XXIV.

Nei giorni successivi io non vidi Raimondo. Mi era recato più volte da

lui, ma Charruà aveami detto che il suo signore non era in casa.

Anche Charruà parea sempre più tetro; l'ultima volta che io gli avea

parlato aveami risposto con un mugolio strano che non giunsi ad

intendere. Argomentai però giustamente dal contegno di lui, dello stato

di Raimondo. Charruà era come uno specchio dell'anima del suo signore;

non subiva altre impressioni, non amava altri affetti, non pativa altri

dolori che quelli del suo protettore. Così egli chiamava Raimondo, e il

suo occhio si addolciva pronunziando questa parola, come se gli

ridestasse in mente una memoria assai mesta. Né io seppi mai che cosa lo

legasse con tanta riconoscenza al mio amico, ma della riconoscenza non

incontrai certamente e non incontrerò più mai sulla terra immagine tanto

viva.

A poco a poco il mio demonio andò cacciandomi in mente che Raimondo non

volesse vedermi, e che perciò mi facesse dire che non era in casa. E da

prima pensai che egli non volesse essere turbato nel suo dolore e che io

subissi la sorte di tutti--e me ne dolsi amaramente pensando alla nostra

amicizia, e ai diritti ed ai privilegi che io credeva mi spettassero; ma

più tardi andai oltre a credere che egli cercasse di fuggirmi

accusandomi d'essere stato io la causa delle sue afflizioni. Però,

siccome io mi teneva innocente e l'ingiustizia mi accende il dispetto

nel cuore, stetti alcun tempo senza far ricerca di Raimondo, fingendo

non curarmi di lui.

Se non che il mio proposito venne meno a poco a poco; in pari tempo che

il mio sospetto andava dileguandosi; né corsero quindici giorni, che mi

recai in casa della contessa sotto il pretesto di farle visita, ma in

realtà coll'animo pieno di speranza di sapere dalla sua bocca qualche

cosa dei cinque anni che erano passati.

La contessa mi rivide con gioja--mi parlò di Clelia con molta

mestizia--e mi chiese notizie del "povero Raimondo."

Ella accentuò con dolore queste ultime parole, e mi parve di leggervi il

compianto e quasi un rimprovero d'essere stata dimenticata da lui.

Non avevo adunque nulla ad apprendere da essa. In quei cinque anni

Clelia e Raimondo erano stati spesso nelle sue sale. Le erano parsi

entrambi felici, fino agli ultimi mesi, nei quali Clelia avea cominciato

ad ammalarsi--d'allora in poi li aveva veduti più di rado--nelle ultime

ore di vita della povera Clelia, s'era trovata al suo capezzale--non

sapeva dirmi altro.

Mi tornò in mente il vecchio generale; e siccome parevami che io avrei

potuto saperne di più da lui, ne chiesi alla contessa.

Tentennò il capo, e mi disse ch'era morto. Poco dopo le nozze della sua

Clelia era stato colpito di gotta una prima volta, e n'era guarito in

tempo per poter tenere al fonte battesimale la piccola Bianca che egli

chiamava teneramente la sua nipotina. Poi siccome un nuovo accesso del

suo male gli avea tolto l'uso delle gambe, e lo aveva costretto a vivere

nel suo sepolcro imbottito, com'egli aveva battezzato in un momento di

buon umore il suo antico seggiolone di cuojo verde, s'era dato

all'assenzio. Alla momentanea forza che egli ritraeva da questo liquore

doveva le sue ore più gaje; e però in breve ne abusò. I medici

pronosticarono che seguitando di tal passo non avrebbe vissuto più di

qualche mese; egli lo sapeva e se ne compiaceva. "Non vedo l'ora, soleva

dire, di potermi rizzare dal mio sepolcro imbottito--in quei di sasso,

scommetto, ci s'ha a star meglio." Quando fu agli estremi di vita volle

gli si recasse un bicchiere d'assenzio, e siccome quello che gli veniva

apprestato non era ricolmo, pregò lo si colmasse. Poi lo sollevò, e lo

tenne alcuni istanti innanzi agli occhi, dicendo: "come è bella la luce

traverso questo bicchiere!"

Queste erano state le ultime sue parole, ed era morto nelle braccia di

Clelia e di Raimondo.

La contessa narrandomi questo triste avvenimento non poteva arrestare le

sue lagrime.

Nell'uscire ella mi domandò se io avessi notizie del signor Eugenio S.

pittore, amico di Raimondo.

--Eugenio S., sclamai, egli dunque fu qui!

--Non lo sapevate? È circa un anno che egli è ripartito per Roma; ma

visse a Milano alcuni mesi.

Quella notizia sconvolse la mia testa. Io non avevo saputo dell'arrivo

di Eugenio a Milano; nè Raimondo me ne aveva parlato. In ciò non era

certamente nulla di straordinario, ma tuttavia io mi domandavo senza

frutto perchè Raimondo non mi avesse parlato d'Eugenio. Era stato

calcolo o dimenticanza? E se il suo dolore consentivami quest'ultima

interpretazione, come spiegare il suo silenzio quando io era ancora in

Sardegna e Clelia viveva? E perché non mi aveva prevenuto di ciò? perché

Eugenio stesso non avea cercato di farmene prevenire o di prevenirmene

egli stesso? Tutto quel dì m'affannai in tale pensiero.

Il giorno successivo incontrai Raimondo per via--era il cielo che lo

inviava; io non aveva ancora cessato di pensare ad Eugenio; però me gli

accostai con animo di domandargliene novelle.

Al vedermi, Raimondo non mostrò sorpresa; mi venne incontro benevolo, si

sforzò di sorridere e si scusò meco della sua condotta. Ciò valse a

dissipare i miei primi sospetti, né io vidi più in lui l'ingrato, ma

soltanto l'infelice.

La sua fisonomia s'era come allungata dal dolore; il suo passo era

grave, teneva il cappello assai calato sugli occhi, e l'abito nero

abbottonato fin sotto la gola.

Poco stante gli parlai d'Eugenio e gli domandai se ne sapesse qualche

cosa. Mi parve che impallidisse, e stentasse alquanto a rispondermi; poi

mi disse che Eugenio non gli aveva scritto da molto tempo.

Siccome io mutai subito discorso, egli mi guardò in volto sospettoso, ma

parve rassicurarsi. Non mi sfuggì quello sguardo e ne penetrai il

senso--però da quel punto ebbi fermo in mente che Raimondo mi celava un

segreto.

Due amori · 第 32 / 101 题