Ritornando a Milano dopo così lungo spazio dì tempo, il mio primo
pensiero fu per Clelia e Raimondo. Due volte soltanto io avevo avuto
loro notizie; l'una per lettera nei primi giorni che io mi trovavo in
Sardegna, e l'altra ad intervallo di qualche mese da un giovine signore
lombardo, venuto in Sardegna per diporto, che io incontrai nelle mie
escursioni artistiche. Raimondo non sapendo ove dirigere le sue lettere,
ed essendoglisi offerta l'occasione, si servì di questo mezzo per farmi
dire che ritornassi presto, ch'egli aveva avuto una bambina, e
ch'avevala battezzata Bianca, e ch'era più felice di prima. Quel signore
lombardo s'era informato di me per qualche tempo senza frutto; e come
avea saputo che io mi era recato a _Quartu_ a poca distanza da Cagliari,
ci era venuto anch'esso. Scrissi subito a Raimondo, ma dopo quel tempo
non ebbi più risposta.
Così io giungeva a Milano coll'anima commossa; mi pareva d'accostarmi ad
una buona amica che avessi abbandonato senza ragione, e mi tenesse il
broncio.
--È finita--dissi, volgendo un'ultima volta il pensiero alla mia
patria--tutta una tela di insidie alla mia debolezza hanno potuto
tenermi ancora presso di te per tant'anni, ma il mio cuore ne è sempre
rimasto lontano; tu non sei più che una tomba per me, la tomba dei miei
cari. Però il mio pensiero volerà spesso fra le tue mura e i tuoi
cipressi, o patria mìa; ma il cuore giammai, però che il cuore sfugge i
sepolcri, però che il cuore è la vita.
In quello stesso giorno andai a far visita a Raimondo. Per via io era
ebbro di gioia; accostandomi a quella casa dove avrei incontrato la
felicità sotto le sembianze della pace domestica, il mio cuore
accelerava i suoi battiti. Pensai alla cara sorpresa che io avrei fatto
arrivando così alla sprovveduta, a quella bambina di tre anni che mi si
sarebbe fatta incontro timorosa, alla serenità del volto leggiadro della
mamma, e all'espressione di gioia severa che avrebbe animato gli occhi
nerissimi di Raimondo.
La sola persona a cui non aveva pensato, e che anzi io aveva dimenticato
in tutto quel tempo, era quel buon uomo snidato dall'altro mondo, quella
creatura dai capelli lucidissimi ed abbondanti, dalle forme svelte e dal
cuore così grande--quella creatura che aveva spinto il suo disinteresse
e il suo affetto per Raimondo, fino a lasciare il suo sole cocente per
seguirlo; fino a deporre il suo _poncho_ e rinunziare al suo
_barbotto_--_Charruà_ della tribù dei _Charruà_.
Al contrario egli si ricordava assai bene di me, e non appena mi vide,
diè un picciol grido di sorpresa. Lusingato da questo segno
straordinario di simpatìa, io apriva le labbra ad un sorriso; ma non ne
ebbi tempo, che Charruà si compose d'improvviso a mestizia; crollò il
capo mestamente, chinò gli occhi al suolo e con voce bassissima come è
il costume della sua razza:
--Voi qui, signor Giorgio--mi disse--vi aspettavo.
A quell'accento, a quell'espressione desolata, io fui sorpreso più che
atterrito, tanto il mio cuore era lontano dalla melanconia. Guardai
Charruà, e vidi come il suo volto nerastro avesse smarrito quella
lucentezza che gli aggiungeva grazia, come le sue guancie fossero
infossate, e i suoi occhi non brillassero più come una volta.
--M'aspettavate, gli dissi: che è dunque avvenuto?
--L'amico del mio signore, risposemi Charruà tristamente, è venuto la
prima volta in giorni di mestizia, l'amico del mio signore non vide
questa casa nei giorni della gioia--egli non poteva fallire: la
sventura, ovunque egli fosse, dovea parlare al suo cuore e richiamarlo
nella casa dell'amico.
--Raimondo dunque?
--Il mio signore non tarderà a venire; il vedervi gli farà bene.
Così dicendo m'accennava di entrare nelle stanze di lui. Io aveva in
pratica la casa e lo precedetti sbadato; avevo in mente un pensiero
terribile che non osavo dire a me stesso.
Entrando nella sala, mi soffermai dinanzi ad un gran quadro ad olio di
finissimo pennello; raffigurava una donna giovine e bella, ma con tanta
verità di tinte e con così vivo distacco, che pareva dovesse balzar
fuori ad un tratto dalla nera cornice.
Quella donna era Clelia. Al vederla rimasi come impietrito; il cuore mi
parlava troppo palesemente, perchè io potessi dubitare della verità dei
miei timori; ma smanioso d'uscire da quell'ultima incertezza, e d'altra
parte timoroso di perderla d'un tratto, non osavo rivolgermi per
interrogare Charruà.
Poco stante mi rivolsi. Egli era a due passi da me, colla testa china e
colle braccia incrociate. Lo guardai; mi guardò, ma non disse motto; e
siccome io m'accostai a lui ed insistetti dello sguardo, egli sciolse le
braccia e le lasciò cadere lungo i fianchi.
Quel gesto fu una rivelazione. Impietrito dalla fatale novella io non
parlai per alcun poco. Charruà mi si fece accosto, con un brusco
movimento del capo gettò innanzi le lunghe anella dei suoi capelli, e mi
bisbigliò all'orecchio:
--Lo Charruà non incanutisce mai, i suoi capelli sono sempre neri come
l'ala del corvo. Osservate signore come il vostro servo è mutato.
Io lo guardai con tenerezza: i suoi capelli una volta nerissimi,
incominciavano infatti ad incanutire. Gli porsi la mano, e fè atto di
portarsela alle labbra--m'accorsi che il suo ciglio era umido di pianto.
--Morta! sclamai in quel punto, guardando ancora una volta quel quadro.
--Morta--ripetè Charruà con voce fioca come un soffio di vento.
In quel punto entrò Raimondo. Mi vide e mi mosse incontro senza
affrettare il passo.
Lo strinsi fra le braccia: "sono io, gli dissi, l'amico tuo, il tuo
Giorgio."
Mi guardò in volto: "Tu qui!" sclamò poi con lieve accento di
meraviglia. E fu il solo cenno ch'egli mi facesse del suo piacere nel
rivedermi; ma io pensai che il dolore profondo gli impediva di
manifestarlo, ma che, sebbene l'anima sua fosse fatta in certa guisa
insensibile, egli ne provasse tuttavia grande conforto. Però lungi
dall'offendermi della sua freddezza, rimasi più atterrito e dolente del
suo strazio.
Mi si strinse al seno, ed appoggiò il capo sul mio omero.
Charruà in un canto della sala, immobile come una statua, col capo
ricurvo sul petto, gettava ad intervalli uno sguardo pauroso e dolente
sul suo padrone. Una folla d'immagini desolate mi empiea la mente ed il
cuore.
D'improvviso Raimondo si scosse, e stringendomi al petto, mi disse con
accento di tristezza indefinibile:
--Che tu sia il benvenuto, amico mio--poi guardando il ritratto dì
Clelia, ed accenandolo col dito: da un mese io sono solo.
Non disse altro; ma mi fe' segno che lo seguissi e mi trasse verso la
sua camera.
Nell'uscire da quella sala, mi rivolsi, e vidi Charruà immobile, colle
braccia incrociate e colla testa inclinata sul petto.