Di quei giorni m'ammalai. Da gran tempo mi aspettavo a questo; avea
preveduto il mio male, lo avea sentito serpeggiare per le vene, e mi ci
ero rassegnato. Il medico ne fece carico ai nervi, ed io penso che non
s'ingannasse. Sorpreso a quando a quando da tremiti improvvisi alle
gambe e sentendomi ogni dì più debole, fui costretto a tenere il letto.
La mia ripugnanza per quell'inerzia forzata cui era condannato mi fece
parere insopportabile quel supplizio. Siccome però la mia testa era
libera, e la mia intelligenza conservava la sua lucidità, a poco a poco
mi abituai.
Raimondo era venuto ogni giorno a vedermi. Un dì venne a me più lieto
del solito. Tutto era pronto; fra otto giorni Clelia sarebbe stata sua.
Siccome io gli presi la mano e gli sorrisi con tristezza, egli mi baciò
in volto.
--Tu interverrai alle mie nozze, mi disse con accento di fiducia.
--Lo credi? domandai con quella ingenua speranza che è propria degli
infermi.
--Ne ho la certezza. Mi pare perfino che tu oggi stia meglio; ti trovo
meno pallido.
Non era vero che io stessi meglio, e se il mio viso non era pallido
conveniva accagionarne una febbricciatola lenta che da alcuni giorni non
mi abbandonava un'istante. E tuttavia io mi lasciai andare assai
facilmente alle illusioni; ne aveva bisogno.
Alla vigilia del matrimonio di Raimondo volli provare a farmi forza, e
balzai da letto. Non avea mosso due passi, che mi si piegarono le
ginocchia e dovetti appoggiarmi per non cadere. Il pronostico di
Raimondo andò fallito: io non assistetti alle sue nozze.
In quello stesso giorno venne il medico; trovò che io stava meglio, ma
ad assicurare la guarigione consigliavami i bagni di mare. La stagione
era propizia; confortavami ad affrettare; sperava il mutamento d'aria
avrebbe contribuito a ridonarmi la salute.
Ne feci parola a Raimondo e sebbene gli dolesse che ciò mi avrebbe
allontanato da lui per qualche tempo, approvò l'idea del medico.
Determinai adunque che non appena mi fossi potuto reggere in piedi sarei
partito per Genova.
Tre giorni dopo potei fare alcuni giri attorno alla mia camera senza
l'aiuto del bastone; non aspettai altro--il domani sarei partito.
Charruà venne, com'era uso, a chieder mie notizie.
Feci conoscere per mezzo suo a Raimondo la mìa risoluzione, e come fossi
dolente di non poter salutare prima della mia partenza la sua sposa;
avrei aspettato lui, e mi sarei servito del suo braccio.
Il mattino successivo assai di buon'ora Raimondo e Charruà erano nelle
mie camere. Simplicio, il portinaio, era salito prima ancora da me e
m'avea preparato le valigie ed aiutato a vestire; così che in un istante
io fui spiccio, e col sostegno del mio amico e di Charruà scesi le
scale.
Una carrozza era ferma; feci per salire, e una mano candidissima uscì
dallo sportello per aiutarmi; guardai dentro con occhio di
meraviglia--era Clelia.
Non dirò la mia sorpresa, nè se più grande fosse in me la riconoscenza o
il piacere.
Mi fece sedere al suo fianco, mi domandò della mia malattia, e dissemi
con accento di sincerità che se n'era afflitta anch'essa--così dicendo
guardava con tenerezza il suo Raimondo.
Compresi come essi fossero felici, e quanto intensamente si amassero. E
per una antitesi naturale mi portai col pensiero a quei giorni di tetra
mestizia che tanto aveano impoverito l'anima di Raimondo. Quale
diversità nell'espressione dei suoi sguardi, e quale nuova e soave
armonia nelle linee tranquille del suo volto! Dove era il segreto della
sua pace, dov'era il culto che gli mancava, il tempio in cui rinverdisse
la sua fede inaridita? Egli l'aveva cercato da per tutto, fuorchè nella
sua casa. Ed ecco l'angiolo della sua casa gli aveva sorriso, e gli
aveva dato un cuore vergine e un affetto sereno invece delle lusinghiere
e fallaci passioni della colpa.
Poc'anzi la solitudine colle sue paure, colle sue ire, coi suoi dubbii
perenni; oggi un viso amoroso che si specchia nelle sue pupille, un
corpo snello e pieghevole che si serra al suo petto, un cuore che battè
col suo--due sguardi, due sorrisi, due anime che si confondono.
Non più quell'eterno smaniare, quel portare dappertutto la noja, quel
domandare ad ogni cosa l'amore e riceverne il cinismo. Il mondo gli
apriva le sue sale dorate, quelle sale ripiene di mille incantesimi, di
mille follie, quelle sale dove s'incontrano uomini che, stringendo la
mano e bisbigliando all'orecchio di ognuno la maldicenza, offrono a
tutti una larva d'amicizia; e donne dagli sguardi infuocati, dai sorrisi
affascinanti che barattano con essi una larva che chiamano amore--egli
ne ha ritirato il piede. Poteva carpire cento baci di fuoco che ardono e
distruggono, e s'appagò di quell'uno che purifica. La virtù, la pace, la
felicità erano nella scelta--ecco il segreto che ha trasformato
Raimondo.
Per via io guardava Clelia con un sentimento di mestizia indefinibile.
Era pallida e bella, di quella bellezza buona che è l'ideale
dell'artista.
Chi si è sentita in petto una inspirazione, ed ha vagheggiato lungamente
un tipo, ed ha creduto rinvenirne le forme nelle perfezioni della
materia, colui non strapperà giammai all'arte il suo segreto. La natura
lo ha creato copista e farà bene a non guardare più in là. Il mondo
delle cose ha le sue rivelazioni, ma sono limitate, imperfette nella
loro immensità. Un frammento di colonna che toccasse le nubi non sarebbe
tuttavia una colonna.
Il mondo delle idee si perde nel cielo; l'arte, che è figlia del cielo,
sarebbe cosa morta senza l'idea che le soffiasse dentro il fuoco divino.
La bellezza è la perfezione della materia--la bontà è la perfeziono
dello spirito--bellezza e bontà unite sono la perfezione dell'arte.
Io guardava Clelia con espressione di mestizia--giovine, bella, amata;
che mancava alla sua felicità? Non sapevo dirlo a me stesso; vedeva la
sua letizia, la dolce serenità dei suoi occhi, udiva il suo gajo
cicaleccio, e tuttavia parevami che io dovessi compiangerla, e venianmi
dal cuore non so quali indistinte parole di conforto.
Mi par oggi, e son passati tanti anni, che io le diedi quell'addio, e
che, stringendomi la mano, essa mi rispose: a rivederci. E si fermò
sulla parola, dicendomi come sperasse che ciò sarebbe stato assai
presto.
"Dipende da voi" aggiunse--e fu l'ultima sua parola.
"Dal cielo" pensai.
In quella fu dato il segnale della partenza. Mi gettai nelle braccia di
Raimondo, salutai ancora una volta delia, e partii.