XVI.

Di quei giorni m'ammalai. Da gran tempo mi aspettavo a questo; avea

preveduto il mio male, lo avea sentito serpeggiare per le vene, e mi ci

ero rassegnato. Il medico ne fece carico ai nervi, ed io penso che non

s'ingannasse. Sorpreso a quando a quando da tremiti improvvisi alle

gambe e sentendomi ogni dì più debole, fui costretto a tenere il letto.

La mia ripugnanza per quell'inerzia forzata cui era condannato mi fece

parere insopportabile quel supplizio. Siccome però la mia testa era

libera, e la mia intelligenza conservava la sua lucidità, a poco a poco

mi abituai.

Raimondo era venuto ogni giorno a vedermi. Un dì venne a me più lieto

del solito. Tutto era pronto; fra otto giorni Clelia sarebbe stata sua.

Siccome io gli presi la mano e gli sorrisi con tristezza, egli mi baciò

in volto.

--Tu interverrai alle mie nozze, mi disse con accento di fiducia.

--Lo credi? domandai con quella ingenua speranza che è propria degli

infermi.

--Ne ho la certezza. Mi pare perfino che tu oggi stia meglio; ti trovo

meno pallido.

Non era vero che io stessi meglio, e se il mio viso non era pallido

conveniva accagionarne una febbricciatola lenta che da alcuni giorni non

mi abbandonava un'istante. E tuttavia io mi lasciai andare assai

facilmente alle illusioni; ne aveva bisogno.

Alla vigilia del matrimonio di Raimondo volli provare a farmi forza, e

balzai da letto. Non avea mosso due passi, che mi si piegarono le

ginocchia e dovetti appoggiarmi per non cadere. Il pronostico di

Raimondo andò fallito: io non assistetti alle sue nozze.

In quello stesso giorno venne il medico; trovò che io stava meglio, ma

ad assicurare la guarigione consigliavami i bagni di mare. La stagione

era propizia; confortavami ad affrettare; sperava il mutamento d'aria

avrebbe contribuito a ridonarmi la salute.

Ne feci parola a Raimondo e sebbene gli dolesse che ciò mi avrebbe

allontanato da lui per qualche tempo, approvò l'idea del medico.

Determinai adunque che non appena mi fossi potuto reggere in piedi sarei

partito per Genova.

Tre giorni dopo potei fare alcuni giri attorno alla mia camera senza

l'aiuto del bastone; non aspettai altro--il domani sarei partito.

Charruà venne, com'era uso, a chieder mie notizie.

Feci conoscere per mezzo suo a Raimondo la mìa risoluzione, e come fossi

dolente di non poter salutare prima della mia partenza la sua sposa;

avrei aspettato lui, e mi sarei servito del suo braccio.

Il mattino successivo assai di buon'ora Raimondo e Charruà erano nelle

mie camere. Simplicio, il portinaio, era salito prima ancora da me e

m'avea preparato le valigie ed aiutato a vestire; così che in un istante

io fui spiccio, e col sostegno del mio amico e di Charruà scesi le

scale.

Una carrozza era ferma; feci per salire, e una mano candidissima uscì

dallo sportello per aiutarmi; guardai dentro con occhio di

meraviglia--era Clelia.

Non dirò la mia sorpresa, nè se più grande fosse in me la riconoscenza o

il piacere.

Mi fece sedere al suo fianco, mi domandò della mia malattia, e dissemi

con accento di sincerità che se n'era afflitta anch'essa--così dicendo

guardava con tenerezza il suo Raimondo.

Compresi come essi fossero felici, e quanto intensamente si amassero. E

per una antitesi naturale mi portai col pensiero a quei giorni di tetra

mestizia che tanto aveano impoverito l'anima di Raimondo. Quale

diversità nell'espressione dei suoi sguardi, e quale nuova e soave

armonia nelle linee tranquille del suo volto! Dove era il segreto della

sua pace, dov'era il culto che gli mancava, il tempio in cui rinverdisse

la sua fede inaridita? Egli l'aveva cercato da per tutto, fuorchè nella

sua casa. Ed ecco l'angiolo della sua casa gli aveva sorriso, e gli

aveva dato un cuore vergine e un affetto sereno invece delle lusinghiere

e fallaci passioni della colpa.

Poc'anzi la solitudine colle sue paure, colle sue ire, coi suoi dubbii

perenni; oggi un viso amoroso che si specchia nelle sue pupille, un

corpo snello e pieghevole che si serra al suo petto, un cuore che battè

col suo--due sguardi, due sorrisi, due anime che si confondono.

Non più quell'eterno smaniare, quel portare dappertutto la noja, quel

domandare ad ogni cosa l'amore e riceverne il cinismo. Il mondo gli

apriva le sue sale dorate, quelle sale ripiene di mille incantesimi, di

mille follie, quelle sale dove s'incontrano uomini che, stringendo la

mano e bisbigliando all'orecchio di ognuno la maldicenza, offrono a

tutti una larva d'amicizia; e donne dagli sguardi infuocati, dai sorrisi

affascinanti che barattano con essi una larva che chiamano amore--egli

ne ha ritirato il piede. Poteva carpire cento baci di fuoco che ardono e

distruggono, e s'appagò di quell'uno che purifica. La virtù, la pace, la

felicità erano nella scelta--ecco il segreto che ha trasformato

Raimondo.

Per via io guardava Clelia con un sentimento di mestizia indefinibile.

Era pallida e bella, di quella bellezza buona che è l'ideale

dell'artista.

Chi si è sentita in petto una inspirazione, ed ha vagheggiato lungamente

un tipo, ed ha creduto rinvenirne le forme nelle perfezioni della

materia, colui non strapperà giammai all'arte il suo segreto. La natura

lo ha creato copista e farà bene a non guardare più in là. Il mondo

delle cose ha le sue rivelazioni, ma sono limitate, imperfette nella

loro immensità. Un frammento di colonna che toccasse le nubi non sarebbe

tuttavia una colonna.

Il mondo delle idee si perde nel cielo; l'arte, che è figlia del cielo,

sarebbe cosa morta senza l'idea che le soffiasse dentro il fuoco divino.

La bellezza è la perfezione della materia--la bontà è la perfeziono

dello spirito--bellezza e bontà unite sono la perfezione dell'arte.

Io guardava Clelia con espressione di mestizia--giovine, bella, amata;

che mancava alla sua felicità? Non sapevo dirlo a me stesso; vedeva la

sua letizia, la dolce serenità dei suoi occhi, udiva il suo gajo

cicaleccio, e tuttavia parevami che io dovessi compiangerla, e venianmi

dal cuore non so quali indistinte parole di conforto.

Mi par oggi, e son passati tanti anni, che io le diedi quell'addio, e

che, stringendomi la mano, essa mi rispose: a rivederci. E si fermò

sulla parola, dicendomi come sperasse che ciò sarebbe stato assai

presto.

"Dipende da voi" aggiunse--e fu l'ultima sua parola.

"Dal cielo" pensai.

In quella fu dato il segnale della partenza. Mi gettai nelle braccia di

Raimondo, salutai ancora una volta delia, e partii.

Due amori · 第 24 / 101 题