XXI.

Ritornando a Milano dopo così lungo spazio dì tempo, il mio primo

pensiero fu per Clelia e Raimondo. Due volte soltanto io avevo avuto

loro notizie; l'una per lettera nei primi giorni che io mi trovavo in

Sardegna, e l'altra ad intervallo di qualche mese da un giovine signore

lombardo, venuto in Sardegna per diporto, che io incontrai nelle mie

escursioni artistiche. Raimondo non sapendo ove dirigere le sue lettere,

ed essendoglisi offerta l'occasione, si servì di questo mezzo per farmi

dire che ritornassi presto, ch'egli aveva avuto una bambina, e

ch'avevala battezzata Bianca, e ch'era più felice di prima. Quel signore

lombardo s'era informato di me per qualche tempo senza frutto; e come

avea saputo che io mi era recato a _Quartu_ a poca distanza da Cagliari,

ci era venuto anch'esso. Scrissi subito a Raimondo, ma dopo quel tempo

non ebbi più risposta.

Così io giungeva a Milano coll'anima commossa; mi pareva d'accostarmi ad

una buona amica che avessi abbandonato senza ragione, e mi tenesse il

broncio.

--È finita--dissi, volgendo un'ultima volta il pensiero alla mia

patria--tutta una tela di insidie alla mia debolezza hanno potuto

tenermi ancora presso di te per tant'anni, ma il mio cuore ne è sempre

rimasto lontano; tu non sei più che una tomba per me, la tomba dei miei

cari. Però il mio pensiero volerà spesso fra le tue mura e i tuoi

cipressi, o patria mìa; ma il cuore giammai, però che il cuore sfugge i

sepolcri, però che il cuore è la vita.

In quello stesso giorno andai a far visita a Raimondo. Per via io era

ebbro di gioia; accostandomi a quella casa dove avrei incontrato la

felicità sotto le sembianze della pace domestica, il mio cuore

accelerava i suoi battiti. Pensai alla cara sorpresa che io avrei fatto

arrivando così alla sprovveduta, a quella bambina di tre anni che mi si

sarebbe fatta incontro timorosa, alla serenità del volto leggiadro della

mamma, e all'espressione di gioia severa che avrebbe animato gli occhi

nerissimi di Raimondo.

La sola persona a cui non aveva pensato, e che anzi io aveva dimenticato

in tutto quel tempo, era quel buon uomo snidato dall'altro mondo, quella

creatura dai capelli lucidissimi ed abbondanti, dalle forme svelte e dal

cuore così grande--quella creatura che aveva spinto il suo disinteresse

e il suo affetto per Raimondo, fino a lasciare il suo sole cocente per

seguirlo; fino a deporre il suo _poncho_ e rinunziare al suo

_barbotto_--_Charruà_ della tribù dei _Charruà_.

Al contrario egli si ricordava assai bene di me, e non appena mi vide,

diè un picciol grido di sorpresa. Lusingato da questo segno

straordinario di simpatìa, io apriva le labbra ad un sorriso; ma non ne

ebbi tempo, che Charruà si compose d'improvviso a mestizia; crollò il

capo mestamente, chinò gli occhi al suolo e con voce bassissima come è

il costume della sua razza:

--Voi qui, signor Giorgio--mi disse--vi aspettavo.

A quell'accento, a quell'espressione desolata, io fui sorpreso più che

atterrito, tanto il mio cuore era lontano dalla melanconia. Guardai

Charruà, e vidi come il suo volto nerastro avesse smarrito quella

lucentezza che gli aggiungeva grazia, come le sue guancie fossero

infossate, e i suoi occhi non brillassero più come una volta.

--M'aspettavate, gli dissi: che è dunque avvenuto?

--L'amico del mio signore, risposemi Charruà tristamente, è venuto la

prima volta in giorni di mestizia, l'amico del mio signore non vide

questa casa nei giorni della gioia--egli non poteva fallire: la

sventura, ovunque egli fosse, dovea parlare al suo cuore e richiamarlo

nella casa dell'amico.

--Raimondo dunque?

--Il mio signore non tarderà a venire; il vedervi gli farà bene.

Così dicendo m'accennava di entrare nelle stanze di lui. Io aveva in

pratica la casa e lo precedetti sbadato; avevo in mente un pensiero

terribile che non osavo dire a me stesso.

Entrando nella sala, mi soffermai dinanzi ad un gran quadro ad olio di

finissimo pennello; raffigurava una donna giovine e bella, ma con tanta

verità di tinte e con così vivo distacco, che pareva dovesse balzar

fuori ad un tratto dalla nera cornice.

Quella donna era Clelia. Al vederla rimasi come impietrito; il cuore mi

parlava troppo palesemente, perchè io potessi dubitare della verità dei

miei timori; ma smanioso d'uscire da quell'ultima incertezza, e d'altra

parte timoroso di perderla d'un tratto, non osavo rivolgermi per

interrogare Charruà.

Poco stante mi rivolsi. Egli era a due passi da me, colla testa china e

colle braccia incrociate. Lo guardai; mi guardò, ma non disse motto; e

siccome io m'accostai a lui ed insistetti dello sguardo, egli sciolse le

braccia e le lasciò cadere lungo i fianchi.

Quel gesto fu una rivelazione. Impietrito dalla fatale novella io non

parlai per alcun poco. Charruà mi si fece accosto, con un brusco

movimento del capo gettò innanzi le lunghe anella dei suoi capelli, e mi

bisbigliò all'orecchio:

--Lo Charruà non incanutisce mai, i suoi capelli sono sempre neri come

l'ala del corvo. Osservate signore come il vostro servo è mutato.

Io lo guardai con tenerezza: i suoi capelli una volta nerissimi,

incominciavano infatti ad incanutire. Gli porsi la mano, e fè atto di

portarsela alle labbra--m'accorsi che il suo ciglio era umido di pianto.

--Morta! sclamai in quel punto, guardando ancora una volta quel quadro.

--Morta--ripetè Charruà con voce fioca come un soffio di vento.

In quel punto entrò Raimondo. Mi vide e mi mosse incontro senza

affrettare il passo.

Lo strinsi fra le braccia: "sono io, gli dissi, l'amico tuo, il tuo

Giorgio."

Mi guardò in volto: "Tu qui!" sclamò poi con lieve accento di

meraviglia. E fu il solo cenno ch'egli mi facesse del suo piacere nel

rivedermi; ma io pensai che il dolore profondo gli impediva di

manifestarlo, ma che, sebbene l'anima sua fosse fatta in certa guisa

insensibile, egli ne provasse tuttavia grande conforto. Però lungi

dall'offendermi della sua freddezza, rimasi più atterrito e dolente del

suo strazio.

Mi si strinse al seno, ed appoggiò il capo sul mio omero.

Charruà in un canto della sala, immobile come una statua, col capo

ricurvo sul petto, gettava ad intervalli uno sguardo pauroso e dolente

sul suo padrone. Una folla d'immagini desolate mi empiea la mente ed il

cuore.

D'improvviso Raimondo si scosse, e stringendomi al petto, mi disse con

accento di tristezza indefinibile:

--Che tu sia il benvenuto, amico mio--poi guardando il ritratto dì

Clelia, ed accenandolo col dito: da un mese io sono solo.

Non disse altro; ma mi fe' segno che lo seguissi e mi trasse verso la

sua camera.

Nell'uscire da quella sala, mi rivolsi, e vidi Charruà immobile, colle

braccia incrociate e colla testa inclinata sul petto.

Due amori · 第 29 / 101 题