XXII.

Io non aveva avuto agio di contemplare il volto di Raimondo; però non

appena fui seduto al suo fianco il primo mio sguardo corse a ricercare

nei suoi lineamenti le traccie del suo dolore. Il dolore ha una

terribile maniera d'alterare le sembianze dell'uomo; non è quella

magrezza che succede ad una lunga malattia, ma una tinta indefinibile e

sfumata di languore, un solco che non apparisce, ma che pure è profondo,

credetelo, assai profondo.

Volsi l'occhio in giro per la camera; ogni cosa diceva l'abbandono e la

mestizia; pareva che le stesse pareti vestissero il lutto. La polvere

s'era addensata sugli scaffali dei libri; i ragni erano venuti ad

attaccare i loro fili sovra alcune tele preziose di scuola fiamminga; da

per tutto dove prima era l'ordine, regnava la trascuranza; si vedevano

vasi di Sassonia posti alla rinfusa, e le più belle armi delle fabbriche

di Boston giacenti confusamente in mezzo ad alcune vecchie medaglie

irruginite.

Volli provarmi a confortare Raimondo. Egli sorrise, ma non cercò

d'interrompermi e continuò a tenere il capo fra le palme ed a guardare

fissamente il suolo con un'espressione d'amarezza disperata.

Compresi come la sua doglia non avesse rimedio.

Il sommo dolore rifiuta i conforti; è severo e sdegnoso insieme; soffre

e tace; guarda con occhi immobili, ma senza lagrime. Anche la sventura

ha il suo pudore; le grandi sventure passano in mezzo agli uomini

tacitamente; il loro lamento sale al cielo, ed è un ruggito. Ma tuttavia

è pur la misera cosa questa fragile e boriosa natura nostra: nè il

disastro dell'uomo era tanto lieve, che vi si aggiungesse questa barbara

e cieca compiacenza d'alimentare il proprio affanno, di vivere in esso,

di fissare la propria sciagura senza volerne distogliere lo sguardo un

istante.

Ammutolii.

Raimondo si rivolse a me, quasi timoroso d'avermi offeso; ma come vide

che il mio volto gli parlava più la compassione che il rammarico,

sorrise ancora tristamente e si ricacciò nella sua tetraggine.

Lasciai quella casa sventurata coll'anima inquieta ed abbattuta. Nello

scendere le scale m'incontrai in una bambina guidata per mano da una

vecchierella.

Vestivano il bruno entrambe: riconobbi subito Bianca, la figlinoletta di

cui avevami fatto cenno Raimondo. La sollevai sulle braccia, e la baciai

in volto. La vecchierella, che non mi aveva mai veduto, mi guardò

sorpresa, ma mi lasciò fare--la piccina sorrise.

Era una creatura dolce, uno di quei leggiadri amorini, dei quali Albano

s'è tante volte compiaciuto, e che hanno fatto celebre il suo pennello.

Viso affilato, pallido e lungo, capelli ondeggianti, ocelli grandi ed

espressivi. Somigliava a Raimondo ed alla povera mamma insieme, ma più a

Raimondo; tuttavia, osservandola alcun tempo, mi parve di veder rivivere

su quel volto infantile la memoria di Clelia come io l'aveva vista la

prima volta in casa della contessa.

Per via pensai al modo con cui Raimondo mi avea accolto, al modo con cui

mi avea parlato, alla natura del suo dolore che erami parso avesse

dell'amarezza, e credetti di vedere in tutto ciò un mistero, e che la

sola morte di Clelia avesse dovuto affliggerlo, non dirò meno

intensamente, ma in un modo diverso.

Colla mente fissa in questo pensiero almanaccai cento cose stranissime

senza frutto; e allora cercai di darmi pace dicendo a me stesso come

fosse naturale che Raimondo si dolesse insieme della perdita di Clelia,

e si amareggiasse del suo destino. Questa spiegazione mi appagò alcun

tempo, e mi vi acquietai; ma ben tosto i miei dubbi risorsero, e da capo

le mie ricerche, e le mie fantasie.

Due amori · 第 30 / 101 题