XXIII.

Il giorno dopo ritornai in casa di Raimondo.

Vi andavo con animo commosso, ma pur deciso a farmi forza, a parlargli

la voce confortevole dell'amicizia, e dove fosse stato necessario, la

voce del rimprovero. Egli era giovine, dovea esser forte--era padre,

doveva almeno _vivere_. Gli avrei parlato francamente; avrei affrontato

il suo dolore, gliene avrei rinnovato a vivi colori l'immagine,

ricordandogli la sua felicità di cui appena io era stato testimonio, e

la grandezza della sua sciagura; ma lo avrei costretto a palesarmi tutto

il suo segreto, se pure egli ne nascondeva uno, a versare il suo cuore

nel mio--fors'anco a piangere.

Contavo molto sul mio progetto; io prevedeva che se fossi riuscito ad

avere la sua confidenza, avrei avuto in mie mani la sua salvezza.

Comunque il mio tentativo dovesse andar fallito, avrei fatto il debito

mio. Se la sorte mi avea richiamato presso di lui nei giorni della

mestizia, io doveva accettare il mandato che mi si confidava: non avrei

potuto rifiutarmi senza tradire l'amicizia, senza disconoscere la tela

misteriosa e provvidenziale che riuniva l'esistenza di Raimondo alla

mia.

Charruà mi mosse incontro--il suo signore non era in casa. Domandai dove

avrei potuto incontrarlo, e parve titubante se dovesse dirmelo; ma

questo dubbio durò poco; mi accennò del dito una corona di semprevivi

che pendeva da un angolo della parete, e mi disse come Raimondo uscisse

ogni mattina con una corona consimile, ma non volesse essere seguito.

--Ci andrò--dissi risoluto. Ed uscii senza domandar altro.

Mi diressi verso un cimitero. Quale? Non vi avevo pensato: però mi

cacciai in una carrozza da piazza e ordinai mi si conducesse al più

vicino.

Vi giunsi in breve ora, e vi posi il piede con un senso di raccapriccio.

Pensavo a Clelia che forse dormiva in quel luogo, a Clelia già così

bella, così felice; e venivanmi in mente le ultime parole che ella mi

aveva rivolte con tanta dolcezza.

--A rivederci, a rivederci--io andava ripetendo dentro di me, e vi

scorgevo non so che di melanconico che mi toccava il cuore.

--Or ecco dove io ricerco la tua memoria, povero angiolo.

Mi avanzai trepidante, e spinsi lo sguardo innanzi a me.

Un'ampia pianura seminata di croci nere incurvato al suolo; qua e colà

alcune lapidi bianche colle iscrizioni sbiadite dal tempo, alcune fosse

scavate di recente, e accanto ad esse un mucchio d'ossami--ecco quel che

s'offerse ai miei occhi.

Raimondo non era in quel luogo. Volli ritornare indietro, ma poi che la

carrozza s'era allontanata, e mi avrebbe toccato rifare a piedi la via,

disperai d'incontrarlo per quel mattino.

Avanzai lentamente, quasi sbadato, attraverso quei sentieruzzi. Non so

più che mi avessi in capo, ma al vedermi così solo in quel luogo, io mi

sentii come compreso da una misteriosa trepidanza.

Buttai a caso lo sguardo sopra alcune inscrizioni; e mi parve di vedere

i superstiti lagrimosi, e d'udire i rotti singhiozzi, e mormorare fra le

lagrime agli indifferenti le virtù dei defunti.

Un'anima ha vissuto--è partita; è la storia di ognuno.

La tomba ha una parola sola per tutti; ogni tomba ha un'intera leggenda

che non è compresa che da pochi--talvolta da un solo--e per poco tempo.

Più tardi ogni altro accento è muto; il santuario della morte non parla

più che la sola parola della morte.

Pure crediamo dì temperare con poche parole la legge inesorabile, e che

i passanti debbano arrestarsi e indovinare dal nome che ci è caro tutto

il tesoro di memorie che egli ridesta nel nostro cuore.

All'improvviso scorsi d'innanzi a me una lapide nuova; era di marmo

bianco, semplicissima nel disegno e non abbondava di iscrizioni.

Il cuore martellavami il petto come volesse spezzarlo. M'accostai a

quella tomba e vi lessi commosso queste bibliche parole:

"Perchè mi hai tu abbandonato?"

Nè so che la pomposa eloquenza m'abbia mai cercato il cuore così

profondamente.

Io non poteva indovinare chi fosse chiuso sotto quel marmo, poichè la

menzogna non ne aveva tessuto l'elogio; ma comprendeva lo strazio di chi

ne aveva lagrimato la morte.

Più oltre erano nuove iscrizioni, e tutte levavano a cielo le

impareggiabili virtù del defunto, e compiangevano lui morto, come se

egli avesse a mendicare ancora sulla terra il pane, gli onori e

l'adulazione.

Però mi raccostai a quella tomba recente.

"Perchè mi hai tu abbandonato?" Era tutto--una storia d'affetti

spezzata, un mondo di sogni svanito.

Pensai a Raimondo ed a Clelia.

M'allontanai un'ora dopo dal cimitero, senza essere andato più in là

nelle indagini per cui era venuto. Fantasticai mille cose meste, ma

senza potermi togliere di capo quel moto: "perchè mi hai tu

abbandonato?"

Due amori · 第 31 / 101 题