oggi vi rinunzio. E che altro potrei far io, povera creta? So io che

faccio? Posso io dire al mìo cuore: batti più forte,--poss'io dire alla

mia mente: raccogliti, sii calma? Oimè! lo sento, qualche cosa si è

spezzato nel mio organismo--un nonnulla forse, una mollecola

spostata--ma è tutto; io non ritrovo più il filo che dirigeva questo

fantoccio--me lo sono lasciato sfuggire di mano--in nome del cielo

ditemi dunque se queste sono le mie gambe, se queste sono le mie

braccia...."

Raimondo si tacque. Aveva pronunciato con tanta vivacità queste ultime

parole, che io lo guardai per un istante atterrito. Non andò guari che

egli mi sorrise e proseguì più calmo, ma con accento di mestizia

profonda:

--L'ho pensato anch'io, l'ho desiderato, l'ho perfino sognato.

Impazzire! rinunziare alle idee--non serbarne che una per tutta la vita,

non volere e non potere averne mai, nè un solo istante, un'

altra--essere sempre con Clelia, accanto al suo letto di morte, la sua

testa incadaverita vicino alla mia, i suoi sguardi immobili fissi nei

miei, le sue labbra gelide appoggiate alle mie labbra, e baciarla

avidamente, d'un bacio lungo, profondo;... L'ho pensato, l'ho

desiderato.

"Ma se la pazzia mi contendesse l'ultimo raggio di luce dell'intelletto,

e che non vi rimanesse neppure la memoria! Questo pensiero mi ha

atterrito.

"È forse meglio non essere pazzo: posso guardarmi in faccia e domandarmi

conto--e penetrare nel mio seno per vedere se le ferite sono sempre

profonde, e lacerarle perchè non guariscano. E quando la mia mente avrà

cessato di vivere del pensiero di lei, io potrò pagare due scudi perchè

s'inchiodi la mia bara; e dire all'anima mia: vattene in pace, non hai

più nulla a fare quaggiù--credilo, non ci hai più nulla a fare."

Ammuttolì d'improvviso e si cacciò il capo fra le mani con un moto

disperato. Compresi come il risvegliarsi di quelle memorie così tristi

lo avesse commosso. Però mi tacqui, pensando che forse ciò gli avrebbe

guadagnato un intervallo più lungo di quiete.

Non andai errato nel mio pronostico; e siccome io aveva continuato a

guardarlo sott'occhi, vidi ben tosto che egli risollevava il capo.

Aveva il ciglio asciutto, nè vi si scorgeva traccia di lagrime versate;

pure egli aveva pianto. Alla guisa del leone ferito che cancella il

sangue caduto sulla sabbia del deserto, egli aveva nascosto il suo

dolore.

Raimondo aveva del leone e del fanciullo--ruggiva o piangeva. Arcano

impasto di gagliardia e di debolezza, le sue guancie conoscevano il

rossore della vergine, i suoi occhi avevano i lampi della collera. A

quel subitaneo e risoluto drizzarsi della sua testa orgogliosa, a quel

guardarmi in volto fisso, alla frequente ansia del suo petto, mi si

rivelò tutta la selvaggia natura di quell'anima di fuoco. E pensai

quanto dovesse essere grande il suo dolore, perch'ei ne fosse così

vinto, quanto grande l'amore che egli aveva educato nel suo cuore per

Clelia, e quanto atroce la sciagura che gliela aveva ritolta per sempre.

E tuttavia io non fui pago; e dissi a me stesso che ciò non era tutto,

che la battaglia di cui io vedeva le rovine aveva dovuto essere non solo

tremenda, ma lunga--che la potenza dell' urto improvviso era grande, ma

che il petto di Raimondo vi avrebbe resistito, se una lotta continuata

non ne avesse prima travagliato e paralizzato le forze.

Per qualche tempo Raimondo non disse motto; io dal mio canto taceva. Le

fiammelle del candelabro guizzavano dinanzi ai nostri occhi, mescendo il

loro debole crepito al nostro respiro.

Mi trassi più presso al mìo amico, ed appoggiai le mani sulle sue

ginocchia. Egli mi guardò, lasciò cadere il capo un istante, poi lo

rialzò d'un tratto, e prese a narrarmi la storia del suo dolore.

Due amori · 第 35 / 101 题