Io non aveva avuto agio di contemplare il volto di Raimondo; però non
appena fui seduto al suo fianco il primo mio sguardo corse a ricercare
nei suoi lineamenti le traccie del suo dolore. Il dolore ha una
terribile maniera d'alterare le sembianze dell'uomo; non è quella
magrezza che succede ad una lunga malattia, ma una tinta indefinibile e
sfumata di languore, un solco che non apparisce, ma che pure è profondo,
credetelo, assai profondo.
Volsi l'occhio in giro per la camera; ogni cosa diceva l'abbandono e la
mestizia; pareva che le stesse pareti vestissero il lutto. La polvere
s'era addensata sugli scaffali dei libri; i ragni erano venuti ad
attaccare i loro fili sovra alcune tele preziose di scuola fiamminga; da
per tutto dove prima era l'ordine, regnava la trascuranza; si vedevano
vasi di Sassonia posti alla rinfusa, e le più belle armi delle fabbriche
di Boston giacenti confusamente in mezzo ad alcune vecchie medaglie
irruginite.
Volli provarmi a confortare Raimondo. Egli sorrise, ma non cercò
d'interrompermi e continuò a tenere il capo fra le palme ed a guardare
fissamente il suolo con un'espressione d'amarezza disperata.
Compresi come la sua doglia non avesse rimedio.
Il sommo dolore rifiuta i conforti; è severo e sdegnoso insieme; soffre
e tace; guarda con occhi immobili, ma senza lagrime. Anche la sventura
ha il suo pudore; le grandi sventure passano in mezzo agli uomini
tacitamente; il loro lamento sale al cielo, ed è un ruggito. Ma tuttavia
è pur la misera cosa questa fragile e boriosa natura nostra: nè il
disastro dell'uomo era tanto lieve, che vi si aggiungesse questa barbara
e cieca compiacenza d'alimentare il proprio affanno, di vivere in esso,
di fissare la propria sciagura senza volerne distogliere lo sguardo un
istante.
Ammutolii.
Raimondo si rivolse a me, quasi timoroso d'avermi offeso; ma come vide
che il mio volto gli parlava più la compassione che il rammarico,
sorrise ancora tristamente e si ricacciò nella sua tetraggine.
Lasciai quella casa sventurata coll'anima inquieta ed abbattuta. Nello
scendere le scale m'incontrai in una bambina guidata per mano da una
vecchierella.
Vestivano il bruno entrambe: riconobbi subito Bianca, la figlinoletta di
cui avevami fatto cenno Raimondo. La sollevai sulle braccia, e la baciai
in volto. La vecchierella, che non mi aveva mai veduto, mi guardò
sorpresa, ma mi lasciò fare--la piccina sorrise.
Era una creatura dolce, uno di quei leggiadri amorini, dei quali Albano
s'è tante volte compiaciuto, e che hanno fatto celebre il suo pennello.
Viso affilato, pallido e lungo, capelli ondeggianti, ocelli grandi ed
espressivi. Somigliava a Raimondo ed alla povera mamma insieme, ma più a
Raimondo; tuttavia, osservandola alcun tempo, mi parve di veder rivivere
su quel volto infantile la memoria di Clelia come io l'aveva vista la
prima volta in casa della contessa.
Per via pensai al modo con cui Raimondo mi avea accolto, al modo con cui
mi avea parlato, alla natura del suo dolore che erami parso avesse
dell'amarezza, e credetti di vedere in tutto ciò un mistero, e che la
sola morte di Clelia avesse dovuto affliggerlo, non dirò meno
intensamente, ma in un modo diverso.
Colla mente fissa in questo pensiero almanaccai cento cose stranissime
senza frutto; e allora cercai di darmi pace dicendo a me stesso come
fosse naturale che Raimondo si dolesse insieme della perdita di Clelia,
e si amareggiasse del suo destino. Questa spiegazione mi appagò alcun
tempo, e mi vi acquietai; ma ben tosto i miei dubbi risorsero, e da capo
le mie ricerche, e le mie fantasie.